190 milioni di europei non sono mai stati all’estero

Passeggeri all'aeroporto di Linate. [EPA-EFE/ANDREA CANALI]

Quando si parla dell’Unione europea e degli enormi benefici che essa ha portato nelle nostre vite, vengono subito in mente l’abolizione delle frontiere interne, l’Erasmus, i numerosi progetti che mettono in comunicazione centinaia di migliaia di europei, ogni anno. La dura realtà dell’Europa è però molto più complessa e sfaccettata.

Europei sono il giovane studente universitario sempre con la valigia in mano, il manager in perenne moto tra le capitali economiche del continente o il funzionario che vanta anni di lavoro a Bruxelles. Lo sono però anche quei milioni di persone che per limiti sociali, economici o culturali non si spostano tra i paesi dell’Unione.

I numeri di questa fetta di popolazione europea fanno riflettere. Secondo Eurobarometro e come riportato dallo European Data Journalism Network, sarebbero infatti almeno 190 milioni gli europei che non hanno mai superato i propri confini nazionali, pari a circa il 37% della popolazione totale dell’Ue. L’incidenza percentuale cresce poi se si prendono in considerazione i paesi dell’Europa meridionale e orientale e l’Italia non fa eccezione.

Il 52% degli italiani dichiarano infatti di non essere mai stati all’estero e solo il 16% della popolazione viaggia fuori dal Paese almeno una volta all’anno. Fanno peggio di noi solo Ungheria, Grecia, Portogallo e Bulgaria.

È doveroso ricordare che questi dati sono riferiti all’era pre-Covid ed è abbastanza prevedibile che, almeno per i prossimi anni, il numero di persone che non viaggiano sia destinato ad aumentare.

I numeri ci restituiscono allora una realtà sociale che sfugge alla narrativa mainstream proposta da anni dall’Ue. I principali diritti che ciascuno di noi ottiene in quanto cittadino europeo sono, in effetti, per lo più legati alla mobilità. Così possiamo votare anche in altri paesi, avere assistenza anche presso le ambasciate di altri Stati membri e viaggiare senza controlli alla dogana.

In un momento in cui l’Europa sta ripensando se stessa, a causa delle storiche contingenze che stiamo vivendo, una riflessione su cosa sia e cosa debba essere l’Europa sembra allora particolarmente opportuna sia dal punto di vista sociale, che da quello politico-culturale.

Non è infatti un caso che i cittadini europei che si muovono di meno sono gli abitanti degli Stati con maggiori difficoltà economiche. Viaggiare, così come fare l’Erasmus o andare a lavorare all’estero, nonostante gli sforzi, restano un lusso, a cui non tutti hanno accesso, non solo economicamente, ma anche culturalmente. Il rischio è quindi far percepire anche la stessa cittadinanza europea un lusso, un suppellettile a disposizione di pochi.

Il piano Next Generation Eu, la riforma del sistema delle risorse proprie europee, la creazione di veri e propri beni pubblici europei potrebbero allora contribuire ad inaugurare una nuova stagione anche per la cittadinanza europea.

Se da una parte la mobilità va favorita, ad esempio potenziando programmi come Erasmus+, dall’altra è fondamentale che l’essere europei sia percepito da ognuno come una carta di identità, che descrive le nostre comunità e le persone che ne fanno parte e non come un semplice biglietto per viaggi agevolati. Troppo spesso finora le istituzioni europee hanno quasi ignorato questi 190 milioni di cittadini che sono stati facile terreno di caccia per chi l’Ue ha provato e prova, se non a distruggerla, sicuramente a indebolirla. Ecco dunque che, accanto a nuovi e rafforzati programmi e riforme, a dover e poter cambiare è la narrazione con cui l’Europa presenta se stessa.