Ghezzi: l’Italia abbandoni l’idea che piccolo è bello

Gioia Ghezzi, Chair del Board dell'EIIT

Ghezzi

EURATIV Italia ha intervistato Gioia Ghezzi, nominata chair del board dello European Institute of Innovation and Technology (Istituto Europeo dell’Innovazione e la Tecnologia), una grande manager italiana alla testa di un’importante Agenzia dell’Unione.

Che cos’è e di che cosa si occupa l’Istituto?

L’istituto è stato fondato nel 2008 e di fatto è attivo dal 2010, da dieci anni. È nato dalla domanda su come si potesse incoraggiare in Europa la formazione di eco-sistemi innovativi. Nel 2008 l’Unione si è chiesta perché Facebook o Alibaba o Amazon non fossero nati in Europa. Questi sono ovviamente esempi molto spinti, ma lo stesso si potrebbe dire per molte altre aziende innovative. La risposta data sulla base dell’analisi che era stata fatta è che l’Europa può essere molto innovativa: non mancano le idee, la cultura l’intelligenza, ma manca quel substrato, quell’ecosistema che nutre l’innovazione. Se uno pensa ad esempio alla Silicon Valley non è una azienda che fa certe cose, ma un intero ecosistema: ci sono i fondi, il talento, la regolamentazione adatta, cioè mezzi normativi che aiutano e supportano chiunque voglia fare innovazione di un certo tipo. Per questo è nato lo European Institute of Innovation and Technology.

Quali sono le principali linee di intervento?

Il lavoro dell’Istituto è declinato su otto temi diversi, scelti dall’Unione europea. Cioè non li scegliamo noi, ma la Commissione. Questi otto campi sono il digitale, l’energia, il cambiamento climatico, il cibo, la salute, le materie prime, di cui l’Europa è molto povera, la manifattura, che adesso diventa meccatronica, e la mobilità urbana. Per ognuna di queste aree tematiche abbiamo delle unità, che sono chiamati KIC: knowledge innovation community. Sono delle comunità che funzionano come se fossero quasi delle business unit di un grande gruppo, e quindi hanno il loro amministratore delegato, il loro management team e il loro board fatto da specialisti della materia indipendenti. Ognuna di queste comunità mette insieme tre aree che secondo noi sono alla base del creare innovazione. Allora da un lato tutta la fase di educazione e formazione. Se vuoi formare persone che non solo siano ingegneri dell’energia per esempio, ma abbiano le capacità imprenditoriali per trasformare un innovazione in un prodotto o in un servizio e in ultimo in un’azienda. La seconda area su cui ci focalizziamo è la ricerca. Abbiamo moltissimi partner industriali, più di 1500 in tutta Europa e quindi siamo la più grande rete di innovazione del sistema Europa. La terza area è quella proprio del business: quindi ci sono tutta una serie di aziende start-up e up-scale che vengono finanziate da noi. Quanto vai a studiare analiticamente la situazione si scopre che l’Europa è abbastanza ricca di start-up. Ma poi rimangono piccole e vanno pian piano a morire o ripiegarsi su se stesse. Quindi è molto importante sostenere le start-up, ma altrettanto importante è lo scale-up, l’aiutare le piccole aziende a crescere.

Quali sono gli strumenti di intervento? E quali potrebbero essere più rilevanti per l’Italia?

Inizialmente quando l’Istituto è partito la domanda era perché non ci fossero da noi questo tipo di società e aziende innovative. Ma non si sapeva esattamente quali fossero i trigger, gli inneschi, e quindi cosa mancasse. Così si è deciso di innovare anche nell’organizzazione di queste aree. Dato il mandato voi dovreste a creare innovazione su un determinato tema, cioè gli otto temi nominati prima, ogni area tematica è stata libera di organizzarsi come meglio credeva. Adesso a dieci anni di distanza siamo in grado di trarre delle conclusioni e di vedere chi ha avuto maggiore successo e chi meno. Gli ingredienti sono tanti e non c’è un solo silver bullet, un unico elemento, che se solo fai così succede l’innovazione. Però appunto elementi fondamentali sono questo mettere assieme educazione, ricerca e business. Avere sempre il focus sul trasformare quella che è un’idea o un’innovazione in un prodotto o un servizio che viene venduto al pubblico o a imprese, business to business.

Da questo osservatorio europeo è forse possibile capire meglio i punti di forza e di debolezza dell’Italia rispetto a innovazione e tecnologia. Quali sono secondo lei?

In Italia questi elementi mancano molto. Secondo me in Italia dobbiamo disassuefarci da questo attaccamento al piccolo e al controllo. L’’Italia è un paese di PMI, cioè piccole e medie imprese. Però la P di piccole è molto preponderante rispetto alle medie imprese. In realtà le nostre imprese sono spesso piccolissime. Facciamo un paragone per esempio con un Paese che – al contrario di quello che a volte si pensa – è molto simile al nostro: la Germania. Anche lì ci sono molte imprese che sono partite come aziende familiari, c’è un buon livello di imprenditoria e in realtà il costo del lavoro, il famoso cuneo fiscale, in Germania è simile al nostro, ma la produttività del lavoro è molto diversa. Lì le piccole aziende diventano le BMW, le Mercedes o le Bayern, cioè grandissime aziende. Perché lì le famiglie a un certo punto si rendono conto che loro hanno avuto l’idea, hanno lanciato l’impresa, che è cresciuta e che loro non hanno più le capacità manageriali per condurre una grande azienda e impresa. E quindi portano all’interno del management qualificato che sappia fare il passo successivo, lo scale-up. In Italia piuttosto che mollare il controllo dell’azienda di famiglia la si tiene piccola. Piuttosto di far entrare altri capitali e diluirsi cedendo in parte il controllo la si tiene piccolo. Questo secondo me è una grossa barriera culturale. Poi ci sono delle barriere strutturali come la mancanza i grandi capitali. In Italia sono rimaste poche grandi famiglie che conosciamo tutti con grandi capitali che sono in grado di investire. A differenza di quanto avviene in Germania, Francia, Spagna e altri Paesi. Così noi dobbiamo sempre andare all’estero per trovare capitali. E un investitore straniero ha una serie di perplessità sull’operare in Italia che bloccano moltissimo. Questi sono problemi strutturali, ma ci sono anche problemi endogeni su cui molto si può lavorare.

Quali sono gli strumenti di intervento dell’Istituto per affrontare questo tipo di problemi e in particolare per il finanziamento di start-up e scale-up?

Gli strumenti dello EIIT sono forniti sia attraverso bandi ma anche altre tipologie di strumenti. Oltre ai capitali viene fornito tutto quello che serve per crescere. Ci sono acceleratori, servizi condivisi perché a livello di start-up spesso hanno bisogni comuni, di servizi di accounting, finanza, di capire qual è la sequenza per fare certe cose per muoversi quindi anziché far reinventare la ruota ogni volta ad ogni azienda, viene fornita tutta una serie di strumenti in maniera strutturata a queste giovani realtà e giovani aziende. E questo dà poi loro l’abilità di focalizzarsi sui contenuti e di crescere.

Poi puntiamo molto sulle donne. L’83 per cento delle start-up in Europa è fondata da un uomo. Ma uno studio della stessa Commissione europea ha dimostrando – come peraltro era già stato fatto anche da altri in altri ambiti – che quando le start-up sono hanno una donna tra i fondatori e un certo numero di donne nel management in genere hanno più successo, dal punto di vista di varie metriche, come il fatto che crescono prima, fanno più profitti, attraggono migliori talenti. Quindi cerchiamo di spingere molto sia all’interno delle nostre comunità KIC, sia all’interno delle società in cui investono. La presenza femminile. Ci sono una serie di premi e attenzioni che vengono date per esempio a start-up fondate da donne.