Banca Marche, la Corte Ue: la Commissione “non è responsabile” per il mancato salvataggio

L'ingresso del Tribunale dell'UE a Lussemburgo. [EPA-EFE/JULIEN WARNAND]

La Commissione Europea non può essere ritenuta responsabile per il mancato salvataggio di Banca Marche da parte del governo italiano. Lo ha deciso mercoledì 30 giugno il Tribunale dell’UE di Lussemburgo, respingendo il ricorso di alcuni azionisti e obbligazionisti subordinati dell’istituto contro l’esecutivo europeo, che non aveva autorizzato l’intervento del Fondo italiano di tutela dei depositi per ricapitalizzare la banca.

“La risoluzione di Banca delle Marche da parte delle autorità italiane – ha scritto il Tribunale nella sua sentenza – è stata essenzialmente determinata dal suo stato di dissesto. La Commissione non può essere ritenuta responsabile di aver impedito il suo salvataggio”.

Banca Marche era stata posta in amministrazione controllata dalla Banca d’Italia nell’autunno del 2013, a causa di “disfunzioni e irregolarità gravi” nella sua gestione. A ottobre 2014, la Commissione UE aveva chiesto alle autorità italiane chiarimenti in merito al possibile salvataggio dell’istituto e di Banca Tercas attraverso il Fondo interbancario di tutela dei depositi (FITD), avvertendo della possibilità che i sostegni ai due istituti potessero configurarsi come aiuti di stato.

Con due lettere del 21 agosto e del 19 novembre 2015, scrivono i giudici di Lussemburgo, la Commissione “ha invitato le autorità italiane a fornirle informazioni aggiornate” riguardo ai piani di salvataggio di Banca Marche, “a desistere dall’attuare qualsiasi misura del FITD prima della sua notifica e prima di aver ottenuto una decisione da parte sua”, e ha infine “richiamato l’attenzione delle autorità italiane sul fatto che il ricorso a un sistema di garanzia dei depositi per ricapitalizzare una banca era soggetto all’applicazione delle norme sugli aiuti di Stato”.

Su queste basi, il 21 novembre 2015 la Banca d’Italia ha avviato la risoluzione di Banca Marche, con il conseguente azzeramento del valore delle azioni e obbligazioni subordinate, avendo rilevato il fatto che una ricapitalizzazione di Banca delle Marche da parte del FITD non era potuta avvenire, in assenza della “previa valutazione positiva della Commissione (…) sulla compatibilità [di tale operazione] con la normativa [dell’Unione] in materia di aiuti di Stato”.

I ricorrenti si sono quindi rivolti al Tribunale dell’UE perché secondo loro la Commissione avrebbe impedito il salvataggio della banca “per mezzo di pressioni illegittime esercitate sulle autorità italiane”, tali da indurle ad avviare la risoluzione dell’istituto ai sensi delle norme di diritto italiano che recepiscono la direttiva sulle risoluzioni bancarie (BRRD).

Secondo il giudizio del Tribunale, tuttavia, il ricorso non può essere accolto perché le parti ricorrenti non hanno dimostrato “l’esistenza di un nesso causale tra il comportamento asseritamente illecito della Commissione e il pregiudizio dedotto”, ovvero la risoluzione della banca e l’azzeramento di azioni e obbligazioni subordinate, “cosicché i presupposti per la sussistenza di una responsabilità extracontrattuale dell’Unione non sono soddisfatti”.

Per i giudici, la Commissione aveva piena legittimità di avvertire le autorità italiane della necessità di notificare preventivamente le possibili misure di aiuto a una banca, e di metterle in guardia sul fatto che esse potessero venir considerate come aiuti di stato. A differenza di quanto avvenuto per Banca Tercas, poi, nel caso di Banca Marche non esisteva un progetto di intervento definitivo da parte del FITD, né una richiesta di autorizzazione rivolta alla Banca d’Italia o una notifica inviata alla Commissione.

Gli elementi decisivi a favore della decisione di risoluzione di Banca Marche, hanno quindi concluso i giudici, erano dovuti al suo stato di dissesto “dimostrato dalle perdite complessive di 1,445 miliardi di euro e da un deficit patrimoniale al 30 settembre 2015 pari a 1,432 miliardi”, e al fatto che, “nel corso della procedura di amministrazione straordinaria, non era stato possibile definire interventi da parte di soggetti privati idonei a risolvere la sua situazione di crisi”.