Bombardieri (UIL): ora l’Europa dei diritti e degli investimenti

Il nuovo segretario della Uil Pierpaolo Bombardieri [Ufficio stampa Uil]

EURACTIV Italia ha intervistato Pierpaolo Bombardieri, a pochi giorni dalla sua elezione a Segretario generale della UIL, per comprendere la sua visione dell’Europa.

Nella sua prima relazione da Segretario generale ha dedicato molto spazio all’Europa. Perché è così centrale oggi per i lavoratori?

Sono cresciuto con un’idea di un’Europa solidale, che ha permesso a me, come a tanti altri giovani, di sentirsi cittadini di questa Europa. Se immaginiamo un futuro diverso non lo possiamo che costruire superando i nazionalismi e ragionando in un’ottica più grande, quella europea. La fratellanza e la solidarietà, la capacità di stare insieme e di aiutarsi, di risolvere problemi economici e anche finanziari, cominciando dal problema dei diritti del lavoro, secondo noi è l’orizzonte sul quale dobbiamo misurarci nei prossimi mesi.

Lei ha chiesto al governo di usare subito il SURE e il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES). Perché? 

È urgente, perché in un momento di grande crisi economica è importante dare risposte ai lavoratori che oggi sono in cassa integrazione. Abbiamo chiesto al governo di estendere la cassa integrazione e in qualche modo il divieto di licenziamento fino a dicembre. SURE è un programma europeo a sostegno della cassa integrazione ed è importante utilizzarne le risorse. La stessa cosa per il MES. Intanto, le condizionalità di cui si ha tanta paura non ci sono. E in ogni caso il nostro Paese alla luce della pandemia ha la necessità di ripartire da grandi investimenti nella sanità pubblica – che nel corso degli ultimi anni è stata in qualche modo sacrificata a favore della sanità privata – e nella sanità di prevenzione sul territorio. Per una strana coincidenza negli ultimi dieci anni alla sanità pubblica sono stati tagliati esattamente 37 miliardi, che sono le risorse disponibili dal MES. Abbiamo chiesto che questi soldi vengano utilizzati al più presto perché la pandemia potrebbe ritornare dopo l’estate, e perché le lacune che si sono dimostrate in questo periodo possano essere colmate con gli investimenti e una serie di scelte diverse.

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Dopo il SURE e il NextGenerationEU quale dovrebbe essere il prossimo passo nella costruzione del Pilastro sociale dell’Unione?

Sicuramente quello dei diritti. Discutiamo con la Commissione attraverso la Confederazione Europea dei Sindacati riguardo al salario minimo. E ovviamente riguarda la possibilità per tutti i lavoratori di avere pari diritti e pari trattamenti economici. Questo dovrebbe essere per noi il punto rilevante sul quale misurarsi nell’immediato futuro. Abbiamo una situazione in Europa molto diversificata. Alcuni Paesi europei hanno una forte contrattazione nazionale, molti hanno solo un salario minimo, e i Paesi del nord hanno un sistema ancora diverso. Dovremmo far sì che questo sistema fosse in qualche modo omogenizzato, garantendo parità di diritti e qualità di trattamenti economici. Questa intanto sarebbe una prima risposta per le tante lavoratrici e per i tanti lavoratori che noi abbiamo in Europa. Ma sicuramente sarebbe una risposta a quello che spesso registriamo come dumping fra aziende che spostano le sedi e le manifatture da un Paese all’altro.

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A proposito di modelli diversi, come valuta quello tedesco con i suoi sistemi di cogestione, di economia sociale di mercato e di interconnessione tra gli interessi dei lavoratori e delle aziende? Crede che sia un modello utile e replicabile in Italia e in Europa?

Sì noi lo valutiamo positivamente. Come UIL abbiamo da tempo esplicitato la nostra disponibilità ad un modello partecipativo. Ne abbiamo discusso tante volte e chiarito che la partecipazione dei rappresentanti dei lavoratori alla vita dell’azienda rende più fluido non solo il confronto, ma in qualche modo permette di non avere una visione dell’azienda come una controparte in qualche modo da combattere, ma come lo strumento con la quale creare ricchezza e redistribuire ricchezza. Quei sistemi che sono stati già utilizzati in Germania noi li abbiamo rivendicati in Italia. Per esempio nel caso di grandi aziende pubbliche abbiamo utilizzato i Consigli di indirizzo e vigilanza, che possono essere strumenti utili, al pari della partecipazione nel Consiglio di amministrazione, per dare delle indicazioni e per far sì che alcune scelte siano condivise e quindi meglio realizzabili.

Si parla tanto del Recovery Fund, del Green Deal, del piano NextGenerationEU. Ma come vanno finanziati? Cosa pensa delle proposte di tasse europee avanzate finora, come la tassa sulle transazioni finanziarie speculative, sui profitti dell’economia digitale, sulle emissioni inquinanti?

Sono delle possibili soluzioni, un primo passaggio verso un’Europa più coesa anche sotto questo profilo e quindi dal punto di vista finanziario. Ma poi possono essere risposte anche per definire e finanziare i progetti non solo del Recovery Fund, ma i progetti che da qui a qualche anno dovremo mettere in piedi. Come UIL continuiamo a sostenere che questo percorso che la Commissione ha scelto, e spero che i governi confermeranno nelle prossime settimane, sia un percorso dal quale non si deve tornare indietro. La politica dell’austerity ha dimostrato i suoi limiti. Abbiamo la necessità di rilanciare la nostra Europa attraverso i diritti, gli investimenti, attraverso tutto quello che può aiutare i giovani a sbloccare un ascensore sociale che è ancora bloccato.

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Se la politica degli investimenti va fatta a livello europeo, che ruolo avrebbe un debito europeo?

È chiaro che se facesse la domanda ad un liberista risponderebbe che non c’è nessun livello di debito europeo sostenibile, perché le economie nazionali e l’economia europea non possono sostenere nessun livello di debito che possa essere considerata accettabile. Noi dobbiamo considerare il livelli di debito compatibile con tutto quello che si intreccia con lo sviluppo e con la sostenibilità. Dobbiamo avere come obiettivo e come orizzonte del futuro il fatto che abbiamo bisogno di far crescere dal punto di vista industriale, civile, della cultura la nostra Europa. Quindi bisogna ragionare con le banche e i grandi sistemi finanziari per far sì che ci sia un livello accettabile per raggiungere questi obiettivi. Non possiamo definire un livello di debito sulla base delle esigenze delle banche, ma sulla base di quelle che sono le esigenze concrete della società.

La UIL e gli altri sindacati hanno contribuito in modo decisivo all’ingresso dell’Italia nella moneta unica. Oggi l’azione della Banca Centrale Europea sta rendendo possibile l’indebitamento italiano senza un eccessivo aumento dello spread. Cosa direbbe a chi in Italia propone l’uscita dall’euro?

Che sta assolutamente fuori strada. Sarebbe un errore storico, culturale e politico. Ovviamente uno spread a 160 in un momento di così alta incertezza in Italia dimostra come la politica europea abbia lavorato e influenzato le scelte economiche del nostro continente. La scelta dell’euro è irreversibile. Qualsiasi altra ipotesi porterebbe al disastro non solo economico, ma mi permetto di dire anche sociale e culturale del nostro Paese.

Come crede che cambierà il ruolo del lavoro nel mondo post-Covid? Quali riforme servono a livello italiano ed europeo per dargli centralità?

Serve cambiare paradigma. Abbiamo accennato, e faremo altrettanto nelle prossime settimane, alla necessità di partire da una visione diversa del lavoro. Intanto bisogna considerare che tutto quello che è successo in questi mesi ha messo il lavoro in condizioni di sviluppare obiettivi e risultati che sembravano irraggiungibili attraverso la strumentazione informatica, attraverso le reti. Da questo ne scaturisce per noi la necessità di regolamentare lo smart working, che mi pare ormai un fatto assodato in molte amministrazioni pubbliche e private, e che andrebbe regolato. Nell’emergenza ognuno ha lavorato senza fare alcun problema. Aggiungiamo che spesso i lavoratori ci hanno messo i propri computer e la propria rete, pagandoli in prima persona e questo diventa un problema. Così come c’è un problema riguardo alla sicurezza dei dati. Inoltre c’è un tema che noi vorremmo affrontare che riguarda il diritto alla disconnessione. Perché nel periodo dell’emergenza gli orari, i sabati e le domeniche, non hanno avuto nessuno stop. Ma nel futuro secondo noi questo sistema andrebbe contrattualizzato. Infine aggiungo che noi dovremmo riuscire a parlare di una valutazione diversa della produttività. Nel confronto con Confindustria noi li abbiamo sfidati, così come le altre associazioni datoriali, perché la produttività in qualche modo viene misurata secondo noi con un sistema ancora fordista, cioè la misurazione del tempo passato in fabbrica o sul posto di lavoro a prescindere da quelli che sono i raggiungimenti dei risultati. Abbiamo grandi esperienze ad esempio in America – uno per tutti Google – che invece dimostrano che se noi lavorassimo sulla valutazione del raggiungimento degli obiettivi potremmo fare un ragionamento assolutamente diverso, per esempio riducendo l’orario di lavoro e mantenendo lo stesso trattamento economico. Significherebbe capovolgere la piramide che fino ad adesso ha retto la valutazione sulla produttività e invece fare un ragionamento più ampio che per esempio riguarda la conciliazione degli orari di vita e degli orari di lavoro, il peso che in molti casi è sulle spalle delle donne per l’assistenza familiare e agli anziani. Se noi dovessimo ricostruire il nostro futuro, e le condizioni post-covid ci costringeranno farlo, noi immaginiamo che questo vada fatta in modo diverso, con principi diversi, sperimentando anche soluzioni e idee che fino ad ora sembravano impensabili.

Nella sua relazione ha parlato di giovani e scuola. Cosa serve all’Italia per ridare loro prospettive e speranza? E come può aiutare l’Unione? Una scuola migliore passa anche da un reclutamento più meritocratico, attraverso concorso, invece che con la stabilizzazione dei precari?

Sono due temi diversi. Gli investimenti nella scuola nel corso degli ultimi anni sono diminuiti. Tenga conto che nel confronto con il governo e con la ministra abbiamo ricevuto un documento dal Comitato Tecnico Scientifico per l’apertura delle scuole che analizzava le carenze italiane rispetto alla situazione degli altri Paesi europei. Lì c’era un elenco della mancanza di docenti, dell’inadeguatezza delle strutture, delle classi troppo numerose. Erano gli obiettivi sui quali il Comitato Tecnico Scientifico diceva che bisognava lavorare. Questo per noi è il punto di partenza, dal punto di vista strettamente tecnico. Poi immaginiamo che questo permetta di costruire una nuova classe dirigente di questo Paese, con più attenzione agli studenti che frequentano la scuola.

Il ragionamento sui precari è diverso. Intanto chiariamo che oggi alla scuola mancano più di 80mila unità e abbiamo 80mila precari, che sono arrivati all’interno delle scuole non perché siano stati chiamati perché passavano per strada, ma perché hanno fatto una selezione. Intanto una selezione era già stata fatta. Noi abbiamo chiesto al governo di fare presto, non di non fare i concorsi. Abbiamo chiesto di essere veloci perché immaginiamo che a settembre – con l’idea che il governo ci ha prospettato, cioè di 30 mila assunzioni fatte sulla base di un concorso che ancora non è stato nemmeno bandito – continueremo ad aumentare i precari. Perché non saranno in grado di mettere nelle classi ai primi di settembre i docenti. Ed è chiaro che per riaprire le classi non bisogna avere i docenti ai primi di settembre, ma già da metà agosto per incominciare a programmare. Il governo inoltre dice di voler fare un ulteriore concorso, definito ordinario, che rischia di far passare altri quattro anni. Non abbiamo tutto questo tempo. Non abbiamo detto di fare sanatorie per i precari, ma di tenere in considerazione il fatto che oggi 80 mila persone che lavorano nella scuola attraverso selezioni di varia natura, per titoli o per esami, hanno almeno tre anni di anzianità. Teniamo conto di questa anzianità, dato che una selezione l’hanno fatta, e usiamo strumenti veloci che siano in grado di selezionare la nuova classe docente, ma riescano a rispettare i tempi che noi riteniamo necessari. Ad oggi questi risultati non ci sono stati e questo è il motivo per il quale abbiamo fatto uno sciopero generale.

Riguardo a quanto diceva sulle carenze strutturali della scuola, l’Italia storicamente ha scelto di non mettere le infrastrutture come priorità dei cicli di programmazione dei fondi europei. Farete una battaglia su questo, e per inserire le infrastrutture digitali e la scuola nel prossimo ciclo 2020-2027?

Sì, lo faremo. Per noi sarà continuare a sostenere le tesi che abbiamo da sempre portato ai tavoli di confronto quando con le regioni e con il governo ci siamo confrontati sui programmi europei. Per noi le infrastrutture devono assolutamente entrare in quel piano programmatico che permette l’utilizzo dei fondi e gli investimenti. E questo mi sembra ancora di più certificato dalla grande carenza infrastrutturale che noi abbiamo in Italia, specialmente nel Mezzogiorno. Il Mezzogiorno può ripartire soltanto attraverso un piano programmato di investimenti che sia in grado di rendere quel territorio appetibile e che sia in grado di eliminare alcune distorsioni che poi ricadono sulla pelle di tutti i cittadini. Perché per esempio se parliamo di rete, di collegamenti internet, sappiamo bene che nel Mezzogiorno gli strumenti non sono quelli che abbiamo in altre parti d’Italia.