Le restrizioni anti-Covid hanno portato a una “intollerabile ostilità” nelle regioni di confine

Frank Scherer, presidente dell'Eurodistretto Strasburgo-Ortenau, sulla chiusura delle frontiere durante la pandemia: "Non bisogna sottovalutare il danno emotivo causato da tali misure".

La pandemia ha ricacciato l’Europa nell’epoca dei confini, con nuove barriere presidiate da polizia e militari e controlli di identità alle frontiere. La libertà di movimento, pietra angolare dello stile di vita europeo, è scomparsa. In questo contesto le regioni transfrontaliere, chiamate ‘Eurodistretti’, hanno giocato un ruolo speciale, spiega Frank Scherer in un’intervista a EURACTIV Germania.

Frank Scherer è il presidente dell’Eurodistretto Strasburgo-Ortenau e amministratore distrettuale di Ortenau, nello stato tedesco del Baden-Würtennberg, al confine con la Francia.

Signor Scherer, i governi locali delle regioni di confine sono stati sufficientemente coinvolti nelle varie fasi della lotta alla pandemia, come la chiusura e il controllo delle frontiere?

Durante la prima fase di pandemia nella primavera del 2020, alcune questioni essenziali sia da parte tedesca che francese, come l’introduzione dei controlli alle frontiere, sono state affrontate esclusivamente a livello nazionale, senza il coinvolgimento dei politici locali. Siamo stati informati delle decisioni solo con un breve preavviso. Ciò ha portato non solo a notevoli problemi organizzativi, ma anche a irritazione e frustrazione. La vita quotidiana delle persone qui è di per sé transfrontaliera. Su mio suggerimento, il Consiglio dell’Eurodistretto di Strasburgo-Ortenau si è rivolto ai rappresentanti dei governi federale e statale già nell’aprile 2020, con una risoluzione che chiedeva un migliore coordinamento franco-tedesco e una migliore considerazione delle esigenze della nostra regione di confine. Penso che sia stato anche grazie a questa unità che siamo stati in grado di ottenere in breve un ragionevole allentamento delle restrizioni, e a impedire una nuova chiusura delle frontiere nell’autunno del 2020. In consultazione con il nostro ministro degli interni e i nostri colleghi francesi, sono stato anche in grado di garantire che le nostre unità di crisi fossero collegate in rete attraverso le frontiere in modo molto poco burocratico. Ora la comunicazione è corretta.

Quale ruolo possono svolgere in futuro i governi locali delle regioni di confine?

Il grande vantaggio degli eurodistretti è la vicinanza alle persone nelle regioni di confine. Sappiamo cosa fanno nella vita quotidiana transfrontaliera e siamo ben collegati con le autorità e gli attori politici su entrambe le sponde del Reno. Ecco perché dobbiamo essere coinvolti fin dalle prime fasi – ed è per questo che gli eurodistretti devono essere rafforzati in futuro, fino ad avere la responsabilità sulla gestone, ad esempio, dei trasporti pubblici transfrontalieri. Siamo i portavoce e i mediatori delle persone che fanno affidamento sulle libertà europee fondamentali nella loro vita quotidiana a cavallo delle frontiere.

Quali effetti hanno avuto le chiusure dei confini e i posti di blocco sulle persone delle regioni transfrontaliere?

Naturalmente, questo ha provocato importanti problemi organizzativi, finanziari e interpersonali. Nel solo eurodistretto di Strasburgo-Ortenau, circa ottomila persone transitano ogni giorno attraverso il confine per motivi professionali e privati. Inoltre, i regolamenti sono stati spesso diffusi solo in una lingua e in tarda primavera, e c’era un sistema burocratico confuso per i moduli richiesti. Anche il danno emotivo causato da tali misure non deve essere sottovalutato. Ci sono state ostilità insopportabili tra tedeschi e francesi. C’era una grande incertezza e un sentimento di divisione tra la popolazione su chi avrebbe dovuto continuare a goder delle libertà fondamentali europee e chi no. È una cosa che non deve accadere di nuovo.

Esiste ancora il potenziale per un maggiore coordinamento a livello dell’UE, ad esempio tramite il Comitato delle regioni?

Migliorare il coordinamento e la comunicazione è per me un compito continuo a tutti i livelli. Per quanto riguarda quello comunitario, noi nelle regioni di confine siamo i primi ad avvertirne gli effetti quando le direttive e le normative europee vengono attuate o applicate in modo diverso negli Stati membri. Ciò può creare ostacoli per le attività transfrontaliere quotidiane. Inoltre, manteniamo anche un vivace scambio di informazioni a livello dell’UE riguardo ai progetti messi in opera nelle varie regioni. Nell’ambito del Comitato europeo delle regioni, ad esempio, abbiamo presentato la nostra linea di autobus transfrontaliera Erstein-Lahr, pietra miliare della cooperazione, come progetto pilota nel campo della mobilità transfrontaliera negli ultimi anni.

Come si potrebbe espandere il concetto degli eurodistretti? E quali lezioni si possono trarre dalla pandemia?

Una lezione è la necessità di ottimizzare l’organizzazione strutturale della cooperazione franco-tedesca, in cui gli eurodistretti, in qualità di importante attore politico regionale, devono essere coinvolti in modo coerente e in una fase iniziale. Inoltre, la sfera d’azione degli eurodistretti deve essere ampliata. Lo strumento appropriato per questo è già sul tavolo: il Trattato di Aquisgrana prevede esplicitamente di attribuire agli eurodistretti delle competenze proprie, oltre a fondi in loro favore, procedure accelerate e la possibilità di concedere esenzioni fiscali. Anche nel Baden-Württemberg il governo è ancora troppo cauto. In particolare nel settore del trasporto pubblico transfrontaliero deve essere fatto molto di più, e lo si potrebbe fare se l’accordo di Aquisgrana fosse attuato in modo coerente e con entusiasmo.