Benifei: fiscalità europea e riforma dei Trattati per un’Europa più sociale

L'eurodeputato del Partito democratico Brando Benifei.

EURACTIV Italia ha intervistato Brando Benifei, parlamentare europeo, capo delegazione del PD nel Gruppo dei Socialisti e Democratici e membro del Board del Gruppo Spinelli, che raccoglie gli europarlamentari di tutti i partiti favorevoli ad un’Europa federale.

Lei è stato promotore di un’iniziativa a favore di un’Europa federale con 50 tra parlamentari europei e nazionali vari Paesi. Perché questi appello e che rapporto ha con le attività del Gruppo Spinelli?

Insieme ad alcuni colleghi, e in particolare con il co-promotore Alessandro Fusacchia del Parlamento italiano, abbiamo voluto approfittare di una data simbolica e significativa, l’anniversario del Club del coccodrillo (iniziativa di Spinelli che poi portò il Parlamento europeo ad approvare una proposta di Trattato di Unione Europea NdR) per andare oltre gli esistenti network federalisti e lanciare un appello ai legislatori nazionali ed europei a unirsi in una richiesta di una spinta verso una riforma radicale delle istituzioni europee. Abbiamo chiesto rapidità nella conclusione del Piano di ripresa, ma anche del negoziato in corso sul bilancio, perché possa essere messo in campo velocemente e sostenere politiche innovative per i giovani, le donne, i soggetti più fragili, i bambini. Questo si deve inserire nel quadro del rilancio di una costruzione federale dell’Unione, con l’istituzione di una fiscalità comune attraverso le risorse proprie. Su questa battaglia il Parlamento europeo è in prima linea da tempo, ma per essere vinta ha bisogno di un sostegno forte dei parlamenti nazionali. Quindi l’appello fa riferimento alle iniziative esistenti, anche al Gruppo Spinelli, ma prova a fare un passo in più di costruzione di una rete più larga, oltre coloro che già si definiscono federalisti, andando a individuare nella Conferenza sul futuro dell’Europa lo strumento con cui costruire un più largo consenso per riformare l’Unione per renderla adeguata alle sfide di oggi, per le quali non è attrezzata. Lo sapevamo già prima, ma la pandemia ha in qualche modo acuito la percezione pubblica al riguardo.

Alle scorse elezioni europee c’è stato uno scontro tra le forze politiche europeiste e quelle nazionaliste e le prime hanno prevalso nettamente. Dunque in questa legislatura c’è un’aspettativa di una riforma volta a rafforzare l’Unione. La Conferenza sul futuro dell’Europa è lo strumento appropriato o dopo la pandemia in cui c’è stata una forte espressione della società civile europea per una risposta unitaria non era più opportuno mettere subito mano a una riforma dei trattati finché ci sono le attuali leadership politiche in Francia, Germania e Italia?

Sicuramente vorremmo accelerare, perché abbiamo discusso abbastanza in questi anni. Vorremmo attuare una riforma di trattati per dare un potere più incisivo al Parlamento europeo riformare il funzionamento del Consiglio, dare alla Commissione europea un assetto più efficace e rompere con il meccanismo dei veti dell’unanimità, da sostituire con la maggioranza qualificata o semplice nei vari fronti decisionali. Va superato l’assetto intergovernativo, che porta agli stalli, mediante una piena comunitarizzazione del sistema decisionale europeo. Ad esempio lo stallo non risolto sulle politiche migratorie e il regolamento di Dublino, ancora fermo sul tavolo dei governi nel Consiglio dopo l’approvazione della sua riforma da parte del Parlamento europeo. Oggi c’è il problema che nel Consiglio dell’Unione ci sono governi che non sono convinti della necessità dell’integrazione europea. In passato c’erano governi nazionali di destra o di sinistra, ma comunque animati dall’idea di avanzare insieme nel processo d’integrazione. Oggi abbiamo governi con un atteggiamento estrattivo nei confronti dell’Unione, che porta all’incapacità di portare avanti una decisione comune. Per alcuni è meglio non decidere e svolgere una funzione ostruzionistica, approfittando di un sistema che non è pienamente democratico, a causa del potere di veto e della mancanza di parità fra le due camere legislative: il Parlamento e il Consiglio, dove prevalgono i meccanismi diplomatici e non propriamente da camera legislativa. Perciò sarebbe importante accelerare sulla riforma dei Trattati, magari partendo dal tema della salute e della fiscalità.

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La Conferenza può essere un’occasione per mettere a nudo queste contraddizioni di fronte all’opinione pubblica europea in un percorso per arrivare ad una proposta di riforma del funzionamento dell’Unione e dei trattati. Per questo coinvolgere i Parlamenti nazionali e la società civile organizzata è estremamente importante e può essere un grimaldello utile in un contesto dove il dibattito fra i governi purtroppo oggi rischia di non arrivare molto lontano. Oggi non basta avere Francia, Germania e Italia dei governanti favorevoli. C’è bisogno di costruire un momentum europeo più ampio e che metta a nudo le contraddizioni senza ipocrisie, perché penso che ci siano alcuni Paesi europei che non sono necessariamente disposti ad andare avanti in questo approfondimento. E non parlo solo di Orbán, ma mi riferisco anche ad alcuni scandinavi. Questo dibattito va fatto con molta serenità perché le opinioni pubbliche nazionali sono differenti e quindi si deve ragionare in maniera pragmatica per sbloccare il cantiere della riforma dei Trattati e dell’Unione.

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Spesso i cittadini non si accorgono di quanto sia impegnativo il lavoro nel Parlamento europeo. Lei è relatore sul mercato unico, e relatore ombra (cioè responsabile per quel dossier per il suo Gruppo politico, nel caso specifico i Socialisti e democratici NdR) sul fondo sociale europeo plus, che contiene garanzia giovani, garanzia bambini, il fondo per gli indigenti; sull’intelligenza artificiale nel settore dell’istruzione, della cultura, dell’audiovisivo; sul potere di iniziativa del Parlamento europeo; sulla Cooperazione strutturata permanente sulla difesa; sulla violenza domestica; e sul finanziamento privato delle procedure di risarcimento collettivo. Tra i tanti dossier su cui è impegnato quali sono quelli con il maggiore impatto per la vita dei cittadini?

In linea generale quelli rispetto a norme cogenti e alle risorse. Perché il Parlamento sull’intelligenza artificiale o sugli strumenti di sostegno alle cause collettive di risarcimento dei consumatori sta facendo un lavoro preparatorio con rapporti di iniziativa per spingere la Commissione a presentare delle vere proposte legislative, che il Parlamento non ha il potere di fare. Mentre il mercato unico ed il fondo sociale europeo plus hanno un impatto immediato in quanto si tratta di regolamenti per far funzionare pezzi del bilancio comunitario pluriennale. Il programma del mercato unico include anche il sostegno all’accesso al credito delle imprese, la loro internazionalizzazione, la lotta al commercio e alla concorrenza sleale, alle pratiche commerciali scorrette come la contraffazione, la mancanza di rispetto delle norme di sicurezza dei prodotti. Tutti temi che con la pandemia sono aumentati di importanza perché nel momento in cui è esploso il commercio online sono aumentate ancora di più come elementi di rilevanti per la vita economica delle imprese.

Il fondo sociale europeo è importantissimo perché è lo strumento con cui si finanziano tutte le politiche di coesione sociale e di sostegno sociale a livello dei nostri territori. In Italia sono fondi gestiti dalle regioni. Garanzia giovani verrà resa più efficace anche imparando dalle difficoltà e dagli errori che si sono evidenziati nella prima fase di introduzione. Il Parlamento si batterà per mantenere dentro il Fondo sociale delle risorse dedicate e vincolate per la lotta alla povertà minorile, la cosiddetta garanzia bambini, che noi abbiamo voluto molto come Socialisti e democratici perché oggi abbiamo oggettivamente un grande problema in Europa di povertà infantile che non è accettabile. La povertà minorile è una questione di giustizia sociale profondissima perché implica per molti bambini una partenza nella vita molto svantaggiata rispetto ai propri coetanei di cui non hanno alcuna responsabilità. Anche per avere una migliore e più efficace crescita economica serve un’Europa con più uguaglianza sociale e più competitiva.

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L’Italia è uno dei Paesi che spende meno e peggio i fondi europei, ma al contempo è stata il secondo maggior beneficiario del Piano Junker, cioè il Fondo Europeo per gli Investimenti Strategici, che è gestito centralmente a livello europeo. Rispetto ai programma di NextGenerationEU e del Recovery fund l’Italia ha a capacità di progettare e spendere bene quelle risorse o abbiamo interesse a una forte cabina di regia europea?

Dobbiamo impostare il Recovery Plan cercando di velocizzare i passaggi intermedi. Gli stati membri preferiscono avere più controllo sui fondi anche a scapito dell’efficienza. Credo che il Parlamento si debba battere per far sì che i fondi legati al piano di ripresa siano il più possibile gestiti sui territori, vicini alle imprese, ai cittadini, ai lavoratori secondo linee di priorità e di finalità e concordate, bypassando il più possibile i livelli intermedi. Se le priorità e i progetti sono concordati con il governo nazionale e di concerto con gli stakeholders locali poi nella fase esecutiva se si tagliano i passaggi e si passa dalla Commissione europea ai territori c’è solo da guadagnare. Anche il bilancio dell’Unione, oltre al Recovery Plan, passerà dai livelli territoriali e in Italia le regioni sono gli attori principali della spesa dei fondi europei. Sarà necessario andare avanti su una strada su cui il governo si è avviato, cioè una regia centralizzata per supplire ove c’è una dimostrata incapacità delle Regioni, anche legata a difficoltà del personale e della pubblica amministrazione. Per superare il paradosso che in Italia ci sono regioni che sono tra le migliori nella spesa dei fondi europei e alcune che sono fra le peggiori. La regia nazionale serve sostanzialmente a far sì che siano utilizzati al meglio sia le nuove risorse ma anche il residuo nei fondi strutturali della programmazione che finisce alla fine del 2020. Sulle grandi quantità di risorse che sono in arrivo con il Recovery Plan se non c’è questa capacità di essere più efficaci ed efficienti sarebbe alla fine un’altra occasione persa.

In Italia c’è un grande dibattito sul Meccanismo Europeo di Stabilità (MES). Qual è l’interesse dell’Italia rispetto a questo strumento che è stato recentemente modificato profondamente nel suo funzionamento?

Sul MES abbiamo assistito in Italia ad un dibattito ideologico e propagandistico. Si tratta di uno strumento finanziario che ha nella sua versione originaria senza dubbio dei vincoli molto significativi, tanto che era uno strumento che noi progressisti europei volevamo riformare già prima della pandemia. Ma oggi non parliamo del vecchio MES ma di una linea di credito completamente nuova, legata alle spese sanitarie dirette e indirette. Sono risorse prese a prestito con un tasso estremamente agevolato che possiamo sbloccare per poter fare con le nostre risorse altre cose all’interno delle priorità per la ripresa economica e sociale. Non c’è nessuna condizionalità in entrata, se non il vincolo rigido di usare questi soldi per la sanità, e neanche in uscita: le carte parlano chiaro. L’Italia essendo il terzo contributore al MES ha un notevole peso nella governance del MES ed è piuttosto difficile, e in alcuni casi impossibile tecnicamente, e in generale politicamente difficile, cambiare le regole senza l’Italia. Quindi credo che si debbano superare le rigidità e i dubbi che ci sono che ci sono anche all’interno della maggioranza su tale strumento. Lo dico da persona che ha criticato chi si era buttato a capofitto sul MES finché non erano chiare le condizioni. E critico l’approccio di Forza Italia sul MES, oggi in parte superato, legato a uno scetticismo sulla possibilità di ottenere altro. La loro linea era prendiamoci quello che offre il MES perché dall’Europa non avremo altro. Non contava su un risultato ed un successo più ampio, che io credo sia stato ottenuto, nel realizzare un ventaglio più significativo di strumenti. Poi per noi la battaglia cardine è il Piano di ripresa da 750 miliardi finanziato con un debito comune. Perché è una risposta più generale. Così come è importante il SURE (il programma a sostegno della cassa integrazione NdR). Il MES non è la panacea di tutti i mali, ma un aiuto importante per affrontare uno dei fronti aperti dalla pandemia, quello sanitario, assolutamente da utilizzare, anche per ragioni meramente contabili e finanziarie.

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