Il primo State of the Union di Ursula von der Leyen

Ursula Von Der Leyen durante il suo primo state of the union. EPA-EFE/OLIVIER HOSLET

Quello del 16 settembre 2020 è stato il primo discorso sullo Stato dell’Unione di Ursula von der Leyen. Negli anni precedenti si trattava di un appuntamento seguito per lo più dagli addetti ai lavori e dagli appassionati di politica europea, mentre in questo caso ha richiamato molta attenzione mediatica. La ragione probabilmente sta nel fatto che gli eventi degli ultimi mesi hanno fatto capire l’importanza dell’Ue in questa fase così difficile e la risposta coraggiosa del Recovery Fund ha riacceso i riflettori, forse un po’ sopiti, sul futuro dell’Unione. La sala del Parlamento europeo non era piena a causa delle limitazioni dovute al distanziamento sociale, ma in compenso oltre agli altri parlamentari collegati on-line, si sono collegati molti cittadini europei e molti politici.

Il Discorso sullo Stato dell’Unione (Soteu) che viene pronunciato dal Presidente, o dalla Presidente come in questo caso, della Commissione europea dinnanzi al Parlamento europeo è una delle novità del Trattato di Lisbona ed è ispirato all’americano State of the Union Address (abbreviato Sotu). Il primo Soteu è stato pronunciato dall’allora Presidente della Commissione Barroso il 7 settembre 2010 e non era stato memorabile. Quello del 16 settembre 2020 è stato il primo discorso sullo Stato dell’Unione di Ursula von der Leyen ed è stato un discorso che ha toccato molti temi, dal piano per la ripresa alla sanità, dal tema migratorio alla necessità di introdurre un salario minimo in tutti i Paesi.

“Il popolo europeo sta ancora soffrendo, è un periodo di ansia, sono preoccupati di come sbarcare il lunario, la pandemia e l’incertezza non sono ancora superati e la ripresa è ancora in fase iniziale; la nostra priorità è superare questa fase”, ha detto la presidente.
Come ha spiegato Roberto Castaldi su questo giornale, “Von der Leyen ha tracciato un programma di lavoro ambizioso rispetto a tutte le principali politiche dell’Unione. Ha rivendicato i risultati raggiunti nella risposta alla pandemia con il lancio del piano Next Generation Eu, che include il Green Deal, il Recovery Fund, il Sure, e molti altri strumenti, con le transizioni ambientale e digitale come priorità complessive. Per von der Leyen questa rapida ed efficace risposta rappresenta un salto di qualità ed è la dimostrazione che l’Unione può funzionare, a patto che gli Stati membri siano pronti ai necessari compromessi e ad una adeguata condivisione di sovranità. Una condizione però tutt’altro che scontata e non sempre presente”.

La crisi del coronavirus ha fatto capire quanto gli europei siano vulnerabili ma allo stesso ha permesso che si riscoprisse l’importanza dell’Ue. Da subito, la Commissione si è mossa su due fronti paralleli: in primo luogo quello della risposta alla crisi, che ha visto lo straordinario risultato del Recovery Fund approvato dai Capi di Stato e di Governo a luglio, e in secondo luogo quello della ricerca di un vaccino. 
Su questo fronte, la Commissione ha siglato degli accordi importanti con diverse case farmaceutiche per finanziare la ricerca di una cura e ha sempre ripetuto che il vaccino dovrà essere disponibile per tutti: non solo per tutti gli europei, ma tutti gli esseri umani. Insieme al movimento statunitense Global Citizen, l’esecutivo dell’Ue aveva ad esempio sponsorizzato una raccolta di fondi globale e il coordinamento per aumentare gli sforzi per contrastare l’epidemia con un grande concerto virtuale a cui avevano aderito Shakira, i Coldplay, Miley Cyrus e  Jennifer Hudson tra gli altri.

Nel corso del Soteu von der Leyen ha annunciato che nel 2021 ci sarà un vertice globale sulla sanità, in Italia, organizzato con il presidente del Consiglio Giuseppe Conte nel quadro della presidenza italiana del G20, “per dimostrare che l’Europa c’è per proteggere i cittadini”. Notizia subito rilanciata anche dallo stesso Conte e dal Ministro della salute Speranza. 
La Presidente ha anche sottolineato la necessità di costruire un’Unione Europea della Salute più forte, recriminando però sul fatto che gli Stati membri abbiano deciso quasi di abbandonare il programma EU4Health che era stato inserito nella proposta della Commissione sul Recovery Fund: l’agenda sanitaria dell’Ue nel prossimo bilancio settennale è stata compromessa dai pesanti tagli al programma EU4Health, che avrebbe dovuto ricevere un finanziamento di 9,4 miliardi di euro secondo la proposta della Commissione, e che è invece stato ridotto a soli 1,7 miliardi di euro dopo le pressioni dei cosiddetti paesi frugali, Austria, Danimarca, Paesi Bassi, Svezia.

Ha poi rilanciato l’idea di ripensare la competenza sanitaria, attualmente nelle mani degli Stati membri. Ad aprile, la commissaria europea per la salute Stella Kyriakides ha già evidenziato i limiti strutturali dell’azione della Commissione durante la pandemia, in un momento in cui i cittadini europei, spesso ignari di come sono ripartite le competenze tra istituzioni europee e Stati membri, chiedevano maggiori risposte proprio all’Europa. Ridiscutere le competenze in materia di sanità pubblica “è un compito nobile e urgente per la Conferenza sul futuro dell’Europa”, ha affermato von der Leyen.
Un ulteriore passo da compiere sulla strada verso un’Unione Europea della salute più forte è il rafforzamento dell’agenzia europea per i medicinali (Ema) e dell’agenzia per le malattie infettive (Ecdc), attualmente sottofinanziate. Accanto ad esse, dovrebbe essere creata un’ulteriore agenzia sul modello dell’americana Barda, perchè “Abbiamo bisogno di uno stoccaggio strategico per affrontare la dipendenza della catena di fornitura da paesi terzi”. Del problema della dipendenza delle forniture mediche dall’estero ci si è subito resi conto, sia per quanto riguarda la fornitura delle mascherine, sia per la questione più sostanziale della produzione farmaceutica: l’idea ora è di riportare in Europa la produzione di principi attivi per i farmaci che saranno proposti nella prossima strategia farmaceutica dell’Ue.

Un’altra grande sfida per l’Unione di oggi e di domani è quella del clima. Nel corso del suo discorso, von der Leyen si è soffermata sul legame tra il piano di ripresa Next Generation Eu e la sfida climatica: “Abbiamo a cuore la missione di diventare il primo continente a emissioni zero entro il 2050”, ha ricordato, annunciando che il 37% delle risorse verrà speso per gli obiettivi del Green Deal. “Insisterò sul fatto che i piani di ripresa ci aiutino a spingere l’Europa in avanti verso il mondo di domani”, ha assicurato. Un obiettivo certamente importante che ha bisogno di misure urgenti per poter essere realisticamente centrato. Il principale step intermedio è quello della riduzione del 55% delle emissioni di gas serra entro il 2030, nell’ambito del Green Deal.

“La nostra valutazione d’impatto mostra chiaramente che la nostra economia e l’industria possono farcela”, ha spiegato von der Leyen, dicendo che i Paesi dell’Ue sono già riusciti a ridurre le emissioni del 25% dal 1990 e a far crescere l’economia di oltre il 60%. La differenza oggi, ha detto, è che l’Europa ha ora la tecnologia, l’esperienza e la potenza di fuoco finanziaria necessarie per far sì che ciò avvenga, con un bilancio Ue di 1,8 trilioni di euro. “Siamo leader mondiali nella finanza verde e siamo il più grande emittente di obbligazioni verdi al mondo”, ha sottolineato von der Leyen, annunciando che il 30% dei 750 miliardi di euro del fondo di recupero dell’Ue sarà raccolto attraverso obbligazioni verdi.

Raggiungere questo obiettivo non sarà facile. Esso rappresenta anche “una sfida significativa per gli investimenti” in energia pulita che dovranno aumentare di “circa 350 miliardi di euro all’anno” per raggiungere il nuovo obiettivo del 2030. E mentre molti grossi gruppi industriali sono favorevoli al nuovo obiettivo del 55% di emissioni, altri sono più cauti e spaventati. La stessa cosa vale per gli Stati: a luglio, un gruppo di sei paesi dell’Est ha scritto una lettera alla Commissione, chiedendo all’esecutivo dell’Ue di proporre obiettivi climatici “realistici” che tengano conto “dei reali costi sociali, ambientali ed economici” della transizione. Per alcuni gli obiettivi proposti dalla Commissione sono troppo ambiziosi e per altri non lo sono abbastanza ma “Il raggiungimento di questo nuovo obiettivo ridurrà la nostra dipendenza dalle importazioni di energia, creerà milioni di posti di lavoro extra e dimezzerà l’inquinamento atmosferico”, ha sostenuto von der Leyen.

Il 2030 non sarà un anno decisivo solo per misurare l’impatto dell’azione europea sul clima, ma anche per quella sulla trasformazione digitale. La Commissione europea investirà il 20% del Recovery Fund, vale a dire circa 150 miliardi sui 750 totali, proprio in questo settore, ha spiegato von der Leyen nel suo primo discorso sullo Stato dell’Unione. Anche in questo caso la strategia è quella di definire gli obiettivi che l’Ue vorrà raggiungere entro il 2030, tenendo conto di ciò che distingue l’approccio europeo su questi temi rispetto a quello americano e cinese: diritto alla privacy, alla libertà di espressione, al libero flusso di dati e alla sicurezza informatica. 

Per quel che riguarda l’economia dei dati, la grande sfida economica del presente e del prossimo futuro, l’Unione europea è in grave ritardo rispetto agli Stati Uniti ma esattamente il giorno prima del discorso Soteu è ufficialmente nato il progetto infrastrutturale Gaia-X, il progetto europeo per raggiungere la sovranità digitale nel campo delle infrastrutture cloud: l’idea è quella di consentire alle aziende del Vecchio Continente di smarcarsi dal controllo di giganti come Amazon, Microsoft, Google e Alibaba.
Le sfide però sono tante, dall’intelligenza artificiale, all’estensione della banda larga nelle aree rurali, dallo sviluppo del 5G alla nuova regolamentazione Ue sui computer ad alte prestazioni  (con un budget di 1 miliardo di euro, di cui metà dalla Commissione, metà dagli Stati membri, EuroHpc acquisterà nuovi computer ad alte prestazioni e li installerà in Europa in modo che entro il 2021, due delle cinque macchine più veloci del mondo siano in Europa).

Un ultimo grande filone del discorso sullo State of the Union è stato quello della salvaguardia deviatori fondanti dell’UE. Von der Leyen ha tenuto per la parte conclusiva del suo intervento uno dei messaggi più forti,  quello sui “valori europei”.
Ha affrontato l’argomento inizialmente criticando la mancanza di solidarietà nei confronti della Grecia nella condivisione degli oneri migratori, riconoscendo che la crisi migratoria del 2015 “ha causato molte profonde divisioni tra gli Stati membri – e alcune di queste cicatrici che ancora oggi non sono del tutto guarite”. L’esecutivo dell’Ue vuole abolire il cosiddetto “regolamento di Dublino” che affida la responsabilità delle domande di asilo al paese “di primo ingresso” e dovrebbe presentare il 23 settembre un nuovo patto per l’immigrazione da sottoporre ai paesi membri, che avrà “strutture comuni per l’asilo e il rimpatrio” e conterrà “un nuovo forte meccanismo di solidarietà”. Se è vero che “Dobbiamo fare una chiara distinzione tra chi ha diritto di rimanere e chi non ha diritto di rimanere”, ha detto, allo stesso tempo non possiamo mettere in discussione il principio per cui “il salvataggio in mare è obbligatorio e non facoltativo”.

I Paesi che si rifiutano tassativamente di accogliere i migranti, soprattutto Polonia e Ungheria, sono anche quei Paesi in cui è sotto attacco lo stato di diritto. La nostra Unione è “ancorata ai nostri valori fondatori, alla nostra democrazia e alla nostra Comunità di Diritto – come la chiamava Walter Hallstein”, il primo presidente della Commissione della Comunità economica europea. Lo stato di diritto “non è un termine astratto. Lo Stato di diritto aiuta a proteggere le persone dal dominio dei potenti. È il garante dei nostri più elementari diritti e delle nostre libertà quotidiane”, ha detto von der Leyen. Per questo, entro la fine di settembre, la Commissione adotterà il primo rapporto annuale sullo stato di diritto in tutti gli Stati membri, anche per fare in modo che i fondi di NextGenerationEU e del bilancio comune siano messi al riparo da qualsiasi tipo di frode, corruzione e conflitto di interessi: “Questo non è negoziabile”, ha chiosato. Il tema purtroppo però è molto complesso e la famosa procedura di infrazione per la mancanza di rispetto dello stato di diritto è ostacolata dal meccanismo decisionale del Consiglio europeo che rappresenta gli interessi degli Stati membri. Il riferimento implicito a quanto avviene in Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Bulgaria è risuonato nella frase “I valori europei non sono in vendita”.

Gli episodi degli ultimi mesi in tema di razzismo hanno portato all’annuncio del fatto che la Commissione nominerà il primo coordinatore in assoluto sull’antirazzismo: “Dov’è l’essenza dell’umanità quando costumi di carnevale antisemiti sfilano apertamente per le nostre strade? Dov’è l’essenza dell’umanità quando ogni singolo giorno i Rom sono esclusi dalla società e altre persone sono escluse semplicemente a causa del colore della loro pelle o del loro credo religioso? [….]Voglio essere chiara: le “zone Lgbtqi free” sono zone libere dall’umanità. E non hanno posto nella nostra Unione”.

In tema di salvaguardia dei valori europei nel mondo, “gli Stati membri dicono che l’Europa è troppo lenta, io rispondo loro di essere coraggiosi e di passare finalmente al voto a maggioranza qualificata”, ha detto. Questo permetterebbe all’UE di agire su più questioni senza il processo sempre più oneroso di assicurare l’unanimità delle decisioni tra i 27 Stati membri dell’UE, come nel caso della discussione sulle sanzioni alla Bielorussia, alla Turchia o alla Russia. La Presidente Von Der Leyen ha anche chiesto un urgente rilancio del sistema multilaterale globale e che l’UE sia all’avanguardia in questo senso, poiché “le grandi potenze si ritirano dalle istituzioni internazionali o le prendono in ostaggio per i propri interessi”.

Un discorso nel complesso evocativo e ambizioso quello di von der Leyen ma allo stesso tempo un discorso che non ha davvero messo in discussione l’attuale architettura istituzionale dell’Ue. Pur avendo ricordato alcuni limiti, come nel caso dell’immigrazione o nel meccanismo dell’unanimità nelle decisioni di politica estera. Come ha scritto Roberto Castaldi nel suo commento al discorso, “nessuna rilevanza è stata data alla Conferenza sul futuro dell’Europa, richiamata solo auspicando che rafforzi le competenze sanitarie dell’Unione. Quasi nessun cenno al tema delle risorse proprie e della fiscalità europea, un tema cruciale per il futuro dell’Unione e su cui il Parlamento europeo auspica un’iniziativa della Commissione”.

Sempre Castaldi ha spiegato che “non ha fatto alcun riferimento alla riforma dei Trattati, come se il quadro istituzionale non fosse la ragione per i passati fallimenti dell’Unione su molti dei temi rispetto ai quali ha proposto ambiziosi obiettivi. Come se l’unanimità non si fosse già dimostrata in passato un ostacolo insormontabile rispetto a temi cruciali come la fiscalità, la politica estera, lo stato di diritto e molti altri casi. Come se l’Unione disponesse delle competenze e dei poteri necessari per raggiungere gli obiettivi indicati dalla von der Leyen”. 

L’opinione pubblica europea, dopo molto tempo, è tornata a guardare con fiducia all’Europa, soprattutto grazie a quello che la Commissione è riuscita a fare nel frangente della pandemia. Nonostante però la drammaticità della situazione, e nonostante il risultato finale, non ci possiamo dimenticare che i negoziati di luglio tra i capi di Stato europei sono stati non solo lunghissimi ma anche faticosissimi. Solo in quel caso, dato che la posta in gioco era così alta, i cittadini hanno seguito il resoconto mediatico delle negoziazioni, delle lunghe trattative, dei veti incrociati, delle concessioni e dei compromessi da raggiungere. Il problema è che però, dietro alle mura della sala del Consiglio, il meccanismo decisionale è sempre quello. Per ogni tema, per ogni risoluzione, per ogni decisione o non-decisione, bisogna mettere d’accordo 27 Capi di Stato che rappresentano ciascuno l’interesse del proprio paese e che sono inoltre influenzati dalla propria appartenenza politica. 
Dopo la decisione che ha portato alla nascita di Next Generation Ee,  i cittadini europei verosimilmente si aspetteranno nel prossimo futuro che l’Unione Europea sia nuovo all’altezza di quella decisione e quella del discorso sullo Stato dell’Unione sarebbe forse potuta essere una buona occasione per sfidare il tabù della riforma dei Trattati.