Autonomia strategica, si accende il dibattito ideologico sulla politica industriale

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Il dibattito ideologico sul futuro della strategia industriale europea si sta sviluppando, mentre l’Ue cerca di raggiungere l’autonomia strategica dai Paesi terzi sulle materie prime essenziali nei settori chiave dell’economia.

Le conseguenze della pandemia sulle catene di approvvigionamento in tutto il mondo hanno portato i legislatori europei a cercare l’indipendenza dai Paesi terzi nei settori strategici dell’economia, come sottolineato anche dalla nuova strategia industriale.

In particolare, il discorso sulla sovranità digitale è finito alla ribalta dopo che a maggio è stata cancellata una procedura di appalto pubblico per il centro di supercalcolo di Barcellona, sottolineando le differenze ideologiche su come affrontare la tecnologia straniera.

“La situazione attuale in Europa è tale per cui noi prendiamo tutte le nostre tecnologie da Shenzhen e dalla California. Non è sostenibile”, ha detto Ben Hubert, co-fondatore di PowerDns.

Differenze ideologiche

In una comunicazione del 2020, la Commissione europea ha chiesto un’autonomia strategica aperta, definita come “dare forma al nuovo sistema di governance economica globale e sviluppare relazioni bilaterali reciprocamente vantaggiose, proteggendoci da pratiche sleali e abusive”. Tuttavia, i politici non sono d’accordo su come tale autonomia dovrebbe essere raggiunta.

Il campo interventista, guidato dalla Francia, vorrebbe vedere lo Stato giocare un ruolo più forte nel rafforzare la capacità interna, adottando pratiche protezionistiche se necessario. Il fronte liberale, composto dai paesi nordici e da una manciata di piccoli stati membri, difende i principi del libero scambio, anche se ciò significa fare affidamento su tecnologie provenienti dall’estero.

Questa tensione ideologica ha conosciuto di recente grandi cambiamenti politici. La Brexit ha inferto un duro colpo al campo dell’economia aperta, che con la partenza del Regno Unito ha perso il suo più influente sostenitore. La successiva guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina ha anche portato a una politica più interventista indotta dal disaccoppiamento delle catene del valore.

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L’approccio francese

Parigi, insieme a Berlino, vuole creare dei campioni industriali, imprese europee capaci di competere con quelle americane e cinesi. Tuttavia, i paesi medi e piccoli dell’Ue spesso non hanno grandi imprese ed economie di scala e quindi tendono a vedere questa politica industriale come uno sforzo puramente franco-tedesco.

La definizione di sovranità della Francia è “la capacità di fare una scelta, di scegliere le dipendenze, e di mantenere permanentemente questa capacità”, ha detto il deputato francese Philippe Latombe a EURACTIV Francia, notando che molti paesi europei non condividono lo stesso approccio.

“I paesi del nord sono piuttosto atlantisti e dicono che non dobbiamo intervenire. I paesi del sud sono più interessati ad andare avanti in modo indipendente. E noi, insieme alla Germania, stiamo cercando di capire come possiamo avere la soluzione in casa e come possiamo regolare il resto”, ha aggiunto.

L’amministratore delegato di Scaleway, Yann Lechelle, ha osservato come la Francia abbia una storia di avanguardia nell’innovazione tecnologica attraverso l’intervento statale. La dottrina cloud recentemente approvata, per esempio, potrebbe portare a un “salto quantico” nell’adozione tecnologica, dal momento che ogni nuovo progetto del governo dovrà essere disponibile nel cloud pubblico.

Economia aperta

I sostenitori dell’economia aperta nel frattempo dicono che l’Europa potrebbe ottenere più influenza e diventare più resiliente semplicemente diversificando la sua catena di approvvigionamento.

“La questione è cosa significa autonomia strategica. A un livello base, autonomia significa essere senza vincoli dal mondo esterno. Dovremmo essere chiari su ciò che possiamo ottenere e in molte aree questo è molto poco. Viviamo in un mondo molto interconnesso e dobbiamo affrontarlo”, ha detto a EURACTIV Niclas Poitiers, ricercatore presso il think tank economico Bruegel.

Per Poitiers, l’intervento statale tende a rendere le aziende meno competitive e più dipendenti dai contratti pubblici. Per esempio, le aziende statali cinesi tendono ad essere molto meno produttive delle aziende che non ricevono sostegno pubblico.

In termini di interventi statali, Poitiers fa una distinzione tra software e hardware. Fa l’esempio dei semiconduttori negli Stati Uniti, dove la maggior parte dei componenti sono stati inizialmente sviluppati per i militari e la tecnologia si è riversata sui beni di consumo. Questa strategia industriale è tuttavia molto più difficile da replicare per i servizi digitali.

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Appalti pubblici

Quello che potrebbe sembrare un dibattito teorico ha conseguenze nella vita reale quando si assegnano i finanziamenti pubblici. Lechelle nota che solo lo 0,1% degli appalti pubblici in Europa va alle aziende tech europee. “Se c’è un atto di riequilibrio, deve coinvolgere la volontà assoluta di comprare locale”.

Al contrario, il campo liberale preferisce comprare il miglior servizio disponibile indipendentemente dal paese d’origine. Queste diverse dottrine economiche si sono scontrate il mese scorso con la procedura di appalto per il centro di supercalcolo di Barcellona.

Il contratto è stato assegnato alla società tecnologica francese Atos, nonostante l’offerta di Ibm-Lenovo fosse considerata più competitiva. Il fattore decisivo è stato che Atos ha contribuito meglio a costruire la catena di approvvigionamento tecnologico dell’Europa. L’opposizione del governo spagnolo è stata tale che la procedura di appalto pubblico è stata infine annullata.

“Abbiamo istituzioni che sono molto radicate in questa idea di commercio aperto, che è centrale per il funzionamento del mercato unico. Sarebbe difficile fare un vero cambiamento di sistema. Ma al margine stiamo spingendo verso un modello più interventista”, ha detto Poitiers.