Recovery Plan e fine dell’unanimità: le ricette per ripartire in Europa

L'On. Sandro Gozi

Abbiamo intervistato l’On. Sandro Gozi, Parlamentare Europeo (Renew Europe) e Presidente dell’Unione Europea dei Federalisti.

Onorevole Gozi, l’emergenza pandemica ci ha colto di sorpresa, sconvolgendo le nostre vite. Ma ha anche provocato una reazione senza precedenti da parte di un’Unione Europea fino allo scorso anno molto timida. Qual è il significato storico del Next Generation EU?

L’Europa è stata ben presente e non si è limitata a gestire la crisi, rimanendo nel contesto dato, ma cambiando contesto. Il Next Generation EU ha significato cambiare il contesto politico e finanziario dell’Unione Europea, che non si è limitata a ripensare gli strumenti esistenti ma ha introdotto un piano d’intervento straordinario. In particolare, ha introdotto questo Dispositivo di Resilienza e di Ripresa che è veramente un passo in avanti importante. Il tutto in una duplice logica di essere più solidale e più efficace nel rispondere immediatamente alla crisi con aiuti immediati ai territori e ai disoccupati, permettendo ai governi di intervenire in maniera massiccia a livello pubblico e allo stesso tempo indicando grandi progetti come il digitale e l’ecologia.

A cosa dovrebbero essere indirizzate le sue risorse nei singoli Piani Nazionali?

Quasi il 30 per cento delle risorse del Next Generation EU è destinato al nostro paese; il successo del piano europeo dipende dal successo italiano. Mai come questa volta l’Italia gioca per sé e per l’Europa. Credo che ci siano tre priorità dal punto di vista italiano: primo, il tema delle diseguaglianze. Diseguaglianze sociali, territoriali e tra generazioni. Inoltre, il Recovery Plan non può trascurare due grandi progetti di futuro che sono la transizione ecologica e digitale, che implicano anche una forte innovazione amministrativa. Occorre lottare per l’innovazione nel personale amministrativo (che è poi anche una risposta al tema generazionale) e nella giustizia, perché l’Italia deve riformarla nell’interesse degli italiani e perché questo tema è da anni identificato come uno degli ostacoli allo sviluppo alla crescita italiana. Tornando al modello di sviluppo, occorre ripensare la transizione ecologica, che vuol dire l’efficientamento energetico degli edifici, pubblici e privati, nuovi criteri negli appalti pubblici, incentivare le imprese private in questa direzione, affrontare il tema della lotta alla obsolescenza programmata dei prodotti. Mi sembra che la composizione stessa del governo voluta da Mario Draghi risponda esattamente a queste esigenze.

A che punto è il dibattito sull’aumento delle risorse proprie? E stiamo davvero andando verso una capacità fiscale autonoma per la UE?

Dobbiamo andarci! Ed abbiamo messo sul tavolo gli strumenti e il calendario per andarci. Il piano straordinario di cui parliamo, il Next Generation EU, è un grande passo avanti anche dal punto di vista di un’Europa federale. Per due motivi: il primo, perché si basa su un debito comune europeo e sull’emissione di obbligazioni pubbliche, di bond europei; è la prima volta che l’Europa, per finanziare un grande programma di investimenti, si rivolge ai mercati in quanto Europa, come soggetto integrato. Secondo, perché questo debito e gli interessi sul debito a partire dal 2028 dovranno essere ripagati soprattutto attraverso nuove risorse; e come Parlamento Europeo siamo riusciti a ottenere un calendario vincolante in cui la Commissione dovrà presentare proposte e il Consiglio discutere delle nuove risorse: la tassa sui grandi giganti del digitale mondiale; la carbon adjustment tax, che è un modo per fare giustizia ambientale tra le imprese europee (che sono impegnate nella transizione ecologica e nella decarbonizzazione) e quelle extraeuropee (che invece competono con le nostre senza rispettare quegli impegni di transizione ecologica legate agli accordi di Parigi); la tassa sulle transazioni finanziarie; e quella sulla plastica, legata alla scelta a favore dell’economia circolare, che tra l’altro è fondamentale non solo per l’Europa ma anche per l’Italia, all’interno del piano di rilancio. Dobbiamo adesso fare la battaglia politica perché gli impegni formali presi dai governi siano veramente rispettati; non solo per ripagare il piano ma anche per dimostrare che l’idea di debito comune europeo e le risorse proprie sono un nuovo modo e più efficace di gestire insieme le sfide economiche europee. Se questo accade, se dimostriamo efficacia di azione, quello che oggi è un piano straordinario potrà diventare veramente l’embrione di quel nuovo bilancio, di quella nuova capacità fiscale europea che riteniamo sia assolutamente necessaria per dare all’Europa la capacità di azione economica e sociale che ci serve.

Nonostante l’accordo di luglio, abbiamo visto ancora una volta che quando la UE decide all’unanimità possono emergere solo compromessi, come è accaduto stavolta sul rispetto dello stato di diritto. Qual è il significato della sua proposta, come Rapporteur della Commissione Affari Costituzionali del Parlamento Europeo, per l’abolizione delle decisioni all’unanimità?

Questa proposta è la vera riforma strutturale dell’Europa. La UE non può rispondere alle nostre esigenze e alle nostre attese se ogni volta può essere paralizzata dal veto o dalla semplice minaccia di veto di un paese su 27. Dobbiamo ragionare in due fasi: la prima a trattati costanti. Nei trattati esistono tante possibilità di passare dal voto all’unanimità al voto a maggioranza in vari settori, come con le clausole passerella. Dobbiamo assolutamente attivarle e dobbiamo anche dare la possibilità a un gruppo di paesi e di popoli di andare più veloce nel raggiungere gli obiettivi comuni con le cooperazioni rafforzate. Sono tutti strumenti per superare il veto o per andare avanti in una logica di Europa della libera scelta democratica e politica. Opportunità che già oggi i trattati offrono ma che continuano a non essere utilizzate. E non lo sono perché secondo me sono sempre state viste come ‘vie d’uscita d’emergenza’, mentre oggi noi dobbiamo inserirle in un progetto politico più ampio. Bisogna che un gruppo di paesi di popoli prenda l’iniziativa di sfruttare queste possibilità.

Quali sono gli alleati nella battaglia contro l’unanimità, sia nel PE sia nel Consiglio?

Nel Parlamento Europeo, naturalmente ho il sostegno di tutto il gruppo di Renew Europe. E poi ci sono tutti gli altri gruppi, come Verdi, Socialisti e Democratici; anche sui Popolari, o su parte di essi, soprattutto adesso che è uscito Orban, sono convinto si possa contare per un sostegno ampio. Per quanto riguarda il Consiglio gl’interlocutori privilegiati in questa fase sono Macron e Draghi. Ma sono convinto che anche la Germania, pur essendo in una non facile transizione, sarebbe disposta a sostenere questa svolta. Va inoltre considerato che in Germania stiamo assistendo all’ascesa di una forza che è molto più federalista, i verdi, e che loro potrebbero essere una forza di governo alla prossima tornata elettorale; questo, secondo me, può essere un elemento particolarmente favorevole alla nostra impostazione.

Quale ruolo può giocare la Conferenza sul Futuro dell’Europa?

La Conferenza è un grande punto interrogativo. È stata certamente migliorata e non viene più esclusa esplicitamente la possibilità di avere come seguito una riforma dei trattati, ai sensi dell’articolo 48; e questo è un elemento molto positivo. Due sono però gl’ingredienti necessari perché la conferenza possa veramente essere un passaggio storico per l’Europa: il primo è che il Parlamento europeo veramente diventi il protagonista del cambiamento e si assuma tutte le sue responsabilità per animare e sfruttare al massimo la conferenza nel suo potenziale; secondo, che i cittadini e la società civile sin dall’inizio dicano: “non avete più scuse; il Parlamento Europeo può attivare il processo di revisione dei trattati”. Il Parlamento deve assumersi pienamente le sue responsabilità; questo è un messaggio che va martellato già a partire da oggi. Non ci deve essere più la possibilità di dire, per il Parlamento Europeo, di affermare che avrebbe voluto fare l’Europa migliore del mondo ma i governi non l’hanno consentito. Stavolta dipende da noi. Si tratta quindi, comunque, di una grande occasione.

Commissione Europea

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