Paganetto: “La crisi economica non si risolve con lo Stato imprenditore”

il Prof. Luigi Paganetto

Abbiamo intervistato il professor Luigi Paganetto, vicepresidente di Cassa Depositi e Prestiti, presidente della Fondazione Economia Tor Vergata (la quale da anni organizza importanti incontri internazionali di riflessione a Villa Mondragone) e del Gruppo dei 20 Revitalizing Anaemic Europe.  

Professor Paganetto, l’Europa oggi sembra un po’ più vitale e meno “anemica” rispetto anche solo ad un anno fa. Che cosa è cambiato?

Se il riferimento è al mio più recente libro che ha per titolo “Rivitalizzare un’Europa (e un’Italia) anemica” l’idea centrale è che sembrano lontani (eppure sono così vicini) i tempi in cui al centro dell’attenzione stavano le politiche di austerity, le  discussioni sullo ‘zero virgola’ in materia di deficit e rapporto debito/Pil, quelle sull’euro e i suoi limiti, quando la scelta  fatta da Mario Draghi con il suo impegnativo ‘whatever it takes’ salvò la  moneta comune ed evitò una crisi esiziale. Con la crisi pandemica l’Europa ha voltato pagina, come dimostra l’adozione del Next Generation EU. È un’Europa anemica, tuttavia, in termini di crescita, produttività e governance, quella che si è trovata a questo tornante della storia e che sta peraltro mostrando una volta di più una grande capacità di ripensare sé stessa. Rivitalizzare l’Europa si può e si deve fare evitando però di pensare che la soluzione sia dietro l’angolo  e che basti superare la crisi pandemica per trovarsi puntuali a quest’appuntamento. Ci attendono sfide importanti e difficili; a cominciare da quella su crescita e produttività, per continuare con quella su innovazione e tecnologia, per finire con quella di lungo periodo che riguarda demografia e welfare.

Naturalmente, le risorse del Next Generation Eu hanno un ruolo centrale nella ripresa del nostro paese. Verso quali investimenti e verso quali riforme dovrebbe indirizzarsi concretamente il Pnrr?

La priorità da cui non si può prescindere e che non può essere ridotta alla sola questione, pur importante, dell’ammontare di risorse che sono dedicate alla salute nel Pnrr, è un piano dell’impegno sanitario sul territorio che ancora non c’è, in particolare rispetto all’intervento vaccinale, assolutamente necessario per fronteggiare i dati epidemiologi attuali e prospettici. Per quel che riguarda la filosofia generale del Recovery Plan essa non deve basarsi su una programmazione di mero rilancio con misure per la sola ripresa ma, soprattutto, su come realizzare l’aumento del tasso di crescita, di cui abbiamo assoluto bisogno anche per assicurare nel medio periodo la restituzione del debito sin qui contratto. Non possiamo rischiare di presentare a Bruxelles un piano che non abbia obbiettivi, risultati attesi, tempi previsti, congruità costi-benefici, simulazione dell’impatto degl’interventi. Non si può, in altre parole, proporre un piano che, allo stato, è più una rappresentazione di bisogni che di scelte progettuali. Né si può prescindere dall’indicazione della governance da adottare, che deve collegarsi alle strutture amministrative esistenti. Sono convinto che il governo Draghi ha idee molto in sintonia con quest’approccio e sono di conseguenza ottimista sul seguito.

Il Gruppo dei 20 ha da poco pubblicato l’ennesimo documento (scaricabile in fondo all’intervista) che mette in evidenza carenze ed opportunità del Pnrr in materia di politica industriale e del lavoro. Ce ne può riassumere gli elementi fondamentali?

La trasformazione digitale ed ecologica è la chiave di lettura dell’evoluzione competitiva dell’economia. Basta pensare ai cambiamenti attesi con le fabbriche automatiche, il controllo a distanza dei trasporti, le città intelligenti, la medicina a distanza. È sulle politiche adatte a sostenere questi cambiamenti (non bonus, ma incentivi) che bisogna concentrare l’azione. È impressionante il divario tra le giovani imprese innovative negli Usa ed in Europa e, ancor più, in Italia. Sono importanti sia il trasferimento tecnologico sul modello Fraunhofer sia la cooperazione tecnologica tra istituti di ricerca e Pmi; nonché il sostegno ad accordi tra imprese della medesima filiera per gli investimenti in ricerca e internazionalizzazione. Vanno poi considerati gli effetti del raccorciamento delle catene del valore che sta avvenendo anche a ragione dell’aumento di rischi e incertezze legati alla pandemia ma che, in ogni caso, stanno producendo cambiamenti significativi delle nostre filiere produttive rivolte all’export.

Il documento ci pare che ponga correttamente il problema del lavoro per le future generazioni non come semplice ed inevitabile diminuzione di opportunità derivanti dal crescente uso della robotica, ma come un ripensamento generale del rapporto fra sistema industriale, bancario, dell’idea stessa di produttività complessiva del sistema in cui opera l’impresa. Quali sono le sfide del lavoro nei prossimi anni?

Il mercato del lavoro è destinato a subire grandi trasformazioni, non solo per effetto dell’automazione. Sappiamo che l’invecchiamento della popolazione, associato al cambiamento tecnologico, sta portando conseguenze importanti in termini di domanda e offerta di lavoro. È diminuita l’occupazione nel manifatturiero ed è aumentata quella nei servizi, con una domanda di skill più qualificati e conseguenze dirompenti su ineguaglianze e welfare.  In questo contesto dovremo usare nuovi strumenti di sostegno all’occupazione ed investire sul il capitale umano. Il rapporto tra scuola e formazione ha un ruolo decisivo come mostra l’esperienza degli Its. Non c’è dubbio che servano, politiche attive del lavoro di long life learning, di reskilling e upskilling. È necessario perciò che nel Pnrr sia presente un preciso progetto che riguardi sia coloro che  dovranno riqualificarsi in vista di una nuova occupazione, sia quello che va fatto per assicurare le  giuste opportunità ai giovani ed aprire nuove strade all’occupazione femminile.

In linea con quanto lasciato intravedere dal presidente del Consiglio Mario Draghi nei discorsi programmatici per la fiducia alle camere, anche voi mettete l’accento sulla “distruzione creatrice”: una visione schumpeteriana dello sviluppo. Come si concilia, oggi, questa visione con un welfare efficiente ed equo?

La pandemia sta portando a un aumento del ruolo dello Stato nell’economia che, seppure non da esorcizzare, deve essere coniugato con concorrenza e mercato. Non è lo Stato imprenditore che, in ogni caso, può risolvere i problemi della crisi economica che stiamo attraversando. Non è l’intervento a salvaguardia della zombie economy che ci può salvare. Anche se è assai probabile che nei prossimi anni vivremo l’esperienza schumpeteriana della distruzione creatrice e vedremo crescere i non performing loans, non per questo dovremo farci trascinare verso la scelta di un sostegno indiscriminato a chi è in crisi, ma dovremo selezionare le imprese in difficoltà temporanea e capaci di riprendersi dalle altre che non ce la faranno. E dovremo perciò predisporre gli strumenti necessari a sostenere i perdenti della pandemia. Per farlo converrà proteggere i lavoratori, piuttosto che i posti di lavoro. E sarà necessario ripensare ammortizzatori sociali e politiche di welfare.

PNRR, politica industriale e occupazione_Gruppo dei 20 Feb 2021(2)
Commissione Europea

Con il sostegno del Parlamento Europeo