Luci ed ombre del “diritto alla riparazione” UE

Il tema del diritto alla riparazione, che obbliga i produttori di beni elettronici a garantire la possibilità di riparare i loro prodotti per almeno dieci anni, è tornato d’attualità negli ultimi giorni. Abbiamo intervistato al riguardo il Dott. Stefano Milia.

Stefano Milia è il direttore esecutivo del Centro Politiche Europee di Roma (CEP Italia).

Mercoledì scorso, 30 marzo, la Commissione UE ha presentato alcune prime misure concrete del nuovo piano d’azione per l’economia circolare che si completeranno poi, prevedibilmente, con un ulteriore pacchetto di misure tra giugno e luglio di quest’anno. Il CEP in questo quadro si è concentrato in particolare sul tema del cosiddetto  “diritto alla riparazione”. Perché ritenete questo punto particolarmente significativo?

Il “diritto alla riparazione”,  di cui tratta il nostro ultimo cepInput, è una sorta di definizione ombrello per delle misure volte, sia a rafforzare i diritti dei consumatori, che a ridurre il consumo di risorse legate ai prodotti. Sia il Parlamento europeo che il Consiglio accolgono favorevolmente l’idea di un tale “diritto alla riparazione”. Per diverso tempo, tuttavia, non era chiaro come questo dovesse poi essere realizzato in termini concreti. I piani della Commissione UE si basano ora sull’azione del consumatore da un lato e sulle caratteristiche dei prodotti stessi dall’altro, al fine di aumentare la sostenibilità del sistema nel suo complesso. Per quanto convincente possa sembrare all’inizio l’affermazione di un “diritto alla riparazione”, si scopre che il cambiamento da un’economia di consumo a un’economia di riparazione è però associato a molte questioni non ancora risolte ed anche ad effetti incerti, che non sempre sono da ritenersi del tutto favorevoli al consumatore.

Quali sono le problematiche che l’UE, a vostro giudizio, dovrebbe ancora meglio soppesare in questo ambito?

La preoccupazione principale della Commissione è quella di incoraggiare i consumatori a usare i prodotti più a lungo. In questo contesto, si portano avanti ancora sei diverse opzioni per cambiare la legge sulle garanzie. Queste vanno da impegni volontari a cambiamenti di vasta portata rispetto all’attuale normativa UE che stabilisce le tutele per i consumatori. Già solamente un primo sguardo alle opzioni, mostra che un diritto europeo alla riparazione non significa necessariamente più diritti dei consumatori. Almeno tre delle sei opzioni porterebbero a una riduzione dei diritti dei consumatori attualmente esistenti.

A prescindere dai dettagli realizzativi ancora aperti, un intervento sulle “garanzie” per perseguire l’obiettivo di una vita utile più lunga dei prodotti, non sembra nemmeno particolarmente appropriato. E’, infatti,   facilmente prevedibile  l’insorgere di problemi di accettazione di fronte ad un tipo di “diritto alla riparazione” che rischia di limitare la libera scelta dei consumatori in caso di difetto dei prodotti acquistati. L’obiettivo legittimo di una vita utile più lunga dei prodotti finirebbe allora per essere applicato, almeno in parte, contro gli interessi dei consumatori stessi, per cui la protezione dei consumatori e dell’ambiente entrerebbero inutilmente in conflitto.

Ma si tratta di un conflitto evitabile o è uno scotto da pagare necessariamente a favore di politiche ambientali più efficaci?

La Commissione al momento pare ignorare che si possano perseguire anche altri approcci. L’obiettivo potrebbe anche essere raggiunto informando meglio il consumatore sulla riparabilità di un prodotto, per esempio introducendo una classificazione europea di riparabilità attraverso un apposito “indice” di riparazione europeo  che sotto forma di etichetta (ad es. un punteggio tra 0 e 10), mostra quanto facilmente un prodotto possa essere riparato. L’idea, già attuata parzialmente in Francia potrebbe, in linea di principio, essere trasferita anche a livello comunitario.

Inoltre, anche gli aspetti più prettamente ambientali di una nuova politica dei consumatori che metta al centro il “diritto alla riparazione” andrebbero attentamente valutati, specie sul lato legato all’affermarsi dell’eco-design, per quanto riguarda diversi prodotti. Questi includono i nuovi requisiti europei da attuare per la selezione e l’uso delle materie prime, nonché per l’installazione e la manutenzione dei prodotti stessi. Tutti elementi che a lungo termine, dovrebbero contribuire ad un’economia circolare che preservi le risorse e mantenga i diversi materiali nel ciclo economico il più a lungo possibile.

Quindi anche politica ambientale potrebbe non avere automaticamente giovamento da un ciclo di vita più lungo dei prodotti?

La risposta alla domanda se una migliore riparabilità sia desiderabile dal punto di vista della politica ambientale varia molto a seconda del prodotto. Una migliore riparabilità può ridurre il consumo di risorse a lungo termine e rompere gli schemi della “società dell’usa e getta lineare” attraverso cicli di vita più lunghi. Tuttavia, una migliore riparabilità può anche richiedere un maggior consumo di materiale perché i componenti sono avvitati insieme e non più incollati o saldati. Inoltre la domanda di prodotti “nuovi” deve effettivamente diminuire, altrimenti si vanifica l’obiettivo di voler limitare l’uso di risorse naturali.

Inoltre, il vantaggio ecologico dell’uso prolungato di un dispositivo dipende fortemente dal gruppo di prodotti al quale appartiene. Per esempio, può essere ecologicamente più vantaggioso sostituire i vecchi prodotti – ad esempio i congelatori che consumano molta energia – con altri nuovi ed efficienti dal punto di vista energetico, piuttosto che ripararli. Un diritto alla riparazione può portare ad una maggiore protezione dell’ambiente; ma non è una conclusione scontata.

Le nuove normative europee che effetto avranno sulle imprese?

Non tutte le potenziali conseguenze sulle imprese delle nuove regole per garantire la maggiore riparabilità dei prodotti commercializzati nell’UE, possono essere attualmente soppesate. Indubbiamente, potrebbe verificarsi una spinta alla segmentazione a secondo che si produca per il mercato interno o per l’export, come anche saranno complesse le soluzioni e scelte che le singole imprese dovranno poi fare per assicurare ai loro prodotti di poter essere riparati, da loro stessi o da terzi, per periodi più lunghi. In sostanza   una serie di conseguenze negative non volute non si possono escludere.

La realizzazione di un’economia circolare dovrebbe comunque venire sostenuta anche da ulteriori incentivi, basati sul mercato. Ad esempio, anche la determinazione mirata dei prezzi delle materie prime primarie, può contribuire a ridurre il consumo di risorse . Questo renderebbe più attraente per le aziende progettare i loro prodotti con materiali riciclati  e quindi in un modo più circolare, ottenendo contemporaneamente  un design più favorevole anche alle riparazioni.