La presidente del Comitato economico e sociale Ue: “I posti di lavoro non cadono dal cielo”

La Presidente del CESE Christa Schweng: "La prima cosa da fare ora è sopravvivere alla pandemia". [CESE]

Christa Schweng è diventata, ad ottobre, Presidente del Comitato economico e sociale europeo (CESE). Ha una visione per il futuro del continente, ma prima serve che l’Europa superi la crisi del coronavirus, proteggendo sia i posti di lavoro che le persone.

Per 22 anni, Christa Schweng ha lavorato in vari ruoli al CESE, tra cui quello di responsabile del Dipartimento Occupazione, affari sociali e cittadinanza. È presidente dell’istituzione da ottobre. È anche rappresentante degli imprenditori presso la Camera di commercio austriaca, dove è responsabile della politica sociale e di quella europea.

Schweng è stata intervistata da Philipp Grüll di EURACTIV Germania.

Signora Schweng, lei ha lavorato al CESE per 22 anni. Come è cambiata l’istituzione in lasso di tempo?

Il suo ruolo è sempre stato lo stesso: offrire ulteriori input alle proposte avanzate dalle altre istituzioni dell’UE. Nel corso del tempo è stata però data sempre maggiore enfasi alla consultazione della società civile. Questo è il nostro ruolo, queste sono le questioni di cui ci occupiamo.

Anche la Commissione europea ha cambiato il suo modo di redigere le leggi. Le consultazioni pubbliche ora consentono dichiarazioni da parte delle imprese e della società civile. Tuttavia, il processo non è perfetto, perché il modo in cui la Commissione ne ricava le decisioni rappresenta ancora una “scatola nera”, semplicemente non si sa come si svolga il processo. Manca il necessario dibattito.

Abbiamo però un vantaggio: lavoriamo così da trovare il consenso con i membri di tutti e tre i gruppi professionali (imprenditori, lavoratori e agricoltori) e con le delegazioni di tutti e 27 gli Stati membri. I dibattiti richiedono più tempo, ma i legislatori possono poi fare particolare affidamento sui risultati che ne emergono.

Lei è in carica dalla fine di ottobre. Quali novità vorrebbe introdurre?

La prima cosa che dobbiamo fare ora è sopravvivere alla pandemia e vedere che tipo di Europa avremo dopo. Alcuni elementi fondanti, come la digitalizzazione o la transizione ecologica, saranno ulteriormente rafforzati dalla pandemia.

Stiamo allora già lavorando sul quesito: Come dovrebbe essere l’Europa dopo la pandemia? Abbiamo bisogno di un’unione sanitaria, per esempio. Stiamo già sostenendo l’acquisto e la distribuzione coordinata di vaccini a livello europeo.

La mia visione: Un’Europa economicamente prospera, socialmente inclusiva ed ecologicamente sostenibile.

Con la crisi COVID ci troviamo di fronte a una delle più grandi sfide economiche e sociali del recente passato. Qual è il contributo concreto del CESE?

Un esempio lampante: Bruxelles ha presentato un enorme pacchetto da 1,8 trilioni di euro per rilanciare l’economia europea. Spetta agli Stati membri garantire che questo denaro arrivi là dove è più necessario. Il CESE ha membri provenienti da tutti gli Stati membri e può quindi riferire in prima persona su ciò che ha funzionato bene o meno bene.

Finora abbiamo sostenuto l’adozione dei programmi in modo consultivo e abbiamo favorito l’introduzione del meccanismo in tutela dello stato di diritto.

I gruppi vulnerabili soffrono in particolare della crisi COVID. Dov’è che l’UE fa ancora troppo poco?

Prima di tutto, stiamo chiaramente parlando delle persone anziane. Penso a chi vive nelle case di riposo, a cui non è possibile assicurare una visita dei propri cari. Ma non si tratta di una questione puramente europea, né del fatto che alcuni gruppi siano più colpiti a causa della loro situazione abitativa, soprattutto quando si sommano la didattica a distanza e lo smart working – e magari anche i problemi causati da una connessione debole.

Allo stesso modo, coloro che prima avevano poco reddito, ora naturalmente soffrono ancora di più a causa della crisi economica.

Queste però sono questioni nazionali. Qui a Bruxelles possiamo solo mettere in evidenza i problemi o promuovere lo scambio di informazioni, ma non possiamo prendere decisioni su nessuno di questi aspetti.

La crisi passerà, ma per allora molti posti di lavoro saranno ormai persi – nonostante i programmi di lavoro a orario ridotto. Come si potrebbero creare nuovi posti di lavoro?

Dando alle aziende la possibilità di creare posti di lavoro. I posti di lavoro non cadono dal cielo, sono creati dalle aziende. Gli imprenditori hanno però bisogno di un ambiente sicuro per creare aziende – e con esse posti di lavoro.

Al di là di tutte le regolamentazioni, va sempre considerato l’impatto sulle aziende. Questo si può vedere nell’esempio della transizione ecologica: gli imprenditori interessati dalla riduzione delle emissioni, dovrebbero essere coinvolti nei processi decisionali, essere parte della soluzione.

A Bruxelles si parla da anni di “unione sociale”. Quale forma di unione sociale considererebbe utile?

Sarebbe molto importante concentrarsi sulla formazione professionale. La domanda centrale deve essere: Di cosa ha bisogno il mercato del lavoro? Quali sono le competenze che servono agli studenti per poter continuare la propria crescita personale e professionale tra dieci o venti anni? È un grande tema su cui la Commissione può ancora fare molto.

Qual è la sua posizione sul salario minimo europeo?

È una prospettiva che sarà realizzata solo se tutte le parti sociali degli Stati membri saranno coinvolte. Spesso non c’è neanche bisogno di una ulteriore regolamentazione. Ad esempio, nel mio paese d’origine, l’Austria, il 98% dei rapporti di lavoro sono già regolati da contratti collettivi – compreso il salario minimo.

La crisi climatica porterà anche sfide sociali. L’Europa è preparata ad affrontarle?

Senza una sfera di cristallo, è difficile dirlo. Al di fuori dell’Europa, la crisi climatica porterà ancor più persone a fuggire verso il nostro continente, e lo capisco. All’interno dell’Europa ci saranno molti problemi, per esempio quando le persone non potranno dormire in casa con 42 gradi – perché se tutti possono avere l’aria condizionata installata, questo a sua volta danneggia il clima.

Dobbiamo fare la transizione in modo da non lasciare nessuno indietro. Questo significa anche che chiunque lavori ora in aree dannose per il clima, come l’industria del carbone, deve essere aiutato ad andare avanti. Il Just Transition Fund sembra allora adatto proprio a questo scopo.

Insomma, non so se siamo già sufficientemente attrezzati, ma abbiamo creato gli strumenti per provare ad esserlo.