Cultura ed economia circolare: il ruolo della UE

DISCLAIMER: Le opinioni espresse in questo articolo riflettono unicamente la posizione personale dell'autore/autrice.

Una veduta del castello di Lerici, sede dell'iniziativa

Venerdi scorso si è tenuto a Lerici, nell’ambito delle iniziative connesse al Lerici Music Festival, un incontro sul tema La sostenibilità circolare come chiave per preservare il capitale umano e le risorse naturali. Un’iniziativa, alla quale sono seguiti uno straordinario concerto di cantanti lirici emergenti ed una spettacolare cena sulla terrazza del castello di Lerici, fortemente voluta da Opera for Peace e dalla sua Direttrice Julia Lagahuzère.

Opera for Peace è un’associazione che intende valorizzare il ruolo della musica come linguaggio universale capace di ricucire gli strappi alla nostra identità di cittadini del mondo, quotidianamente minacciata da retoriche conflittuali e interessi particolari. Uno sforzo portato avanti insieme ad Ellen MacArthur Foundation (EMF) ed ENEA per mostrare come la cultura possa giocare un ruolo di primo piano nell’economia circolare.

Qualcuno potrà forse storcere il naso; pensando che la cultura sia ancora prigioniera di quella che, dalla loro pubblicazione Performing Arts: the Economic Dilemma del 1966, viene definita la Legge di Baumol-Bowen, secondo la quale le performing arts sono un settore che può sopravvivere solo se interamente sussidiato da finanziamenti pubblici.

Eppure non si può non dar ragione a Dennis Snower, Presidente della Global Solution Initiative, che qualche mese fa ha affermato che siamo vicini ad una rivoluzione, in economia, paragonabile a quella di Galileo rispetto al sistema tolemaico. Snower indica, tra le sfide: il crescente ruolo delle esternalità e dell’interdipendenza, comportamenti non necessariamente massimizzanti degli agenti economici, il mito dei mercati perfettamente concorrenziali. A queste dovremmo aggiungere almeno il tema della sostenibilità e della circolarità.

Ma attenzione, non è affatto un tema nuovo. Sempre nel 1966 l’economista visionario Kenneth E. Boulding, col suo saggio The Economics of the Coming Spaceship Earth, sottolineava come la specie umana avrebbe dovuto cessare di comportarsi come un cowboy alla ricerca di un continuo spazio di espansione ed iniziare a vivere come gli astronauti: la terra è uno spazio limitato, dove non esiste un fuori da conquistare; dove la circolarità dei flussi produttivi, di consumo, di riutilizzo dovrebbe diventare la norma; come hanno ricordato Garance Boullenger di EMF e Federica Pannacciulli di ENEA.

A 55 anni di distanza da quelle visioni, ancora oggi largamente ignorate, dovremmo insomma evitare di pensare che il tema della sostenibilità e della circolarità sia necessariamente destinato ad imporsi come nuovo paradigma culturale nel prossimo futuro. Il Nobel del 2018 a Nordhaus, paladino dell’onnipotenza del mercato, non del ruolo delle istituzioni nel contrasto ai cambiamenti climatici, dovrebbe aver lanciato un campanello d’allarme in questo senso.

Il vantaggio che possediamo oggi è una crescente e più diffusa consapevolezza sulla rilevanza dell’economia circolare e sui temi della sostenibilità (che non deve limitarsi alla preservazione delle condizioni esistenti, ma avere capacità rigenerativa) e sul ruolo chiave che in questo percorso può essere giocato dal settore culturale. Esiste inoltre una maggiore sensibilità e un crescente interesse da parte della comunità imprenditoriale e del sistema finanziario, pubblico e privato, nel porre attenzione su questi temi e valorizzarli, come ha ben messo in evidenza Luca Dal Fabbro (già Presidente Snam e oggi, tra gli altri incarichi, Vice-Presidente del Circular Economy Network).

Abbiamo infine un’Unione Europea che sembra aver compreso come la cultura possa rappresentare un ambito produttivo cruciale per la crescita ordinata, tanto che sta per inserire il settore culturale (dopo quello energetico e quello relativo al clima) fra le Knowledge and Innovation Communities, meritevoli di finanziamento e di speciale attenzione da parte della Commissione UE. Un settore quindi per il quale la UE riconosce le potenzialità di innovare in termini di capacità imprenditoriali, organizzative, produttive e di raccogliere risorse anche da soggetti privati. Un settore strategico anche in ottica di politica estera, come ha dimostrato la recente risoluzione del Consiglio.

Sono queste condizioni, oggi, che fanno sperare di essere davvero di fronte ad uno dei salti nello sviluppo cui faceva riferimento Schmumpeter cent’anni fa: quelli capaci di rompere equilibri consolidati. E che vede le risorse culturali, per la prima volta, come protagoniste della rigenerazione del capitale umano, sociale ed economico a disposizione delle prossime generazioni.