Ersilia Vaudo Scarpetta: “L’Agenzia spaziale europea prepara le generazioni future”

Ersilia Vaudo Scarpetta. Wired_gravity

EURACTIV Italia ha intervistato Ersilia Vaudo Scarpetta, chief diversity officer dell’Agenzia spaziale europea, impegnata nel promuovere la diversità e l’inclusione come valori fondamentali e nel sostenere azioni ed iniziative volte a valorizzare, ed aumentare, l’interesse delle e dei giovani verso le materie Stem e le carriere nel settore spaziale. Per il suo impegno ha ricevuto due importanti premi nelle ultime settimane.

Ersilia Vaudo Scarpetta si è laureata in Fisica all’Università La Sapienza di Roma, dove ha lavorato nel dipartimento di Cosmologia. Dal 1991 lavora all’Agenzia spaziale europea dove è attualmente Esa chief diversity officer. Durante la sua carriera ha ricoperto vari ruoli strategici, tra cui la la creazione dell’European space policy institute a Vienna, ed è stata segretario esecutivo del gruppo consultivo scientifico-tecnologico della missione ExoMars per la ricerca di tracce di vita passata e presente su Marte. Nel 2019 è stata nominata per l’European diversity awards nella categoria “Head of diversity of the year”. Ad ottobre 2020 ha ricevuto il premio internazionale “Tecnovisionarie 2020″, premio speciale Europa, dall’associazione Women&Technologies.

Che cos’è l’Esa (Agenzia spaziale europea) e perché è importante il suo lavoro?

L’Esa fa una grande varietà di cose, gode di completa libertà e copre tutti i settori delll’aerospaziale. Rispetto alla ben più nota Nasa (l’agenzia spaziale Usa) facciamo molto di più; ci occupiamo infatti di osservazione della terra, telecomunicazioni, navigazione satellitare. L’Esa comprende 22 paesi (più il Canada, che è partner dell’Esa e non della Nasa), tra i quali la Norvegia, la Svizzera, il Regno Unito. Questo perché l’Esa si basa un criterio molto forte: che tutti i soldi che un paese versa all’Agenzia devono ritornare almeno per l’80 per cento in contratti alle sue industrie. È quindi un sistema dove avere intorno al tavolo dei Paesi in grado di garantire l’utilizzo delle risorse impiegate, quindi con un’industria sufficientemente forte e di eccellenza. L’allargamento a nuovi paesi membri è un processo abbastanza lento; oggi siamo 22 ma siamo partiti da 12. Si è trattato quindi di costruire un’industria spaziale europea forte e solida. Il più grande contributore oggi è la Commissione Europea, che finanzia Galileo (il sistema europeo di posizionamento Gps) e Copernico.

Operiamo in un settore attraente perché da un lato c’è l’aspetto di ispirazione legato all’enorme attività scientifica, e dall’altro il valore riconosciuto della space economy, un business da 400 miliardi globali. Quindi questa capacità di generare business e servizi che vede nell’infrastruttura spaziale un elemento strategico e anche di di ritorno di ritorno commerciale. Tanto che a livello ministeriale nel 2019 abbiamo avuto un budget su tre anni superiore a quanto avevamo chiesto.

Come responsabile per la diversità ha avuto un ruolo fondamentale affinché l’Esa ottenesse il premio Excellence in 3g diversity (gender, generation and geography) dell’International astronautical federation. Come c’è riuscita?

Come organizzazione internazionale europea siamo ben consapevoli del valore della diversità: abbiamo 22 paesi che parlano più di quattordici lingue diverse, che mettono insieme competenze varie per fare cose che nessun paese da solo saprebbe fare, come far atterrare un piccolo robot su una cometa che gira su se stessa a 500 milioni di chilometri da qua. Quindi conosciamo la “magia” della diversità, cioè delle cose che si possono fare mettendo insieme punti di vista diversi. Lo spazio è comunque immaginare il futuro e renderlo possibile e c’è proprio bisogno di questa diversità. Una sfide è che lo spazio rimane comunque abbastanza un “blue eyes boys”. Per vari motivi tra cui il fatto che siamo all’interno delle materie STEM (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica) dove in Europa abbiamo una stagnazione, e pochissime donne. Secondo l’ultimo rapporto del World Economic Forum per arrivare alla parità di genere ci vorranno 257 anni, che è una cifra enorme, e l’anno scorso ce ne volevano 212. Quindi non solo non si progredisce ma si va indietro. Una delle ragioni è che non ci sono abbastanza donne nei settori STEM, dove c’è più tasso occupazionale, progressioni di carriera e soprattutto le competenze di domani. La vera rivoluzione nella questione di genere ci sarà quando un numero sufficiente, una massa critica, occuperù questi spazi, che sono il punto dove si immagina e si rende possibile il futuro.

Quando ho assunto questo ruolo all’ESA solo il 16% delle domande di lavoro erano di donne, molte italiane, e con soli 3 Paesi che rappresentavano più del 50 per cento. Quindi scarso interesse verso lo spazio dalle donne in molti Paesi dell’Esa. E ancora di più per gli astronauti: circa il 12% donne, in proporzione stabile. Non puoi essere più diverso delle persone che fanno domanda, quindi bisognava agire su questo. In 3 anni abbiamo avuto un 68% in più di domande di donne, assumendone il 40% in più e da molti più Paesi e abbassando molto l’eta media di assunzioni. Anche cambiando narrativa su cui sono sensibili i giovani. Non solo puntando su business e tecnologico, ma anche il fare le cose insieme, rispondere alle sfide di domani, come climate change, povertà, energia.

A livello personale ha appena ricevuto anche il premio Tecnovisionaria per il suo impegno sulle ragazze e le materie Stem. Quali le sue proposte al riguardo?

Per me è fondamentale cominciare da piccoli. Ho fatto parte della task ministro delle pari opportunità: “12 donne per un nuovo rinascimento” e ho lavorato proprio sulle Stem, con una serie di proposte che toccassero tutte le fasi della vita a partire dalle elementari in cui si forma l’identità Stem nelle bambine e inizia l’esclusione delle bambine dalla matematica. Nell’ultimo rapporto PISA risulta che in Italia la più grande gender gap è nelle capacità matematiche dei quindicenni. La disuguaglianza in matematica rispecchia tutte le altre disuguaglianze, cioè territoriali, di genere, socioeconomiche, e questo in tutti i paesi Ocse. Infatti in Francia tre anni fa la matematica è stata nominata emergenza nazionale e priorità per la mobilità sociale.