Alessia Mosca: “Parità di genere? In Italia il primo problema è l’occupazione femminile”

Alessia Mosca

EURACTIV Italia ha intervistato Alessia Mosca, Segretario Generale dell’Associazione Italia-ASEAN e vice Presidente di Fuori Quota, già parlamentare europea e nazionale, in occasione dei 10 anni dall’approvazione in Italia della Legge Golfo-Mosca che ha riservato alle donne delle quote nei consigli di amministrazione delle società quotate.

A dieci anni dall’approvazione in via definitiva, è chiaro che la legge Golfo-Mosca ha avuto un ruolo molto importante rispetto alla parità di genere nel nostro Paese. Quali erano i contenuti principali di questa vostra legge?

La legge prevedeva allora che ci fosse un minimo del 20 per cento del genere meno rappresentato nei consigli di amministrazione, al primo rinnovo dopo l’entrata in vigore della legge. Se non ci fosse stata questa quantità minima la società per prima cosa avrebbe avuto una un richiamo e poi a seguire una sanzione pecuniaria, per arrivare fino all’annullamento del consiglio di amministrazione stesso. Questo sistema sanzionatorio particolarmente rigido non è mai stato applicato a nessuno, perché la legge è stata subito messa in pratica da tutte le società. A seguito del primo rinnovo la legge prevedeva poi per il secondo rinnovo una percentuale del 30 per cento.

Spesso nei confronti internazionali l’Italia rispetto alla parità di genere non è nei primi posti. Vi siete ispirate anche ad altri paesi europei nel predisporre la legge?

Tutto il processo di discussione e adozione della legge ha preso avvio da una dall’ispirazione che abbiamo avuto rispetto alla legge norvegese. La legge francese è entrata in vigore subito prima della nostra, siamo andati avanti quasi in parallelo. La nostra versione della legge è forse la più rigida in assoluto a livello mondiale in termini di sistema sanzionatorio. La vera caratteristica che ci rende unici al mondo è stata la rapidità con cui è la legge ha provocato il cambiamento. Eravamo il paese con la più bassa percentuale di donne nei consigli di amministrazione sicuramente dell’Ue e una delle più basse al mondo, intorno al 6 per cento di presenza di donne. Grazie alla legge siamo riusciti ad avere l’aumento più significativo, tanto che oggi siamo nei primi cinque posti. Questo ci ha reso un caso di studio veramente a livello globale.

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In effetti da poco c’è stata una proposta di legge presentata dal governo tedesco che sostanzialmente riprende la vostra legge 10 anni dopo. Su questo l’Italia è stata un modello per la Germania?

Sì assolutamente. Credo anche grazie al fatto che l’applicazione della legge in Italia è stata veramente molto monitorata e studiata, se ne sono visti tutti gli esiti e le conseguenze. Soprattutto la legge non ha solo modificato la percentuale di donne nei consigli di amministrazione, ma ha veramente portato ad un miglioramento complessivo della governance. Abbiamo sempre creduto che la diversità all’interno dei consigli di amministrazione avrebbe portato un beneficio complessivo per la governance e questo è avvenuto perché la diversità di genere ha portato anche ad una diversità più generale. Avere più donne ha portato anche ad una differente preparazione, background differenti, una maggiore esposizione internazionale. Quindi tutti questi elementi di diversificazione hanno migliorato la governance. In più c’è stato anche il fatto che questa immissione di nuove competenze ha migliorato complessivamente il processo di selezione non solo relativo alle donne che dovevano entrare, ma anche agli uomini che dovevano rimanere, perché a quel punto erano quelli con profili più deboli che dovevano essere sostituiti. Quindi anche tutto il processo di selezione ha registrato un miglioramento complessivo. Il fatto di aver studiato tutti gli effetti ha convinto anche i più riluttanti ad applicare una legge che non solo non ha portato degli scossoni economici negativi, come qualcuno all’inizio della nostra discussione prevedeva, ma ha portato al contrario un miglioramento complessivo, grazie alla presenza delle donne e alla valorizzazione della diversità.

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La vostra legge ha portato a passi avanti rispetto ai consigli di amministrazione, e in parte anche rispetto alla partecipazione alla dirigenza in ruoli apicali. Però forse meno di quanto speravate? La valorizzazione delle diversità è uno dei valori fondamentali dell’Ue, ma quali sono i prossimi passi che potremmo fare a livello nazionale ed europeo rispetto al tema della parità di genere?

C’è ancora molto da lavorare sui livelli apicali. Perché la legge ha portato una rivoluzione nei consigli di amministrazione, ma lo stesso non è successo a livello di ruoli esecutivi, di ruoli dirigenziali a livello complessivo. In Francia in queste settimane si sta discutendo una nuova legge che è stata approvata in prima battuta il 12 di maggio che ha inserito dei target di raggiungimento di diversità un po’ più stringenti rispetto a quelli che erano previsti più come moral suasion, per far aumentare la diversità a livelli dirigenziali a scendere rispetto ai consigli di amministrazione. Ma per avere una maggiore diversità a livello dirigenziale non basta avere dei target o delle quote, ma servono anche condizioni di lavoro adeguate. Serve quindi un intervento che riguarda tutta l’organizzazione del lavoro, per quanto riguarda i livelli apicali. Con la pandemia è già di per sé cambiata e quindi forse può oggi essere studiato in modo da non penalizzare le carriere al femminile. Però se devo identificare oggi il tema dei temi, che riguarda specialmente l’Italia più che il resto dell’Ue, non possiamo non concentrarci sul tasso di occupazione femminile. Perché abbiamo dei tassi di occupazione femminile bassi a tutti i livelli, non solo a quelli apicali. È veramente drammatico, una vera emergenza nazionale. Il nostro dovere morale è di fare in modo che ci sia una partecipazione al mercato del lavoro diffusa e a tutti i livelli, che deve far aumentare il numero di donne che sono occupate. Su questo le ricette sono tantissime e non si può pensare che basti un’azione unica per poter far sì che ci sia una presenza di donne più significativa. Tra le varie ne cito una che sembra non direttamente collegata ma che alcuni studi cominciano a dimostrare invece esserlo: per esempio un calendario scolastico che in Italia – ed è un unicum in Europa – prevede una vacanza in cui bambini e ragazzi sono a casa per tre mesi di fila penalizza moltissimo il lavoro delle donne. Per aumentare l’occupazione femminile bisogna lavorare anche su aspetti che non sembrano direttamente collegati, ma che in realtà lo sono.

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È in corso la campagna Half of it per chiedere che il 50 per cento delle risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza venga utilizzato tenendo conto dell’obiettivo trasversale della parità di genere e dell’occupazione femminile. Le sembra che il piano nazionale del governo vada in questa direzione?

Ho apprezzato molto gli interventi che Draghi in questo periodo sta facendo sul tema della parità di genere. Ha pronunciato parole molto significative e nette e non scontate, data la modalità con cui normalmente questo tema viene trattato, cioè come accessorio e mai come centrale. Quindi molto bene che il presidente Draghi abbia posto il tema e con quelle parole e modalità. Però da un punto di vista delle risorse si sarebbe potuto fare un po’ di più. Se si vuole veramente trovare una soluzione che sia significativa, duratura e strutturale c’è bisogno di uno sforzo all-in, di mettere in campo una serie di misure perché sull’aumento della partecipazione delle donne al mercato del lavoro abbiamo visto che c’è bisogno di una serie congiunta di interventi. Non è come nel caso dei consigli di amministrazione, che bastava un’unica legge, peraltro a costo zero, perché in quel caso bastava solo indicare dei criteri di nomina senza alcun esborso pubblico. Per quanto riguarda l’occupazione femminile invece è ovvio che c’è bisogno di interventi costosi per produrre cambiamenti radicali e ampi e di una capacità di guardare complessivamente a tutte le politiche che hanno un impatto su come sostenere l’occupazione femminile. L’organizzazione scolastica è un caso eclatante perché purtroppo il tema della responsabilità familiare è ancora oggi in Italia sulle spalle delle donne. Ed è un’altra questione di cui occuparsi, perché non succede così nel resto d’Europa, dove abbiamo veramente tanti esempi cui poterci ispirare. Insomma, penso che si possa e si debba fare ancora molto.

Commissione Europea

Con il sostegno del Parlamento Europeo