Giansanti: “No alla rinazionalizzazione della politica agricola”

Massimiliano Giansanti

Massimiliano Giansanti, presidente di Confagricoltura.

EURACTIV Italia ha intervistato Massimiliano Giansanti, presidente di Confagricoltura, in una fase cruciale dei negoziati sul prossimo bilancio pluriennale dell’Ue e quindi sulla Politica agricola comune (Pac). La scorsa settimana il commissario all’Ambiente ha detto che la sicurezza alimentare non è un più un problema in Europa. È davvero così?

A nostro avviso probabilmente il commissario all’Ambiente dovrebbe fare una più attenta riflessione. L’emergenza coronavirus ha messo in luce le fragilità del sistema agricolo europeo, che non è omogeneo nonostante che ci sia una politica agricola comune dal 1960. Oggi il tema dell’autosufficienza alimentare da una parte, e della sicurezza dei cibi dall’altra sono cruciali. Dire che uno dei due o entrambi siano due obiettivi raggiunti in Europa credo sia un errore. Oggi ad esempio in Italia l’autosufficienza alimentare è ancora lontana, dato che produciamo circa il 75 per cento di quanto consumiamo. Dall’altro c’è un tema più ampio legato alla sicurezza alimentare, su cui molto c’è da fare. In Italia in questi anni abbiamo puntato molto sulla qualità e sulla sicurezza dei cicli produttivi. Abbiamo standard produttivi molto elevati e le analisi condotte dal Ministero della salute stanno a garantire che il sistema produttivo nazionale è sicuro. Non si può dire altrettanto di alcuni altri Paesi, anche dell’Unione europea. Quindi molto ci sarà da fare sia sul tema della sicurezza alimentare quanto su quello dell’auto-approvvigionamento alimentare. La futura Politica agricola comune (Pac) dovrebbe porsi come obiettivo prioritario una capacità di produzione europea in grado di soddisfare i consumi europei in qualsiasi situazione di emergenza. E ovviamente con degli standard qualitativi in grado di tutelare e rasserenare i nostri consumatori.

Nell’ultimo giorno della sua presidenza la Croazia è riuscita a raggiungere un accordo tra Consiglio e Parlamento per prorogare l’attuale regime della Pac di altri due anni. Cosa pensa di questa proroga? È una soluzione utile per il settore agricolo?

Come Confagricoltura abbiamo dato un giudizio positivo. A gennaio 2020, prima del coronavirus, volevamo arrivare a definire la nuova Pac nel minor tempo possibile. Il coronavirus ha cambiato il paradigma del nostro vivere quotidiano e impone delle scelte diverse rispetto a quelle che avevamo immaginato prima. Un regime transitorio permette di programmare una nuova Pac alla luce degli effetti della pandemia. Perché se terminerà entro l’anno, allora possiamo immaginare una Pac in una certa direzione. Ma se continuerà ciò avrà un impatto sul mercato, perché non si esporta più: i Paesi stanno consumando prioritariamente quello che producono. In quel caso andranno tutelati da una parte i consumatori e dall’altra il reddito degli agricoltori. Avremo bisogno di politiche in grado di affrontare un periodo più o meno lungo in cui mercati rischiano di rimanere chiusi. In una fase di incertezza è bene avere le mani libere per poi andare a costruire una nuova Pac quando avremo un quadro più chiaro. Quindi il giudizio è molto positivo.

La Commissione ha presentato il progetto Farm to fork, che include tra gli altri l’obiettivo del 25 per cento di cibo biologico entro il 2030 e tutta una serie di obiettivi ambientali ambiziosi che secondo alcuni richiedono un profondo ripensamento della politica agricola. Cosa ne pensa? 

Parto intanto da un dato che deve rimanere tale, per quanto riguarda Confagricoltura: la Pac è una politica fondamentale su cui si incentra l’attività dell’Ue e tale deve rimanere. Immaginare la Pac dentro altre politiche economiche rischia di snaturare quella che era la visione originaria di armonizzare le politiche agricole e di conseguenza dare la possibilità agli agricoltori europei di poter competere alla pari all’interno di un mercato comune. Quindi sarà bene mantenere separata la Pac dalle altre strategie che vengono definite in maniera prioritaria dalla Commissione von der Leyen, che potrebbero non essere poi riconfermate da una futura Commissione tra quattro anni. Dobbiamo mantenere i due ambiti di attività separati.
Quando si parla di ecologia certamente i primi ad essere interessati a rispettare e preservare le risorse naturali sono gli agricoltori, perché l’agricoltura si fa solamente su terreni fertili. Ci viene chiesto di produrre con dei ritmi e cicli di produzione che possano garantire il rispetto delle risorse naturali, ma anche ad un prezzo a cui tutti i consumatori possano accedere al cibo. Ovviamente in un mercato in cui si tende a controllare la politica del prezzo di accesso del cibo per tutti dobbiamo anche tener conto del reddito degli agricoltori. Altrimenti si passa sostanzialmente da un sistema di mutualità interna ad un modello economico da costruire in maniera diversa. La Pac per tanti anni è servita appunto a garantire il reddito degli agricoltori da una parte, e cibo in quantità per i cittadini. Ora ci viene chiesto di fare uno scatto in più, di farlo in maniera sicura preservando le risorse naturali. Va bene, però gli obiettivi che ci diamo devono essere raggiungibili e soprattutto bisogna capire quali sono gli effetti. Dire oggi che il 30 per cento della superficie agricola europea dovrà essere condotta con sistemi biologici andrà da una parte a limitare l’agricoltura convenzionale – e l’utilizzo di agro-farmaci e di prodotti nutrienti su base chimica per i terreni – e dall’altra a spingere sull’agricoltura biologica. Oggi non esiste una quantità di matrice organica tale da poter soddisfare le richieste del 30 per cento del terreno europeo. Poi ci sono degli aspetti di mercato: il prodotto biologico ha saputo conquistarsi uno spazio di mercato rilevante, oggi circa il 15 per cento del mercato italiano. Per arrivare al 30 per cento rischiamo di mettere in crisi un modello economico che si è sviluppato bene in questi anni, che crea anche delle condizioni di vantaggio per i redditi degli agricoltori che operano in regime biologico. Se aumentiamo quella soglia di imprenditori che operano nello stesso modello di produzione rischiamo di andare sostanzialmente ad abbassare il reddito di quegli agricoltori. Quindi alcuni agricoltori potrebbero ritenere non più conveniente di produrre il biologico. Per questo gli obiettivi sono ambiziosi, ma non so se siano realizzabili. Sarà importante dimostrare come l’agricoltura possa portare un contributo alla sostenibilità ambientale. Ma poi ci sono altri due elementi fondamentali: la sostenibilità sociale e quella economica. Sono sostanzialmente tre paradigmi legati l’uno all’altro e rompere questo legame secondo me sarebbe un errore clamoroso.

Quali sono le proposte e gli obiettivi ambientali che possano essere raggiunti mantenendo anche la sostenibilità economica e sociale? E come dovrebbe essere la nuova Pac per essere coerente con gli obiettivi ambientali ma anche con le esigenze dei produttori?

Innanzitutto due elementi: abbiamo bisogno di una Pac semplice. Oggi gli strumenti che gli agricoltori utilizzano per poter avere accesso ai contributi europei sono estremamente burocratizzati. Abbiamo un sistema di richiesta e giustamente anche di controllo molto pesanti, che hanno anche un costo rilevante per l’Italia, su cui ovviamente dovremo fare una riflessione, perché viviamo ormai in un mondo digitalizzato. Abbiamo bisogno di uno strumento di intervento dove gli agricoltori con facilità possano inserire il loro programma annuale di attività ed un sistema di controllo semplice che possa verificare se quello che hanno scritto risponde alla verità, per poter poi andare alla conclusione con il pagamento del premio Pac all’agricoltore. Il tema della semplificazione diventa rilevante in uno scenario in cui la digitalizzazione dell’agricoltura deve diventare l’obiettivo principale, su cui andrebbe impiantata la futura strategia europea per l’agricoltura. In secondo luogo la Pac necessariamente deve rimanere una politica europea. Non possiamo lasciare troppo spazio di azione ai singoli stati membri. Non possiamo permettere una ri-nazionalizzazione delle politiche agricole in un mercato unico e soprattutto in uno scenario globale in cui la sfida della competitività ormai si gioca su pochi centesimi al chilo di differenza tra una zona di produzione del mondo rispetto ad un’altra. Abbiamo bisogno di una strategia unitaria europea. Viviamo in un mondo in cui non esiste più il multilateralismo, ma solamente accordi bilaterali, che li fa l’Unione, non i singoli Stati. Quindi i due capisaldi sono la semplificazione e no alle ri-nazionalizzazioni.

E cosa servirebbe perché insieme la politica agricola e il Farm to fork possano produrre innovazione e vantaggi per l’agricoltura europea ed una maggiore tutela ambientale?

Il tema è come rendere compatibile la sostenibilità economica con la sostenibilità ambientale. Veniamo da un percorso in cui l’attività verde della Pac negli anni è passata dalla condizionalità al greening. Dobbiamo proseguire in quel filone. Non possiamo appesantire ulteriormente la politica agricola di ulteriori strumenti di condizionalità. Dovremo definire un pacchetto di obiettivi e strumenti, che deve essere ovviamente uguale per tutti gli agricoltori europei. Ogni Stato membro e ogni singolo agricoltore deve poter attingere a questo insieme di obiettivi e strumenti a disposizione, e decidere quali possono essere quelli che lui intende raggiungere. Perché magari alcuni sono più adatti in un Paese e meno in un altro. Ad esempio le aree pascolo sono comuni nei paesi dell’area continentale. Ma in Italia abbiamo un sistema e un modello produttivo nazionale dove diventa estremamente difficile immaginare delle zone pascolo nella pianura padana. Serve una Pac che dia flessibilità rispetto però a degli obiettivi generali comuni per tutti. E poi dobbiamo lavorare sulla convergenza esterna, perché non è pensabile che un agricoltore italiano possa percepire lo stesso contributo di un agricoltore della Moldavia o della Repubblica ceca. Abbiamo sistemi produttivi completamente diversi. Quel sistema di mutualità interna è ancora necessario e non ci sono ancora le condizioni per pensare ad un contributo uguale per tutti gli agricoltori europei.

Dall’altro c’è il tema rilevante per noi del capping (limite ai contributi europei per azienda, ndr). Perché dobbiamo iniziare a pensare a degli strumenti che favoriscano l’aggregazione rispetto ad un’agricoltura che deve essere più competitiva. La politica vuol fare invece il passaggio contrario alla logica del piccolo è bello. Ma abbiamo necessità di dare la possibilità agli agricoltori di crescere – soprattutto se crediamo allo sviluppo sostenibile. Se vogliamo ridurre le emissioni invece di due aziende di 10 ettari con due trattori da 100 cavalli, devo avere un’azienda di 20 ettari con un trattore da 100 cavalli. Però se l’azienda non può prendere più di 60 mila euro come contributo aziendale, torneremo a dividere le aziende e andremo nella direzione opposta. Quindi credo che il capping vada rigettato e che una Pac che guardi al mercato possa anche garantire sempre più gli agricoltori rispetto anche ai temi del cambiamento climatico e dei suoi effetti. Una Pac che sui temi delle assicurazioni possa essere ambiziosa, con un sistema di mutualità interna con la possibilità di spostare anche delle voci di bilancio da un Paese ad un altro in funzione anche degli effetti del cambiamento climatico. Oggi noi stiamo subendo più di altri in Spagna, Francia del sud, Italia e Grecia gli effetti del cambiamento climatico. La piovosità è ormai sempre meno e le colture ne risentono. Queste situazioni di crisi vanno governate con strumenti assicurativi che magari oggi riguardano l’Italia ma un domani potrebbero riguardare altri Paesi. Con i sistemi di mutualità interna dobbiamo anche avere degli strumenti in grado di affrontare le crisi di mercato. In questi anni abbiamo conosciuto delle crisi di mercato importanti, come quella del latte, dell’ortofrutta, del vino. Anche qua la Pac deve essere in grado di poter stabilizzare il reddito degli agricoltori. Ultimo elemento rilevante è il tema dello sviluppo rurale che possa creare competitività e portare il digitale in agricoltura. Perché il digitale non è solamente portare reti ma anche la possibilità per gli agricoltori di innovare, di avere un parco macchine, dei macchinari e delle attrezzature efficienti e di governare meglio il ciclo produttivo, ed essere più sostenibili, con un minore utilizzo di risorse fossili, e dei prodotti che si utilizzano nei cicli di produzione. Una Pac in grado di traghettare verso un’agricoltura 4.0, rispettosa dell’ambiente e produttiva.

Con la pandemia i processi produttivi non si sono fermati, ma l’export agricolo sia intra-europeo che extra-europeo è stato colpito in maniera significativa. Cosa avete chiesto al governo italiano agli stati generali di inserire nel piano di rilancio relativamente al settore primario?

In questa fase abbiamo necessariamente il dovere di garantire il cibo a tutti. Lo stato italiano ha ritenuto l’agricoltura un settore strategico. Ma ciò significa avere una strategia, che adesso dobbiamo definire insieme al governo per il rafforzamento del settore dell’agroalimentare. Ad esempio, con il raggiungimento dell’autosufficienza alimentare si andrebbe a creare un maggior valore aggiunto di circa 50 miliardi di euro, che sul Pil nazionale è rilevante. Le previsioni oggi dicono che anche i consumi domestici alla luce dell’emergenza coronavirus da qui alla fine dell’anno segneranno una diminuzione del 3 per cento, che rispetto ad altri comparti dell’economia nazionale sembra poco. Ma se le persone risparmiano anche sul cibo è evidente che c’è una crisi dei consumi in Italia. Serve un aiuto e uno stimolo al consumo e abbiamo chiesto di ridurre le aliquote Iva sui prodotti al consumo, che oggi già è prevista per alcuni prodotti dell’agricoltura. Ad esempio ora si consuma poco vino in Italia e quindi abbassare l’Iva dal 22 al 4 per cento significa abbassare il costo bottiglia per i consumatori. Per rilanciare i consumi bisogna mettere anche maggiori risorse economiche in tasca ai consumatori, perciò abbiamo chiesto un taglio del cuneo fiscale. Non da oggi in Italia abbiamo un costo della fiscalità sul lavoro molto elevato rispetto ai principali competitori europei. Con una minore fiscalità a carico del lavoratore e quindi trasferendo una parte delle risorse dalla fiscalità generale ai lavoratori si dà loro la possibilità di spendere qualcosa di più e quindi rilanciare i consumi e indirettamente anche il gettito dell’Iva, che verrebbe ridotto con la prima proposta. Quindi la priorità è rilanciare i consumi domestici e poi quando sarà possibile una forte politica di rilancio e di promozione del made in Italy in generale e in particolare dell’agroalimentare. Perché il mercato estero per noi è rilevante: in pochi anni siamo passati da 25 a 46 miliardi di euro di export. I primi due mesi dell’anno stavano dando dei risultati estremamente interessanti in termini di ulteriore crescita dell’export. Con l’emergenza coronavirus che si sta diffondendo ormai a livello globale è difficile essere presenti e dovremo lavorare molto per cercare di mantenere il presidio dell’Italia nei grandi mercati. Da ultimo è importante il rilancio dell’horeca (Hotellerie, Restaurant, Catering,ndr). Nel settore dell’agroalimentare abbiamo necessità che si possa ritrovare quella socialità che porta tutti noi ad andare a visitare una città e pernottare in hotel, andare a cena con gli amici al ristorante piuttosto che i momenti conviviali con catering. Prima riparte l’horeca prima riparte il sistema economico nazionale. Oggi noi stiamo di fatto lavorando con il magazzino. Se non riparte l’horeca interi comparti dell’economia agricola nazionale soffrono in particolar modo. Penso al settore del vino, dell’olio, dei suini, dei prosciutti e della salumeria, dei formaggi, che stanno risentendo molto la crisi.