Helena Dalli: “Chiedere a chi cerca lavoro di rivelare gli stipendi precedenti è discriminazione”

La commissaria europea per l'Uguaglianza Helena Dalli durante la conferenza stampa di presentazione della strategia per la parità di genere 2020-2025. (EPA-EFE/STEPHANIE LECOCQ)

La commissaria europea per l’uguaglianza, Helena Dalli, ha presentato giovedì (4 marzo) le prime regole obbligatorie al livello europeo per obbligare le aziende a rivelare i salari per tipo di lavoro e genere dei dipendenti. L’obiettivo è quello di affrontare il divario salariale tra uomini e donne nell’UE, attualmente al 14%.

In un’intervista video con un gruppo di giornalisti di diverse testate, tra cui EURACTIV.com, Dalli ha spiegato che la direttiva proibirà alle aziende di chiedere ai candidati i loro precedenti stipendi, poiché, secondo lei, questa sarebbe una “forma di discriminazione”.

Qual è l’obiettivo della direttiva?

Vogliamo rafforzare l’applicazione del principio della parità di retribuzione per un lavoro di pari valore. Fa parte del Trattato di Roma dal 1957, ed è stato integrato nel 2014 con una raccomandazione della Commissione europea sulla trasparenza salariale. Ma nonostante questi sforzi, il principio della parità di retribuzione non è ancora pienamente attuato e applicato. Ecco perché abbiamo sentito la necessità di una direttiva in questo senso. 

Quali sono gli elementi chiave della proposta?

Si tratta del diritto all’informazione sulla retribuzione prima dell’assunzione, che mira a responsabilizzare i lavoratori nelle trattative sulla retribuzione nel momento in cui vengono assunti. Include anche il diritto di richiedere informazioni sulla retribuzione, che mira a garantire che i lavoratori possano confrontarsi in qualsiasi momento durante il rapporto di lavoro con i colleghi dell’altro sesso che svolgono un lavoro uguale o di uguale valore. Contiene la relazione sul divario salariale tra lavoratori di sesso femminile e maschile per le aziende con 250 dipendenti o più. Include anche la valutazione congiunta della retribuzione in caso di indicazioni statisticamente rilevanti di disuguaglianze. Inoltre, la direttiva chiarisce cosa deve essere inteso con il concetto di lavoro di pari valore. Miglioreremo l’accesso alla giustizia e rafforzeremo i meccanismi di applicazione.

Ci sono potenziali sanzioni per le aziende che non si sentono vincolate dagli obblighi di rendicontazione sul pay gap? 

Ovviamente ci saranno delle sanzioni, ma spetterà agli stati membri applicarle, visto che si tratta di una direttiva. Naturalmente, noi vigileremo, richiameremo all’attenzione e osserveremo le migliori pratiche. Le sanzioni dovranno avere un effetto deterrente.

Quando e come vi aspettate che le informazioni vengano pubblicate?

Stiamo preparando la scena e annunciando che ciò dovrà accadere. Siamo riusciti a trovare un equilibrio con le parti sociali, ma stiamo lasciando decidere alle imprese il modo in cui agire. Se il dipendente ha motivo di dire che c’è discriminazione, spetta al datore di lavoro l’onere di provare che non discrimina. Questo aiuterà il dipendente con le procedure giudiziarie, per esempio. Naturalmente, questa è solo una piccola mossa, e affronta solo una piccola parte del problema. Ma attuandola insieme ad altre iniziative della Commissione, spero che tra qualche anno vedremo un cambiamento. La direttiva sull’equilibrio tra lavoro e vita privata da sola non è sufficiente. La misura sulla trasparenza salariale da sola non è sufficiente. È di tutte queste direttive insieme, più altre nuove proposte, che avremo bisogno.

Secondo le prime bozze, la direttiva includeva un divieto per i datori di lavoro di chiedere ai candidati i loro precedenti stipendi. È ancora nella versione finale?

Sì. Lo stipendio precedente non ha alcuna influenza sui conti e sulle capacità del candidato sul lavoro. Per questo crediamo che non debba essere rivelato se il dipendente non vuole.

Come fareste rispettare questo divieto, dato che si tratta di una pratica comune delle aziende al giorno d’oggi? Le aziende che richiedono queste informazioni saranno sanzionate, o chi cerca lavoro potrà semplicemente rifiutarsi di fornire le informazioni?

Se succederà, sarà una forma di discriminazione, cosa che appunto, come stiamo dicendo, non dovrebbe accadere. Il candidato potrà denunciarlo.

Cosa cambierebbe per gli stati membri, tra cui Germania, Finlandia o Spagna, con leggi nazionali sulla trasparenza salariale già in vigore?

Se è già tutto fatto, ancora meglio. Possono osservare la direttiva, forse migliorerà il loro modo di applicare la trasparenza salariale.