Luca Visentini (Ces): “Le sfide per l’Europa? Occupazione e salario”

Luca Visentini, segretario generale della Confederazione europea dei sindacati. [Etuc/Facebook]

Euractiv Italia ha intervistato Luca Visentini, segretario generale della Confederazione europea dei sindacati (Ces), che sottolinea la necessità di avere uno strumento che abbia almeno tre finalità: sostenere la disoccupazione, sostenere l’occupazione attraverso un sostegno al reddito e supportare schemi nazionali di reddito minimo per le persone.

Di fronte a questa pandemia, quali sono le rivendicazioni e le richieste della Confederazione Europea dei Sindacati (Ces)?

Noi ci siamo attivati da subito per proteggere i lavoratori europei, soprattutto nel periodo del confinamento, quando la priorità assoluta era salvare i posti di lavoro. Al momento i nostri dati ci dicono che siamo arrivati quasi a 60 milioni di persone nell’Unione Europea che hanno perso il lavoro definitivamente oppure sono sospesi dal lavoro e stanno usufruendo di varie forme di sostegno al reddito e di protezione dell’occupazione.

Per fortuna, anche grazie alle misure di emergenza messe in campo sia dai Paesi che dall’Unione europea, questo rapporto tra le due categorie è di circa 45 milioni (che non hanno perso il lavoro in maniera definitiva) contro 15 milioni (che purtroppo hanno perso l’occupazione). Il fatto che alcuni abbiano perso il lavoro è dipeso dal fatto che non sempre le misure sono state tempestive; e non sempre raggiungono tutte le categorie di lavoratori.

Ci sono molti lavoratori (atipici, precari, autonomi) che in alcuni Paesi non sono stati sostenuti adeguatamente; quindi si ritrovano di fatto in una situazione di disoccupazione. È un dato impressionante, perché significa che in tre mesi abbiamo creato il triplo della disoccupazione rispetto ai cinque anni della crisi finanziaria. Una situazione potenzialmente devastante.

La nostra maggiore preoccupazione è evitare che questa disoccupazione temporanea si trasformi in disoccupazione permanente. Per questo abbiamo spinto, durante questi tre mesi, perché le misure di emergenza a sostegno dei lavoratori e delle lavoratrici fossero efficaci; e garantissero non soltanto di preservare il posto di lavoro ma anche di avere un adeguato sostegno al reddito (perché conservare il posto di lavoro ma trovarsi in una condizione di povertà sicuramente non risolve il problema).

Questa è stata la nostra priorità assoluta; insieme alla protezione della salute e della sicurezza sul posto di lavoro, soprattutto per coloro che stavano continuando a lavorare (magari perché si trovavano ad operare in servizi essenziali: sanità, assistenza sociale, case di riposo, trasporti, agricoltura). Ci sono stati insomma dei settori che non hanno mai chiuso perché non potevano chiudere, per consentire alla popolazione di sopravvivere.

Abbiamo anche insistito perché in questa fase di ritorno al lavoro la protezione della salute e la sicurezza dei lavoratori sia  pienamente salvaguardata; e su questo abbiamo avuto risposte un po’ a macchia di leopardo dagli Stati membri, anche dalla Commissione europea. Adesso però la situazione sta migliorando. Poi però c’è da fare una riflessione sul dopo, su come si riuscirà a gestire adeguatamente la ripresa economica; perché le risorse messe in campo dall’Unione europea sono rilevanti, però la reazione principale è stata quella degli Stati nazionali.

Il timore è che con reazioni nazionali si verifichi per l’ennesima volta una situazione asimmetrica nonostante che lo shock abbia colpito tutti i Paesi (anche se non in maniera identica). Per questo si sta cominciando a far strada l’idea che a livello delle istituzioni europee sia necessario un impegno collegiale, per il quale naturalmente non è sufficiente disporre dell’1% del Pil, come il bilancio Ue attuale. Solo un bilancio più elevato permette di finanziare beni collettivi per la sopravvivenza e la ripartenza dell’economia. Qual è secondo lei la dimensione e la destinazione che dovrebbe essere assicurata al bilancio Ue?

La dimensione economica degli sforzi messi in campo dalle istituzioni europee e quelli proposti col Next Generation Eu (il pacchetto che mette insieme il bilancio europeo e i fondi per la per il sostegno alla ripresa economica) è considerevole: se consideriamo i 1.250 miliardi della Banca centrale europea, le misure di emergenza adottate per 540 miliardi (la Bei, il Sure, il Mes) e adesso questi altri 1.850 miliardi di bilancio europeo, i fondi per la ripresa economica sono addirittura quasi al 3% del Pil. Circa il 2% se non consideriamo le misure della Banca centrale; quindi uno sforzo considerevole dal punto di vista quantitativo.

Per quanto i Paesi membri (nel Consiglio) ci abbiamo messo due mesi a mettersi d’accordo sul primo pacchetto e adesso probabilmente ci metteranno altri mesi sul secondo, l’Unione europea è riuscita a dispiegare uno sforzo a sostegno dell’economia e ai mercati del lavoro che non si era mai visto durante la crisi finanziaria. Ricordiamo tutti cosa ha significato la troika, le politiche di austerità, il centellinare il sostegno economico ai vari Paesi in termini di solidarietà. Questa volta la reazione è stata sicuramente più adeguata.

Però ci sono alcune criticità significative: la prima è che persino le misure già messe in campo per il momento hanno raggiunto ben poco imprese e persone; la gran parte dei soldi messi in circolo dalla Banca centrale sono bloccati nelle banche; e le banche si rifiutano di fatto di dare credito ad imprese e famiglie. I Paesi membri ci mettono un sacco di tempo a fornire le garanzie, a prendere le necessarie decisioni; i meccanismi di decisione a livello europeo sono molto farraginosi, per un assetto istituzionale che ancora non è comunitario né solidaristico.

Ciò nonostante i contenuti delle misure messe in campo secondo noi sono positivi, perché hanno messo al centro i sistemi sanitari, le imprese (soprattutto quelle piccole e medie) e il lavoro, ossia i tre elementi maggiormente sotto pressione, che hanno bisogno di aiuto.

Anche i principi su cui si dovrebbe basare il nuovo bilancio europeo e il fondo per la ripresa economica sono assolutamente condivisibili, perché si parla di un modello di ripresa economica sostenibile basato sull’economia verde, sull’economia digitale, sulle protezioni e sui diritti sociali, sul rispetto delle leggi e dei principi democratici, su alcune condizionalità positive, su un modello di commercio internazionale più sostenibile. Insomma, ci sono tutta una serie di elementi che fanno ben sperare.

Il grande interrogativo adesso è che il 19 giugno si riunisce il Consiglio europeo e non pare proprio che i Paesi membri siano pronti ad adottare questo pacchetto; rischiamo di ritrovarci impantanati di nuovo in una discussione tutta politica e ideologica tra i Paesi frugali e gli altri e che non si riesca ad arrivare a una decisione prima della fine dell’anno; il che significherebbe non avere il bilancio europeo né il pacchetto per la ripresa veramente esigibili da subito.

Prima citava il piano Sure della Commissione. Dal punto di vista della Ces è quello che ci si aspetta dall’Europa nella lotta alla disoccupazione? E può essere considerato il primo tassello di una concreta politica sociale europea?

Credo di sì; però dobbiamo sempre tenere presente che è un piano di emergenza temporaneo, che deve servire ad alleviare l’occupazione durante la pandemia. Per fortuna si è riusciti ad ottenere alcuni elementi molto importanti. Innanzitutto, per la prima volta, sarà la Commissione ad emettere i bond per finanziare lo strumento, quindi grazie all’intelligenza e diplomazia soprattutto di Paolo Gentiloni, l’Unione europea è riuscita a far passare gli eurobond senza chiamarli così. È una piccola rivoluzione in termini di solidarietà, perché serviranno a sostenere l’occupazione, che non è stata in cima alle priorità dell’Ue negli ultimi anni.

È anche importante che il piano Sure sia diventato una sorta di leva, di elemento di incentivazione ai Paesi membri a mettere in campo degli strumenti di protezione dell’occupazione, di sostegno al reddito che prima dell’esplosione della pandemia esistevano soltanto in 16 Paesi su 27. C’è stato un effetto di trascinamento, domino, di incentivazione a mettere in campo misure di protezione dell’occupazione anche a livello nazionale.

Ci sono però anche due elementi critici. L’elemento negativo è il fatto che non è ancora disponibile, perché i Paesi membri ci hanno messo un mese e mezzo per decidere il regolamento e adesso ci mettono un altro mese e mezzo per decidere di pagare le garanzie necessarie perché la Commissione possa emettere i bond; quindi rischiamo che i soldi saranno disponibili soltanto a settembre.

Nel frattempo la Commissione ha messo a disposizione le risorse europee non spese, dicendo agli Stati che non ci sarebbero state più condizioni, nessun cofinanziamento, che possono essere utilizzate anche per la cassa integrazione; ma la maggior parte dei Paesi membri non sta utilizzando questi soldi. Compresa l’Italia, che ha quasi 35 miliardi disponibili di risorse non spese, prevalentemente in capo alle Regioni. È un mistero che nessuno riesce a spiegare, anche se esiste certo un conflitto di competenze e gelosie tra Stato e Regioni.

Secondo me le Regioni non vogliono utilizzare questi soldi per cose diverse rispetto alle quali le avevano stanziate (clientele, consenso o altro). Insomma, ci sarebbe la possibilità di reindirizzare completamente queste risorse verso progetti nuovi, ma la maggior parte delle Regioni non ci pensano neanche. In ogni caso, non è solo un problema italiano, ma anche spagnolo, persino tedesco.

E poi c’è l’elemento che lei citava giustamente, che è il futuro. Sure è un elemento, uno strumento temporaneo però potrebbe diventare la base per questa famosa riassicurazione europea per la disoccupazione di cui tanto si è parlato, che era stata lanciata tempo fa da Pierpaolo Padoan e che poi era stata discussa anche dall’ex commissario Lazslo Andor. Potrebbe essere un primo passo in quella direzione.

Sarebbe molto importante avere uno strumento che abbia almeno tre finalità: il sostegno alla disoccupazione, il sostegno all’occupazione attraverso quello al reddito (come sta facendo l’attuale Sure), ma anche in prospettiva finanziamenti a sostegno di schemi nazionali di reddito minimo per le persone (che non possono lavorare o sono in una condizione di lavoro povero).

Pensiamo che una discussione a partire dall’anno prossimo su uno strumento che possa in maniera permanente affrontare questi tre problemi sarebbe molto auspicabile. La presidenza tedesca e la Commissione stanno già lavorando su questo; e quindi ci sono forse delle buone possibilità, anche se la trattativa è estremamente complessa, visto che si tratta di ridisegnare interamente il modo in cui l’Europa (e non soltanto gli Stati nazionali) pensa al sostegno al reddito, alla distribuzione del reddito e all’impatto sociale delle proprie politiche.

La confederazione europea dei sindacati ha espresso il suo favore al Recovery Plan e al Green Deal, una delle parole chiave (forse la più importante) della nuova Commissione europea. Quali sono, secondo la Ces le condizioni perché il Green Deal abbia un impatto positivo in termini occupazionali?

La Ces pensa che la transizione verde sia non solo inevitabile ma profondamente giusta e opportuna; non abbiamo alternative, dobbiamo costruirla in maniera adeguata.

Detto questo, bisogna creare le condizioni perché questa transizione sia giusta, cioè che nessuno sia lasciato indietro. È chiaro che ci sono settori dell’economia dove l’impatto è inevitabile, soprattutto l’industria pesante, l’industria ad alto utilizzo di energia, i trasporti ed altri settori dove si utilizzano metodi di produzione fortemente inquinanti.

La prima sfida è trasformare queste industrie senza dismetterle; perché immaginare che l’Europa per allinearsi agli obiettivi del clima distrugga completamente le proprie capacità produttive sarebbe un nonsenso. Viceversa, si tratta di capire come queste produzioni possono essere trasformate, per renderle sostenibili dal punto di vista ambientale. Questo richiede ovviamente degli investimenti massicci, di natura pubblica prima di tutto; oltre che la responsabilità delle imprese.

Per questo abbiamo salutato positivamente il Recovery Plan, perché include anche un significativo incremento delle risorse destinate al Green Deal; quindi ci sarà da capire concretamente come focalizzare e finalizzare queste risorse nei vari piani settoriali nazionali, per far sì che i soldi vengano spesi adeguatamente. Poi c’è l’altro elemento: quello di preservare non tanto i posti di lavoro esistenti ma trasformarli attraverso la riqualificazione con investimenti adeguati, che possano trasformare le produzioni e quindi il lavoro legato a queste produzioni.

Ci saranno inevitabilmente molti posti di lavoro che scompariranno; ma il tema è come crearne degli altri alternativi, come accompagnare i lavoratori e le lavoratrici che saranno interessati da questi fenomeni. Bisogna uscire dalla logica compensatoria: non è che la gente perde il lavoro e viene messa in disoccupazione o in prepensionamento. Il problema è generare alternative in termini di posti di lavoro che possano effettivamente dare una prospettiva di vita alle persone; anche questo richiede molti investimenti, ma soprattutto una governance intelligente che coinvolga gli attori sociali, in maniera tale che le persone si sentano dentro un processo e possano parteciparvi; e si possa arrivare a delle conclusioni adeguate.

Insomma, che si crei un incentivo morale a partecipare ad un processo positivo per la trasformazione dell’economia. Questi sono gli elementi che renderanno questa trasformazione un elemento vincente e non una tragedia.

Un altro elemento critico che sta emergendo è l’utilizzo delle risorse proprie per finanziare il Recovery Plan. Una soluzione auspicabile, naturalmente, rispetto all’alternativa del contributi nazionali, che alimentano risentimenti. Tuttavia, è inevitabile che nasca intorno alle risorse proprie un dibattito politico trasversale, indipendente dalle logiche nazionali. Cosa pensate delle risorse che sono state proposte fino ad oggi dalla Commissione; non ci sono rischi di ulteriori distorsioni distributive?

Noi da anni stiamo insistendo sulla necessità di incrementare le risorse proprie per svincolare il bilancio europeo dalla totale dipendenza dai contributi nazionali e per introdurre un elemento di equiparazione, di solidarietà, di fiscal transfer: fondamentale se si vuole costruire una vera Unione europea e una politica economica per l’Ue nel futuro

Questa necessità diventa ancora più impellente nel momento in cui si affronta il tema della crescita economica dopo l’emergenza Covid, perché il rischio (se non si va in questa direzione) è che ci sarà un’esplosione dei debiti pubblici, soprattutto in quei paesi che sono maggiormente in difficoltà e che avevano già un peso significativo del debito.

I Paesi membri che hanno dovuto spendere tantissimi soldi durante il confinamento sono stati aiutati attraverso la sospensione del patto di stabilità e crescita (gli obiettivi del 3 e del 60 per cento), però questo non dura all’infinito, quindi è assolutamente necessario che si eviti di generare un’esplosione del debito pubblico nel medio e lungo termine.

In questo senso la proposta della Commissione va nella direzione giusta, perché due terzi del pacchetto per la ripresa economica verranno erogati con finanziamenti diretti, e il pacchetto verrà finanziato attraverso bond europei, quindi riducendo notevolmente il peso sul debito. La parte che verrà erogata in finanziamenti diretti dovrebbe essere finanziata attraverso un incremento delle risorse proprie. Questa architettura è assolutamente positiva e pensiamo che siano anche positive le proposte che l’Ue ha avanzato in termini di nuove tasse a livello europeo (le due tasse sulle emissioni inquinanti: carbon tax sulle emissioni e border adjustment tax, fondamentale per evitare un dumping ecologico sulle merci importate, che creerebbe una distorsione sui prezzi insostenibile).

Molto importanti anche quella sulle plastiche non riciclabili e quella sull’economia digitale, soprattutto le multinazionali che si rifiutano di pagare le imposte dove producono la ricchezza. Un pacchetto quindi molto importante.

Ma è importante anche che sia accompagnato da altre misure riguardo alla tassazione che la Commissione europea ha avanzato. Una di queste, fondamentale, è trovare una base imponibile omogenea e anche un tasso di imposizione fiscale omogeneo per le imprese tra i vari Paesi, per eliminare i paradisi fiscali che ancora esistono all’interno della Ue e che purtroppo molto spesso coincidono con i paesi frugali. La necessità di combattere i paradisi fiscali ed introdurre un’aliquota minima di tassazione per le imprese a livello europeo va insieme alla tassa sulle transazioni finanziarie ed alla lotta all’evasione.

Vedo due problemi. Il primo è che molti Paesi, soprattutto i frugali, contesteranno che l’Ue non abbia le competenze per introdurre queste imposte; perché i trattati dicono chiaramente che la tassazione del reddito personale rimane una competenza nazionale (cosa che nessuno contesta). Ma si sostiene che introdurre queste tasse europee sia una via surrettizia per trasferire competenze sulla tassazione a livello europeo. Quindi ci sarà uno scontro costituzionale quando si tratterà di discutere questo incremento delle risorse proprie.

L’altro problema è che giustamente la Commissione ha detto: vogliamo introdurre queste tasse ma farlo in prima battuta nell’ambito almeno del contesto Ocse, perché il rischio altrimenti è di distorsione della concorrenza, perché noi abbiamo un peso fiscale maggiore rispetto ad altre aree. Sono alcuni elementi che andranno ovviamente considerati con grande cautela per fare in modo che queste misure positive non si trasformino in un boomerang.

Quale ruolo avrà il salario nell’era post-Covid? E come dovrebbe essere negoziato, per avere un ruolo positivo, proattivo nella politica economica del domani?

Crediamo che abbia un ruolo fondamentale, addirittura crescente. Ne discutevo due giorni fa con Christine Lagarde, presidente della Banca centrale europea, la quale ci diceva di essere molto preoccupata dal fatto che (anche prima dell’emergenza Covid) ci fosse stato un declino delle dinamiche salariali nell’Ue. Tutti quanti abbiamo visto cosa ha significato la moderazione e la svalutazione salariale, considerata come l’unica variabile di aggiustamento macroeconomico durante la crisi finanziaria; quanto questo abbia portato ad una stagnazione dell’economia europea, a differenza di altre aree del pianeta.

Con la crisi finanziaria i Paesi membri e l’Unione europea hanno reagito salvando le banche, nella logica: “siccome non possiamo fare la svalutazione monetaria, possiamo solo tagliare i salari e ridurre le prestazioni sociali per rimettere in sesto i bilanci pubblici”. Questa strategia, tutta basata sulla ossessione delle esportazioni, del modello tedesco (e che noi abbiamo contestato fin dall’inizio) ha determinato un disastro, perché ha portato alla recessione in Europa. Recessione che non si è verificata nelle altre parti del mondo; ed ha portato alla totale depressione degli investimenti, della domanda interna, senza determinare un incremento della produttività e tanto meno un incremento del numero di posti di lavoro; determinando una sostanziale sindrome giapponese di stagnazione totale, con un livello comunque alto del debito pubblico: una ricetta completamente sbagliata, delirante, che non ha sicuramente risolto i problemi.

Oggi la priorità assoluta è evitare di ripetere lo stesso errore: pensare che finita la pandemia, il confinamento, si torni al business as usual.  No quindi ai tagli ai salari, alla riduzione delle protezioni sociali, perché si è capito chiaramente dalla crisi finanziaria che una dinamica regolata della crescita dei salari, attraverso la contrattazione collettiva nei vari Paesi, determina un miglioramento delle performance economiche ed un incremento della produttività media, una spirale positiva di rilancio degli investimenti (soprattutto in termini di innovazione, di crescita, di miglioramento delle prestazioni produttive, della qualità della produzione dei servizi, e così via)

In termini macroeconomici determina, attraverso l’incremento della domanda interna, un maggiore equilibrio tra domanda interna ed esportazioni, rendendo le nostre economie più resilienti, come si usa dire oggi.

Noi pensiamo che si debba insistere, soprattutto nella ripresa economica, sulla necessità di avviare una fase ordinata e negoziata di crescita dei salari, ovunque sia possibile. Attraverso degli accordi tra i partiti, che permettano alle autorità pubbliche, insieme alle parti sociali, di regolare la crescita salariale in maniera tale che possa portare dei benefici all’economia, sia in termini di domanda interna che in termini di produttività.

Non possiamo illuderci di poter uscire da questa crisi economica attraverso soltanto un rilancio delle esportazioni; è un’illusione. Anche perché le catene di valore a livello internazionale sono state completamente distrutte dalle emergenze del Covid, quindi c’è la necessità di ripensare un modello economico che, senza diventare autarchico, protezionista, insista anche sulla domanda interna e sulle capacità interne del sistema economico (del mercato unico) di riprendersi, di rimettersi in piedi.

Da questo punto di vista siamo un po’ più fiduciosi che nel passato, perché sia la Banca centrale sia le istituzioni europee sono consapevoli che questo errore non deve essere ripetuto.

Non a caso la prima cosa che Ursula von der Leyen ha lanciato dal punto di vista sociale, come centrale della sua amministrazione, è stata proprio l’iniziativa legislativa europea per i salari minimi e per la contrattazione collettiva.

Quindi adesso siamo fortemente impegnati, nei prossimi mesi, in una consultazione formale come parti sociali su questo strumento, per far sì che questa iniziativa legislativa diventi veramente uno strumento di aiuto alla nostra economia, ai lavoratori, al mercato del lavoro; e risolva i problemi di dumping salariale così drammatici all’interno del mercato interno.

Siamo ancora in una situazione in cui il salario minimo bulgaro è un decimo di quello lussemburghese; dobbiamo assolutamente risolvere questa questione, per evitare di introdurre elementi di concorrenza sleale nel mercato interno, che non fanno altro che uccidere il potenziale di crescita e di competitività.

Già prima del Covid si parlava dell’importanza della cogestione, del coinvolgimento del lavoro nella gestione delle imprese: il modello tedesco. Lo considera esportabile nell’era post-Covid? Quale ruolo potrebbe avere nell’Europa del domani?

In principio si, nel senso che questo sistema ha consentito all’industria tedesca di rafforzarsi nel tempo; persino di reagire alla crisi economica che in Germania era esplosa dopo la riunificazione e far sì che le loro esportazioni siano cresciute significativamente, mentre i diritti dei lavoratori sono migliorati nell’arco del tempo. Questo modello quindi funziona sicuramente. Ma con alcune condizioni.

È molto importante che ci sia un contesto intorno alla cogestione o alla partecipazione, perché negli ultimi due decenni abbiamo visto anche molte storture manifestarsi in Germania, per il modello tedesco, che hanno determinato un’influenza molto negativa fuori dalla Germania e sull’UE; molto spesso anche su altre economie.

Ci sono due problemi nel modello di cogestione. Il primo è che è diventato una sorta di turris eburnea in Germania dopo l’unificazione. La Germania ha deciso di disarticolare il sistema di relazioni industriali che circondava il modello di cogestione, di eliminare l’estensione erga omnes dei contratti, facendo sì che la metà delle imprese industriali tedesche uscisse dalla confindustria tedesca, dal contratto collettivo nazionale. Questo mirava ad avviare una stagione di moderazione, di tagli ai salari, che nella mentalità tedesca sarebbe servita a rilanciare le esportazioni.

Ma questo ha determinato una totale disaggregazione del mercato del lavoro in Germania, con una situazione per cui ci sono dei lavoratori super privilegiati (quelli che lavorano nelle imprese industriali che esportano e dove c’è la congestione, che guadagnano anche 40-45 euro lordi all’ora) e tutti gli altri, lavoratori dei servizi dell’indotto e i mini jobs che oscillavano, prima dell’introduzione del salario minimo, su salari da 3 euro a 8 euro l’ora. Una situazione totalmente inaccettabile in termini di disparità e di divergenze a livello economico, oltre che di protezioni dei lavoratori; a cui si è aggiunto il fatto che la Germania ha cominciato a utilizzare questo elemento di svalutazione competitiva sui salari anche per attaccare altri sistemi economici, non soltanto dentro l’Ue. Le multinazionali tedesche vanno ad investire negli Usa, in America Latina, in Asia e non applicano il modello di cogestione; anzi licenziano tutti quelli che tentano di iscriversi al sindacato; ed applicano salari che sono un quinto di quelli che applicano in Germania.

Ci sono quindi due verità confliggenti. Noi dobbiamo assolutamente evitare che l’elemento positivo della cogestione tedesca (che sicuramente potrebbe essere allargato ed esportato, anche nella legislazione europea che fa dell’elemento della partecipazione uno degli elementi fondamentali della democrazia economica e sui posti di lavoro), si porti dietro anche tutta la zavorra degli elementi negativi che purtroppo la Germania ha implementato negli ultimi anni.

Noi non vogliamo che la cogestione sostituisca la contrattazione collettiva, che diventi un elemento di competizione sleale nei confronti delle imprese che non hanno la cogestione e che diventi un elemento di disarticolazione del mercato del lavoro e delle dinamiche salariali creando appunto elementi di disparità, di discriminazione per noi assolutamente inaccettabili. È quindi un modello che va preso positivamente, ma con i piedi di piombo.