Recovery Fund: un’opportunità e una sfida per il Mezzogiorno

Uno scorcio della quasi deserta Sorrento, in mezzo al blocco d'emergenza del coronavirus il 20 marzo 2020. EPA-EFE/CESARE ABBATE

Dopo trattative intense e complicate, i paesi europei hanno approvato la proposta della Commissione Europea sul Recovery Fund: un investimento di 750 miliardi di euro, di cui 390 miliardi di trasferimenti e 360 di prestiti agevolati, denominata evocativamente Next Generation EU. Di questi 750 miliardi, la parte più consistente è stata destinata all’Italia e alla Spagna, i due paesi più colpiti dall’emergenza sanitaria. Per il Belpaese sono previsti oltre 200 miliardi di euro, da investire in base ad un Piano Nazionale che dovrà identificare le grandi priorità ma anche i singoli programmi e progetti.

Il ministro per gli Affari europei, Enzo Amendola, sta lavorando per “presentare il piano nazionale per la ripresa alla Commissione europea entro ottobre, insieme alla legge di bilancio, e non aspettare fino alla chiusura della finestra del 30 aprile 2021″. Il commissario Ue per l’Economia, Paolo Gentiloni, in audizione davanti alle commissioni riunite Bilancio e Politiche dell’Unione europea di Camera e Senato ha sottolineato che la definizione del piano debba essere costruito intorno ad alcune priorità e non a partire da un catalogo di spese.

Una delle sfide decisive è quella di far arrivare gli aiuti ai territori e alle imprese di regioni ultraperiferiche, zone interessate dalla transizione industriale e dallo spopolamento, sia a livello europeo sia a livello italiano. A livello europeo lo strumento identificato per questo scopo è React EU, che rientra nel primo dei tre pilastri di Next Generation EU, per la politica di coesione dopo il 2020: servirà per aprire la strada allo sviluppo economico a lungo termine, facendo in modo che nessun territorio rimanga indietro, con particolare attenzione alle regioni meno sviluppate. Quello della politica di coesione, che mira a ridurre le disparità di sviluppo fra le diverse regioni, è uno dei punti chiave del Recovery Plan. Per far arrivare gli aiuti ai territori più colpiti dalla pandemia, nel quadro del Next Generation Eu, la Commissione europea ha proposto dunque questo pacchetto, acronimo di Recovery Assistance for Cohesion and the Territories of Europe.
A livello italiano, una delle sfide decisive è quella di capire come investire nel Mezzogiorno.

Una delle scommesse dell’investimento di Next Generation EU è quella di ridurre drasticamente il divario territoriale tra Nord e Sud. Uno dei temi cruciali è però il fatto che l’Italia si trova in fondo alla classifica dei paesi europei per capacità di sfruttare al meglio le potenzialità dei fondi strutturali e in questo quadro il Mezzogiorno è in una posizione particolarmente complessa. 

Il Comitato Interministeriale per gli Affari Europei (CIAE), che è assistito da un Comitato Tecnico di Valutazione (CTV) che assicura, nel quadro degli indirizzi del Governo, il coordinamento tecnico tra i soggetti chiamati a partecipare alla fase di formazione degli atti, ha concordato le Linee guida per la definizione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) per i fondi del Recovery Fund. L’area di intervento per l’ “equità e inclusione sociale e territoriale” prevede sei obiettivi e l’attuazione del Piano Sud, con gli incentivi per le assunzioni nel Mezzogiorno.
La crisi economica legata al Covid farà infatti perdere al Mezzogiorno quasi 380 mila posti di lavoro solo nel 2020, anche se il calo del Pil è più accentuato al Centro-Nord che ha risentito in misura maggiore del blocco delle attività produttive per contenere la diffusione della pandemia.

Del resto, è stato proprio l’impatto della pandemia a risultare diverso lungo la nota direttrice Nord-Sud, anche a livello comunitario: la crisi dovuta al coronavirus rischia di approfondire ulteriormente il divario tra il Nord e il Sud dell’Europa, secondo uno studio dell’ISPI. 
Secondo le stime della Commissione Europea, tutta l’Eurozona conoscerà una fortissima contrazione del Pil (in media del 7,7%). Ma se è vero che tutti saranno colpiti duramente la vera differenza starà in una diversa velocità di recupero, e questo vale sia a livello europeo sia a livello italiano. In entrambi i casi, i paesi del sud o le regioni del sud saranno quelli con maggiore difficoltà a riallineare i parametri economici ai livelli pre-crisi.

Anche per quanto riguarda i livelli di occupazione (e di disoccupazione), esattamente come nel caso italiano, anche in Europa si registrava una forbice consistente tra i paesi del Sud e quelli Nord, formiche che rischia di allargarsi ulteriormente proprio per la pandemia.
I dati del Fondo Monetario Internazionale, riportati dallo studio dell’ISPI già citato, fotografano una asimmetria fortissima rispetto al tasso di disoccupazione atteso nel 2020: se in Germania passerà dal 3,2% al 3,9%, per la Francia si prevede un aumento dall’8,5 al 10,4%, per l’Italia dal 10 al 12,7%, e per la Spagna  dal 14,1 al 20,8%. A livello italiano, secondo i calcoli dello Svimez, il calo dell’occupazione nel 2020 dovrebbe attestarsi intorno al -3,5% nel Centro-Nord (circa 600mila occupati) ed intorno al -6% nel Mezzogiorno (circa 380mila occupati). Una cifra quella del Mezzogiorno paragonabile all’impatto subito nel quinquennio 2009-2013.

L’unico modo per arginare questo divario sembra essere quello di concentrare gli investimenti pubblici laddove sono più necessari, e del resto questo è stato il disegno generale dell’accordo raggiunto a luglio dal Consiglio europeo. Sull’importanza che anche a livello italiano, circa il 40% degli investimenti del pacchetto del Recovery Fund siano destinati al Mezzogiorno è stato ribadito oltre che dal Premier Conte, anche da vari esponenti della maggioranza di governo.

In un’audizione effettuata alla Commissione Bilancio della Camera, il direttore della Svimez, Luca Bianchi, ha spiegato che “La variabilità regionale della ripartenza fa esplodere una dinamica già innescata dalla grande crisi del 2008, ma rimasta sotto traccia nella ripartenza del 2015-2018: la caratura “nazionale” della coesione territoriale. Resiste la chiave di lettura Centro-Nord/Mezzogiorno, ma le previsioni per il 2021 mostrano i segnali di una divaricazione interna alle due macro-ripartizioni: le tre regioni forti del Nord ripartono con minori difficoltà; il resto del Nord e le regioni centrali mostrano maggiori difficoltà; un pezzo di Centro scivola verso Mezzogiorno; il Mezzogiorno rischia si spaccarsi tra regioni più resilienti e realtà regionali che rischiano di rimanere “incagliate” in una crisi di sistema senza vie di uscita”.

Per questo, “La differenziazione territoriale dei processi di resistenza allo shock e di ripartenza nel post- Covid pone al governo nazionale il tema della riduzione dei divari regionali come via obbligata alla ricostruzione post-Covid”.

La Svimez ha presentato una simulazione relativa ai possibili effetti sulla crescita del Pil di breve e lungo periodo derivante dall’impiego delle risorse del Recovery Fund. Svimez ha cioè analizzato gli effetti dell’uso dei 77 miliardi a fondo perduto del Recovery Fund usati secondo i diversi parametri. Usando il parametro storico del 22% al Sud e il 78% al Centro Nord, l’impatto sul Pil sarebbe di +3,99% a livello nazionale, di cui +4,3% al Centro Nord e +2,7% al Sud. Con una spesa al 34% al Sud e il restante 66% al Centro Nord il Pil Nazionale salirebbe a 4,38% con un +4,0% al Centro Nord e un +5,5% al Sud.

In generale, “Ogni euro speso al Sud in utility genera un valore aggiunto del 20-23% al Centro Nord” grazie all’aumento della domanda interna, secondo il direttore di Svimez Luca Bianchi.

Parallelamente al lavoro dei singoli governi, anche la Commissione ha avviato la preparazione delle linee guida che aiuteranno gli Stati membri a preparare i loro specifici Recovery plan, o piani di rilancio, nei prossimi mesi. Il board sul Recovery fund, composto dalla presidente Ursula von der Leyen, dai tre vicepresidenti esecutivi (Dombrovskis, Vestager e Timmermans) e dal commissario Paolo Gentiloni, lavora per fornire ai governi indicazioni precise su come perseguire gli obiettivi di Next Generation EU: riconversione verde e digitalizzazione in primis.
Le linee guida saranno presentate nelle prossime settimane e a partire da ottobre  Governi potranno iniziare a presentare i loro piani nazionali, che poi dovranno essere approvati dal Consiglio europeo, così come deciso nella trattativa fiume di luglio.