Panucci: “L’Ue dimostri di saper proteggere i suoi cittadini, senza scontri tra cicale e formiche”

Marcella Panucci, direttrice generale di Confindustria. [Confindustria]

EURACTIV Italia ha intervistato Marcella Panucci, Direttrice Generale di Confindustria, sulla posizione del mondo dell’industria riguardo alla risposta europea alla pandemia.

Da più parti si chiede una forte risposta comune europea alla pandemia. Confindustria ha fatto proposte congiunte insieme a quelle di Francia e Germania. Quali sono le vostre principali richieste?
L’appello delle Confindustrie dei più grandi Paesi europei ricorda che siamo così fortemente interdipendenti e interconnessi che dobbiamo avere una risposta comune, che punti a finanziare gli investimenti per ridare futuro ai Paesi e all’Europa. L’Italia è stato il primo paese europeo a subire la pandemia e i suoi effetti molto rilevanti, ma non l’unico purtroppo. Dobbiamo imparare dal passato, quando la gestione poco solidaristica della crisi finanziaria dei debiti sovrani ha portato all’esplosione di sovranismi e nazionalismi. E lo dico pur criticando l’attitudine italiana a fare sempre più debito senza utilizzarlo sui capitoli di spesa che avrebbero portato anche una maggiore crescita e quindi a un diverso rapporto debito/Pil. Ora è il momento in cui l’UE deve dimostrare di saper proteggere i suoi cittadini. Senza riaprire la conflittualità tra le cicale e le formiche, tra i frugali e i mediterranei – perché anche i frugali hanno le loro ragioni, e le loro opinioni pubbliche e contribuenti cui rispondere – bisognerebbe spiegare chiaramente che anche i frugali hanno bisogno che reggano le economie degli altri Paesi e che in questa fase non ci sono colpe da scontare ma semplicemente azioni da prendere per evitare che entri in crisi l’economia di alcuni Paesi e, quindi, dell’Europa intera.
Penso che sia il momento di mettere i bilanci pubblici al servizio dell’economia reale e non il contrario. Non possiamo pensare che in questo momento l’economia reale finanzi il bilancio pubblico attraverso più austerity e una maggiore tassazione. Nessun Paese da solo può affrontare questa emergenza, che è sanitaria ma sarà sempre più anche economica, proprio per la forte interdipendenza che c’è tra le economie europee: dobbiamo farlo insieme. La soluzione non può essere un meccanismo che preveda solo prestiti, perché andrebbe a vantaggio dei Paesi che hanno un basso debito pubblico. Servirà un mix di strumenti, tra prestiti e sussidi, che consenta a tutti i Paesi di uscire dalla crisi. Se l’Unione riuscirà a far questo allora non solo sopravvivrà ma si rafforzerà. Altrimenti non avremo una prova d’appello, e usciremo da questa crisi con le ossa rotte e un più forte euroscetticismo.

Il bilancio UE del 2019 era di 165 miliardi di euro. Tra SURE, MES, BEI e Recovery Fund si parla di una risposta europea da oltre 1000 miliardi, essenzialmente finanziati con debito comune. Si sta creando una nuova politica europea?
Condivido l’approccio della proposta franco-tedesca, molto responsabile e consapevole del rischio che corrono le nostre economie e l’Europa. Sarà probabilmente necessario ampliare ulteriormente la dotazione, magari lasciando i 500 miliardi di trasferimenti e prevedendone altrettanti di prestiti. Ma andrà incrementata senza prevedere nuove forme di imposizione, perché non c’è la capacità di sostenerle. Bisogna farlo sì con risorse proprie dell’Unione europea, ma attraverso emissione di debito comune. Che non vuol dire mutualizzare il debito pregresso degli Stati membri, ma finanziarsi sui mercati per sostenere investimenti con una chiara matrice europea. Penso che la condizionalità sia da intendersi come vincolo di destinazione delle risorse. Non si può pensare di fare debito europeo per finanziare la spesa sociale, perché per quelli già c’è il SURE, le risorse nazionali e, in ultima analisi, anche il MES, che va a finanziare i costi diretti e indiretti dell’emergenza sanitaria. In particolare, siamo convinti che l’Italia debba utilizzare il MES; è irragionevole non farlo, aumentando i costi del debito. Dobbiamo essere pragmatici e utilizzare tutte le risorse disponibili guardando al bene del Paese e dell’Europa e non invece a impostazioni ideologiche. Il Recovery Fund dovrebbe servire a fare quegli investimenti in linea con le priorità e i driver della politica industriale ed economica europea, come la digitalizzazione, le infrastrutture, la transizione ecologica, ma anche l’istruzione, la ricerca, le scienze della vita, cioè tutti i grandi capitoli che richiedono investimenti comuni per un comune progresso dell’UE.

Ma chi dovrà gestirlo? L’Italia è il secondo beneficiario del Fondo Europeo per gli Investimenti Strategici, gestito centralmente, ma non riesce a spendere i fondi europei e nazionali. Cosa ci converrebbe?
Io credo nella gestione europea di questi strumenti, come peraltro è stato per il Piano Juncker. Il fondo dovrebbe quindi essere gestito centralmente con la possibilità per gli Stati membri di attingere in maniera semplice a quelle risorse e di investirle secondo regole chiare. Una gestione europea servirebbe anche a far percepire ai cittadini immediatamente la provenienza delle risorse e, quindi, il valore dell’Europa. Penso, più in generale, che le istituzioni debbano essere sempre più comunitarie e meno intergovernative.

Si è parlato di carbon tax, carbon border adjustment tax, tassa sulle transazioni finanziarie speculative o tasse sull’economia digitale. Tutte tasse che non gravano sui cittadini ma incidono su settori economici che beneficiano del mercato unico e che riescano più di altri a evitare la tassazione nazionale. Quali nuove risorse proprie potrebbero finanziare il servizio di questo debito pubblico europeo per il Recovery Fund?
Penso che in questa fase parlare di tasse sia improprio. Nessun Paese può permettersi una maggiore tassazione, che è sempre recessiva. In questa fase le risorse proprie non possono che essere un nuovo debito, emesso direttamente a livello europeo. Bisogna discutere sulla fiscalità europea, ma sostituendo forme di tassazione nazionale con una tassazione europea che garantisca all’Europa risorse proprie. Ma è un ragionamento complesso e lungo. Spesso In Italia quando un governo non sa dove trovare le risorse impone una nuova tassa: è successo con la plastic tax e con la sugar tax con l’ultima manovra finanziaria, ora sospese. Nuove tasse non sono lo strumento corretto per affrontare l’emergenza né per finanziare il Recovery Fund.

Ma per fare debito bisogna avere un reddito, che permetta per lo meno di pagare gli interessi. Emettere del debito dell’Unione in assenza di risorse proprie è sostenibile?
È vero, ma non possiamo aspettare di avere nuove risorse proprie – cioè l’introduzione di tasse a livello europeo e di riforma della tassazione a livello nazionale, perché ci sono Paesi, come il nostro, con un livello di imposizione già molto elevato – per far partire il Recovery Fund. La tassazione ha un impatto sull’economia anche in termini di crescita attesa. Bisogna ragionare su quali debbano essere le risorse proprie dell’UE. Si è discusso molto della Carbon border adjustment tax anche nell’ambito del Green Deal e degli accordi di libero scambio di nuova generazione. Uno strumento che va valutato anche nell’ambito dei nostri rapporti internazionali, perché ad ogni azione corrisponde una reazione, e con i nostri partner fuori dall’UE bisogna ragionare.

Nella scorsa legislatura la Commissione Juncker ha proposto di passare al voto a maggioranza qualificata sulla fiscalità, inclusa l’armonizzazione fiscale sulle imprese. Dato che in Italia è più alta che in altri Paesi, questo potrebbe ridurre uno svantaggio competitivo attuale?
In generale sono contraria al principio dell’unanimità, perché è anti-democratico sottoporre le decisioni dell’Unione al veto di un singolo Paese. Va a svantaggio di tutti i Paesi e a beneficio di uno solo. Andrebbe superato proprio nell’ottica di andare verso istituzioni comunitarie. Anche sull’armonizzazione fiscale, perché dobbiamo guardare sia agli squilibri sul debito, quindi macro, che a quelli sulla tassazione, che possono determinare forme distorsive di attrazione di investimenti.

Si parla di una politica industriale europea più attiva e di difesa nei confronti della Cina, in una fase in cui aumenterà l’intervento pubblico nell’economia. Cosa dovrebbe fare l’UE e cosa gli Stati membri?
È ovvio che nelle fasi di grave crisi lo Stato interviene principalmente come finanziatore dell’economia. A volte anche con modalità incisive come la partecipazione al capitale delle imprese. Non bisogna demonizzare questi interventi, ma definire regole chiare di accesso e soprattutto di uscita con la previsione di tempi limitati e poi del ritorno sul mercato. Sono convinta che debba prevalere un modello di competizione di libero mercato. Riusciremo a preservare questo modello in Europa se ci difenderemo verso modelli differenti, dove c’è una forte presenza dello Stato e l’economia è ampiamente sussidiata per sostenere invece una competizione con le imprese che operano sul mercato. Per questo bisogna utilizzare le politiche commerciali in maniera moderna, dinamica, intelligente verso quei Paesi che utilizzano strumenti impropri per competere a livello globale, in modo da proteggere la competizione leale che avviene all’interno di aree che hanno regole di mercato. Quando Katainen propose il regolamento sul monitoraggio degli investimenti esteri, che prevede una pura informativa, noi avremmo preferito la previsione di strumenti più forti a livello UE piuttosto che a livello dei singoli Stati nazionali, che hanno discipline diverse sui golden powers. In generale, sarebbe opportuno prevedere un meccanismo europeo non solo di monitoraggio, ma anche di intervento a difesa delle imprese europee. Ma si badi bene, non a difesa della sopravvivenza di imprese inefficienti, ma di un modello di democrazia economica e di libero mercato, rispetto a modelli che hanno un fondamento diverso. Siamo contrari all’economia sussidiata e pensiamo che se lo Stato interviene in alcune situazioni, debba poi subito arretrare quando la criticità viene superata.

L’Italia ha un problema di competitività da tempo. La Germania lo aveva all’inizio del secolo e Schröder fece importanti riforme strutturali, giovandosi del sistema di compartecipazione dei lavoratori nella gestione delle imprese. È un modello che potrebbe essere utile anche in Italia per rilanciare le riforme ed il Paese?
Il modello della compartecipazione in Germania risale al secondo dopoguerra e nasce da un compromesso tra una linea conservatrice e una più liberale: si liberalizza, ma a fronte della partecipazione dei lavoratori al capitale delle imprese come contrappeso. Ha prodotto alcuni effetti benefici e altri meno. Oggi sarebbe difficilmente attuabile in Italia, dove la collaborazione può e deve esserci tra datori di lavoro e sindacati all’interno della fabbrica sulla base di accordi stipulati a livello aziendale, per rafforzare la produttività delle imprese e favorire una migliore organizzazione del lavoro. Il che non necessariamente richiede la partecipazione agli organi sociali dell’impresa dove si decidono le strategie dell’impresa da un punto di vista commerciale e industriale.

L’Italia è stata temporalmente il primo Paese colpito dalla pandemia in Europa, ma non il più veloce nel fornire liquidità alle imprese. Perché? Cosa servirebbe?
Questo è dovuto purtroppo al sistema delle regole e alla burocrazia in Italia. Il decreto liquidità ha adottato misure simili a quelle di altri Paesi UE, con dotazioni finanziarie non irrilevanti. Tali misure tuttavia si sono “scontrate” con un eccesso di regolamentazione, anche penale, che ne ha pregiudicato l’efficacia e la rapidità di azione. Le pesanti responsabilità anche penali a carico del sistema bancario impongono tempi di istruttoria sul merito di credito delle imprese molto più lunghi di quanto in questa fase sarebbe opportuno. Insieme al sistema bancario abbiamo proposto delle norme che attenuassero questo regime di responsabilità, magari attraverso dei meccanismi di autocertificazione da parte delle imprese che attestassero il proprio merito di credito. Ma in Italia quando si parla di modificare norme penali talvolta si scade su temi ideologici. Così altri Paesi, come la Germania e la Francia, con meccanismi simili hanno fatto prima. Consapevoli delle profonde complessità del nostro sistema regolamentare e amministrativo, abbiamo molto spinto su meccanismi diversi, dall’efficacia più immediata. A partire dal taglio delle tasse, in particolare dell’Irap, che non richiede passaggi burocratici né coinvolge il sistema bancario, ma fa sì che l’impresa benefici immediatamente di un risparmio in termini di costi, in una fase in cui le imprese hanno continuato a sostenere costi fissi anche in assenza di fatturato.