Blocco dei licenziamenti, Visentini (Ces):“Insistere sulla revoca significa affrontare il problema dal verso sbagliato”

shutterstock_161019047-1-800x450 [Shutterstock/Eugenio Marongiu]

Nei Paesi dove non c’è il blocco dei licenziamenti “ci sono sistemi di ammortizzatori sociali molto più estesi di quelli italiani”, spiega a Euractiv il segretario della confederazione europea dei sindacati.

Il blocco dei licenziamenti introdotto in Italia nel 2020 per far fronte alle conseguenze economiche della pandemia “non è stato efficace” e “potrebbe anche rivelarsi controproducente”: le affermazioni contenute nel documento tecnico annesso alle raccomandazioni di primavera della Commissione UE hanno suscitato una forte reazione da parte dei sindacati italiani, che intravedono all’orizzonte una grossa crisi occupazionale se il governo non varerà misure adeguate per sostenere l’occupazione nella fase post-pandemia. Ma quello contenuto nel paper è un giudizio che arriva da una parte ben precisa della burocrazia europea, e che non rispecchia le linee politiche dell’Esecutivo comunitario, dice a EURACTIV il segretario generale della Confederazione europea dei sindacati (CES), Luca Visentini.

Secondo il documento della Commissione diffuso giovedì 3 giugno, se resterà in vigore “più a lungo” rispetto alla scadenza prevista attualmente (il 30 giugno per le aziende che hanno la cig ordinaria, il 31 ottobre per le altre), il divieto di licenziare potrebbe diventare problematico perché ostacolerebbe “il necessario aggiustamento della forza lavoro”. L’Italia, dice ancora il paper, “è il solo Stato che ha introdotto il divieto”, che beneficia soprattutto “chi ha contratti a tempo indeterminato, a detrimento dei temporanei o stagionali”. Inoltre, il confronto con gli altri stati che non hanno varato una norma simile indica che “non è stato particolarmente efficace”, anzi, che è “superfluo visto l’uso esteso di schemi di mantenimento del lavoro”.

Quella arrivata da Bruxelles, ha spiegato il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, “non è una valutazione ufficiale della Commissione europea ma uno studio”, e su questo tema “credo ci siano valutazioni diverse”. In ogni caso, ha detto Orlando, il governo italiano “sta discutendo della gradualità con cui superare il blocco” per evitare ripercussioni troppo gravi sull’occupazione.

Secondo la Banca d’Italia, infatti, una volta terminato il divieto ai licenziamenti, in Italia si rischia che oltre 500 mila persone restino senza un impiego.

La situazione in Europa

I sindacati, da parte loro, hanno reagito in modo duro al documento della Commissione, ribadendo al governo la richiesta di unificare le date per la fine del blocco dei licenziamenti al 31 e di approvare nel frattempo la riforma degli ammortizzatori sociali in direzione di un “sistema universale”.

Il segretario generale della CGIL, Maurizio Landini, ha detto che quella dell’Ue “è una bugia totale”, visto che “il problema del nostro Paese è che c’è troppa precarietà, non troppo poca”. Secondo quello della CISL, Luigi Sbarra, l’Ue “non conosce la realtà del nostro Paese. Rischiamo una valanga di licenziamenti” e quindi la proroga del blocco fino a ottobre è una misura “di buon senso e un atto di responsabilità”.

In Europa, un divieto analogo – ma meno esteso – di quello italiano è stato attuato solo da Lussemburgo (ma soltanto da aprile a giugno 2020), Grecia e Spagna: Atene ha vietato i licenziamenti nelle imprese costrette a sospendere la produzione per il lockdown, mentre Madrid ha deciso che non si può licenziare i dipendenti per sei mesi dopo la fine della cassa integrazione COVID, con un programma (chiamato ERTE) la cui estensione è attualmente in discussione.

In Francia, invece, sono stati aumentati i controlli sui licenziamenti per evitare abusi, mentre in altri paesi europei l’emergenza è stata gestita per mezzo di ammortizzatori sociali e aiuti alle imprese.

Riformare il sistema utilizzando i fondi europei

“È vero”, dice a EURACTIV Luca Visentini, segretario generale della Confederazione europea dei sindacati (CES), “l’Italia è l’unico paese in cui sopravvive un blocco generalizzato dei licenziamenti, anche se in tutti i paesi europei in cui le imprese hanno fatto ricorso agli ammortizzatori sociali, non possono licenziare mentre li stanno usando, e anche per periodi piuttosto lunghi dopo che non li utilizzano più”.

La differenza tra l’Italia e altri paesi dell’UE come Belgio o Francia (“ma non la Germania, che è molto più indietro”), spiega il sindacalista, consiste nel fatto che dove non c’è (o non c’è più) il blocco dei licenziamenti “ci sono sistemi di ammortizzatori sociali molto più estesi di quelli italiani, che oltre a coprire anche i lavoratori autonomi e atipici – cosa che nel nostro paese non avviene – offrono un tasso di sostituzione salariale molto elevato. Il Belgio, ad esempio, paga dall’inizio della pandemia tra i 1.800 e i 2.500 euro al mese a tutti i lavoratori autonomi che hanno dovuto interrompere il lavoro”.

Ciò è possibile perché in questi paesi – a differenza che in Germania e Italia – anche i lavoratori autonomi e atipici versano dei contributi per sostenere il sistema degli ammortizzatori sociali, e quindi non esiste un sistema generalizzato che offra sussidi anche a questi tipi di lavoratori in caso di crisi. “La creazione di un sistema universalistico – dice Visentini – è una questione su cui si sta discutendo molto sia a Roma che a Berlino”.

Il post-pandemia, spiega il segretario della CES, è un’occasione da non perdere per approvare una riforma che vada in questo senso, e che può essere finanziata grazie al programma Sure, che “sulla base del regolamento che lo disciplina, può rimborsare anche trattamenti a favore di tutti i tipi di lavoratori, non solo dipendenti ma anche autonomi”.

Tra le riforme inserite nel Piano nazionale di ripresa, quindi, dovrebbe rientrare quella degli ammortizzatori sociali: “la discussione in corso tra i sindacati italiani e il ministro Orlando sta andando in questo senso, e tutte le parti sono consapevoli che questa riforma può essere supportata dai fondi europei”, dice ancora Visentini.

Tornando al documento della Commissione UE, secondo il segretario della CES “insistere sulla revoca del blocco dei licenziamenti significa affrontare il problema dal verso sbagliato: il problema non è abbandonare a sé stessi i dipendenti, ma difendere gli altri lavoratori sprovvisti di tutele”.

Perché, quindi, una tale miopia di giudizio? “È il prodotto – dice Visentini – di vecchi funzionari dei tempi della Commissione Barroso ora ‘riciclati’ nella task force per la ripresa economica, che continuano a portare avanti la dottrina economica neoliberista e dell’austerity, che ha distrutto il mercato europea del lavoro dopo la crisi del 2008-2011”.

“Nonostante la direzione politica della Commissione ormai sia tutt’altra, come dimostrano la sospensione del patto di stabilità e delle regole fiscali e l’implementazione dei principi del pilastro europeo di diritti sociali, c’è una parte della burocrazia europea che prova sempre a rimettere in mezzo queste idee superate”, conclude il capo della CES. “Spesso lo fa neppure consultando i colleghi delle direzioni generali Economia e Politiche sociali, e creando quindi tensioni nella macchina amministrativa della Commissione. Per fortuna, il documento diffuso mercoledì non è in alcun modo vincolante per gli Stati membri, che farebbero bene a non tenerlo in alcun conto”.

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