Vestager: “Perché dovremmo ricostruire il vecchio mondo se ce ne serve uno nuovo?”

La vice-presidente esecutiva della Commissione europea Margrethe Vestager. [EPA-EFE/OLIVIER MATTHYS / POOL Pool]

Nessuno Stato membro, nessuna persona, nessuna famiglia è abbastanza forte da sola. Uniti, siamo più resistenti. Lo ha spiegato Margrethe Vestager, vice-presidente esecutivo della Commissione europea, in un’intervista per EURACTIV Polonia.

 

Quali lezioni traiamo dalla crisi del coronavirus?

La lezione più importante è basilare in natura: che puoi aiutare te stesso solo aiutando gli altri. Che possiamo riprenderci solo se ci riprendiamo insieme. E questo vale per tutto quello che affrontiamo. La cosa triste è che sembra davvero difficile ricordarci questa semplice verità. Perciò dobbiamo impararla di nuovo ogni volta.

Allo stesso tempo, questa crisi ha dimostrato che possiamo contare gli uni sugli altri. È stato un periodo difficile per così tante persone, ma è stato confortante vedere quanto ci si sia aiutati tra noi, quanta gente abbia voluto assistere persino chi non conosceva portando a spasso i cani, facendo la spesa, cercando di soddisfare le necessità di base.

E, naturalmente, c’è il personale sanitario, ma anche tante altre persone di cui magari non ci ricordiamo tutti i giorni: chi lavora nei trasporti, nella raccolta dei rifiuti, nella pulizia delle strade, chi sta alla cassa nei negozi. Spero che il rispetto verso questi compiti essenziali, che prima davamo per scontato, resterà anche dopo la fine della pandemia.

Quali sono le più grandi criticità che la crisi del coronavirus ha rivelato riguardo l’integrazione europea, riguardo questa solidarietà appena menzionata?

È stato doloroso, nelle prime settimane dell’emergenza sanitaria, vedere i Paesi chiudere i confini, imporre divieti alle esportazioni, assistere a code lunghe fino a 40 chilometri alle frontiere. È stato triste vedere che, tra vicini, non ci si aiutava quando qualcuno era in difficoltà. Credo che sia importante ricordare che queste ferite non si sono ancora rimarginate.

Se non dovessimo trovare un modo di realizzare insieme la ripresa, queste ferite potrebbero infettarsi di nuovo.

Abbiamo imparato un’altra lezione: che l’Europa necessità di competenze comuni quando si tratta di salute. La mancanza di un organo sovranazionale ci ha rallentati nella risposta al virus, perché all’inizio ogni Paese è stato lasciato da solo. Questo non può accadere di nuovo.

Sono solo i Paesi sono stati lasciati indietro, ma anche milioni di persone in Europa e nel mondo. Le crisi tendono a lavorare come catalizzatori di processi che sono già in corso. Quale impatto ha avuto, secondo Lei, la pandemia sull’attuale stato della globalizzazione – la cosiddetta globalizzazione 4.0 o rivoluzione industriale 4.0?

Una delle cose che abbiamo scoperto in modo doloroso è stata che non è possibile avere un solo fornitore… quando quell’unico che abbiamo chiude. Ce ne siamo accorti col paracetamolo, che è prodotto quasi esclusivamente in India, ma anche con le mascherine e l’equipaggiamento protettivo su cui la Cina ha il maggior potenziale produttivo. Penso che ci sarà una tendenza a spostare la fabbricazione più vicino all’Europa, magari anche all’interno, ma credo che penseremo anche al multisourcing.

Questo processo era già in corso prima della crisi, in quanto le tecnologie digitali, la robotica e l’automazione avevano cominciato a muovere i siti di assemblaggio più vicini alla sede, perché gli stipendi stavano diventando sempre meno cruciali. Le macchine avevano cominciato a fare quello che prima facevano le persone. Era una tendenza iniziata lentamente che ora potrebbe accelerare. Al tempo stesso, l’approvvigionamento da più fonti può garantire maggiore resilienza.

Quello che la crisi non dovrebbe cambiare è la cooperazione con gli altri Stati. Spero che continueremo a collabrorare con altri Paesi per combattere il cambiamento climatico, prevenire un’ipotetica futura pandemia, trovare una cura e un vaccino contro quella che stiamo affrontando ora.

Avere un solo fornitore può essere rischioso in caso di problemi. Come approccio alternativo, alcuni Stati hanno pensato a misure protezionistiche – dalla Bulgaria alla Repubblica Ceca, fino alla Francia. Può essere una strada giusta, per evitare future difficoltà?

In Europa abbiamo un’economia sociale di mercato, un sistema sanitario universale, un accesso complessivo ai nostri sistemi educativi. Questo è un privilegio. Il paradosso è che ce l’abbiamo perché gran parte della nostra prosperità deriva dai rapporti con Paesi al di fuori dell’UE. Perciò abbiamo bisogno di questa “autonomia aperta”. Siamo il blocco commerciale più grande del mondo, un partner importante per oltre 80 Paesi sul pianeta. Non andremo molto lontano se vogliamo rinchiuderci nel nostro continente. Abbiamo ancora bisogno degli altri.

Ma in questa cooperazione dobbiamo essere molto più assertivi riguardo chi siamo e cosa possiamo fare. L’Europa ha tanto da offrire, affermarlo ci metterebbe in una posizione di forza.

Lei in prima persona è il simbolo dell’assertività europea. Al momento ci sono dei problemi nel trovare i consensi per la tassazione sul digitale, sia in Europa che con i partner esteri, come gli Stati Uniti. Donald Trump ritiene che tassare i giganti della tecnologia sia un trattamento ingiusto nei confronti delle compagnie americane. Come risponde a questo approccio?

Non possiamo rispondere a questo problema senza prima ricordare che ci sono tantissime compagnie che pagano le tasse. Lavorando duramente per generare profitti, e ci pagano sopra le dovute tasse. Sono poche quelle che non lo fanno, e questa è l’ingiustizia di cui ci dovremmo occupare. Perciò dobbiamo trovare un consenso globale, questa sarebbe la soluzione ideale. Se non ci si può arrivare, credo sia importante per l’Europa affrontare il problema al suo interno.

Questa tassazione è stata proposta come una possibile fonte di ricavi per l’UE, insieme a quella sulle transazioni finanziarie e ai dazi sui beni prodotti con standard di emissione inferiori a quelli europei. Questo potrebbe essere un argomento per convincere anche i “frugali”.

Abbiamo inventato questo nuovo modello di finanziamento della ripresa. Invece di avere un gruppo di Stati membri che effettua più prestiti, sono le istituzioni comunitarie a farlo. Ma vorremmo anche fornire parte di questi prestiti a fondo perduto, dato che alcuni Stati membri hanno molto debito. Non sarebbe vantaggioso aggiungere altro debito a chi ne ha già. Ma quando fai questa operazione, devi sapere in che modo recuperare i soldi che fornisci. Ci sono tre modi differenti per farlo: gli Stati possono pagare di più per il prossimo budget, oppure lo stesso sarà notevolmente inferiore, o infine l’UE dovrebbe avere più risorse proprie per coprire le spese.

La tassazione sul digitale è uno dei meccanismi per una ripresa forte e rapida. Ne abbiamo bisogno anche per motivi geopolitici: dopo la crisi finanziaria, la Cina e gli Stati Uniti hanno recuperato più in fretta dell’Europa. Ora dobbiamo fare del nostro meglio per non rimanere indietro rispetto agli altri.

Lei ha parlato di un consenso maggiore per procedere con la digital tax al di fuori dell’UE. Ma qual è l’orizzonte temporale? Se l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) non lo trova, quando vorreste avere questa tassazione attiva in Europa?

La presidente della Commissione Ursula von der Leyen è stata molto chiara: se non c’è il consenso nell’Ocse, dovremmo preparare la proposta entro fine anno. Non so se avremo più tempo per via della crisi del Covid, ma abbiamo un piano temporale preciso. Poi naturalmente ci saranno le negoziazioni con gli Stati membri e con il Parlamento europeo.

A proposito di Cina e Stati Uniti: le compagnie in Europa devono affrontare la difficoltà di avere 27 differenti sistemi di tassazione e regolamentazione e 24 lingue diverse. Come possono essere competitive a livello globale le imprese europee senza il supporto di tutte le misure possibili, cosa che avviene nel mercato cinese e americano?

Sono d’accordo che la cosa migliore da fare per le imprese europee sia assicurarci che il mercato unico funzioni, perché la più grande differenza tra Stati Uniti, Cina ed Europa è che loro hanno una sola lingua e meno barriere amministrative. Credo che la cosa più importante sia lavorare alla creazione di un mercato unico che funziona. L’ultima misura presa è la creazione di una task force con gli Stati membri, che rilevi tutte le barriere che impediscono il funzionamento del mercato unico e che si confronti con i Paesi coinvolti.

Lei ha dichiarato che le differenze negli aiuti di stato “distorcono il mercato unico e complicano la ripresa”. D’altra parte, con gli aiuti, i Paesi non solo salvano le compagnie locali, che spesso hanno un alto valore simbolico, come può essere Lufthansa per la Germania. Soprattutto, queste compagnie che si trovano in difficoltà daranno lavoro alle persone in futuro.

Certo, ci sono molti lati positivi agli aiuti di stato che stanno venendo erogati attualmente. Il problema è l’immensa differenza tra le possibilità dei diversi Stati membri. Alcuni possono offrire aiuti, altri non riuscirebbero nemmeno a raggiungere il minimo necessario. Così si rischia la frammentazione del mercato unico e, quindi, il suo fallimento. Questa è una delle ragioni per cui abbiamo proposto il “solvency support instrument”, cosicché noi europei ci prendiamo carico del rischio per gli investitori privati di investire in compagnie sane con sede in Stati colpiti duramente che potrebbero non avere i fondi per supportarle.

Cosa ne pensa delle condizionalità degli aiuti europei e sui fondi basati sulla rule of law e la sostenibilità a livello climatico?

Penso che entrambe le cose siano importanti, anche se diverse. La rule of law è fondamentale in sé, così ogni cittadino sa che riceverà lo stesso trattamento di ogni altro. Ma anche per le nostre economie, perché le compagnie sanno che possono rivolgersi al tribunale se dovesse accadere qualcosa e ricevere un trattamento equo. La rule of law è un sistema completamente integrato nella democrazia e credo fermamente che lo sia anche nella partecipazione all’Unione Europea. Non come uno schema per far fare la stessa cosa a tutti, ma come un impegno a un sistema giuridico indipendente.

Quando si parla di condizioni sostenibili, si parla del futuro. Si tratta di quello che vogliamo ottenere insieme come europei. Quando spendiamo fondi comuni, dovremmo farlo per raggiungere i nostri obiettivi strategici. Perché dovremmo ricostruire il vecchio mondo quando ce ne serve uno nuovo? Il rischio è quello di pagare il doppio. Ecco dove potremmo utilizzare il solvency support instrument: possiamo chiedere alle compagnie di rendere la loro attività più ecologica, minimizzare l’uso di elettricità e simili. Così possiamo ottenere quello che ci siamo prefissati tramite i prestiti, gli investimenti, le concessioni che diamo.

Riguardo il Green Deal europeo, una domanda generale ma molto importante. Secondo Lei, come dovremmo conciliare la competitività economica dell’Unione Europea e dei suoi Stati membri con la giustizia sociale e la preoccupazione per l’ambiente?

Noi vogliamo vivere in un’Unione dove ogni Stato membro, in un modo o nell’altro, ha un salario minimo. Può essere stabilito in molti modi diversi, ma siamo d’accordo che ci deve essere.

Allo stesso tempo, dobbiamo contribuire al bilanciamento dell’agricoltura. È importante perché speriamo tutti di avere prodotti sani da mangiare, ma anche aria e acqua pulite.

Per rendere il nostro sistema duraturo dobbiamo ascoltarci e comprendere che quando gli altri non sono d’accordo con noi, non è perché non accettano la nostra visione ma che può essere difficile vedere la strada per arrivarci. In questi processi dove investiamo insieme e ci riprendiamo insieme, dobbiamo essere sicuri che gli altri non si spaventino e temano che il cambiamento sia troppo. Dobbiamo arrivarci passo per passo.

Il tema della giustizia sociale è incentrato sulla disoccupazione, povertà e disuguaglianze. C’è l’automazione, la digitalizzazione, che implicano non solo innovazione e sviluppo, ma anche perdita di lavoro. Come possono affrontare la sfida il Recovery Plan e il Quadro Finanziario Pluriennale?

Quando una nuova tecnologia e un nuovo modo di fare le cose creano lavori, non necessariamente richiedono le stesse competenze di chi viene sostituito. Ecco perché l’educazione è così importante. Dobbiamo imparare da questo esperimento senza precedenti, fare tutto attraverso il digitale. Poi dobbiamo riutilizzare quello che impariamo per creare un piano di educazione per gli Stati membri. Un piano che insegni qualcosa di nuovo non solo ai giovani, ma alle persone di ogni età, se il lavoro che facevano sta sparendo.

La seconda cosa è che la parte principale del Next Generation EU è per gli Stati membri. Quello che facciamo è consegnare i fondi per ciascuno Stato, ma anche un piano per come usarli basato su una serie di consigli: come far funzionare l’economia e il lavoro, i piani nazionali e la strategia ecologica, la salvaguardia della biodiversità. Il Just Transition Fund serve ad aiutare le regioni che utilizzano ancora il carbone nella transizione, cosicché siano minimizzate le conseguenze sociali. Con questo approccio, ogni Paese può avere un piano relativo alle sue specifiche esigenze, invece che fare le cose in modo caotico, lento ed esclusivo.

Più in generale, quali sono le sfide che attendono il piano della Commissione europea, Next Generation EU?

Next Generation EU significa che quello che facciamo ora non è solo per ricostruire, ma anche per rinnovare. Abbiamo promesso alle generazioni future di combattere il cambiamento climatico, modernizzare la nostra società con strumenti digitali e far funzionare l’economia per tutti.

Spero che riusciremo a imparare una cosa da questa situazione terribile della pandemia: che uniti siamo più forti. Nessuno stato singolo, nessuna persona, nessuna famiglia lo sono abbastanza da soli. Può sembrare banale, ma sono sicura che sia vero.