Migranti: il suicidio del giovane siriano e le responsabilità dell’Europa intergovernativa

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Bambini siriani rifugiati nel campo profughi di Idomeni, Grecia. [EPA/VALDRIN XHEMAJ]

Nella giornata del 3 agosto è stato trovato morto suicida Ali Ghezawi, quattordicenne siriano originario di Daraa, da nove anni profugo in Europa con la famiglia alla ricerca di una vita stabile lontana dalla guerra. Parafrasando il racconto della madre Aisha, l’ennesimo respingimento alla frontiera olandese a Glize, nella regione di Limburgo, ha esasperato nel ragazzo sentimenti di forte disperazione e frustrazione che lo hanno portato alla decisione finale.

 

Scappati dalla guerra, per il nucleo familiare è iniziata una vita di sopravvivenza giornaliera in continua attesa di autorizzazioni e responsi da parte delle frontiere europee: dopo aver vissuto per cinque anni in un campo di rifugiati in Libano, i Ghezawi avevano ottenuto un permesso per arrivare in Spagna. Ma i genitori non erano riusciti a trovare un lavoro per iniziare a stabilirsi nel paese e dunque, hanno cercato di spostarsi in Olanda, mandando una richiesta di protezione umanitaria. Da qui sono iniziati gli anni più duri di continui viaggi e respingimenti tra una frontiera e l’altra che li ha portati nuovamente in Spagna. Successivamente, i problemi sono continuati: scaduti i documenti che gli permettevano di rimanere nel paese iberico, la famiglia si è diretta nei Paesi Bassi dove hanno ricevuto l’ennesimo rifiuto.

 

La tragica storia di Ali non è un unicum, ma rappresenta la storia di tanti rifugiati, i quali non riescono ad accedere in maniera dignitosa al diritto di asilo. È per questa ragione che in questa drammatica vicenda è importante individuare le responsabilità nella mancanza di un sistema coerente ed organico di accoglienza a livello continentale. Le riunioni del Consiglio europeo (organo che riunisce tutti i capi di stato dei paesi membri Ue) dal 2015 fino ad oggi si sono sempre focalizzate sul controllo dei flussi con lo scopo di ridurre gli arrivi in Europa tramite un controllo più severo delle frontiere. Invece di elaborare un sistema di ricollocamento dei migranti e rifugiati a livello europeo (quello che proponeva la riforma di Dublino III avanzata dal Parlamento europeo alla fine del 2016, non considerata dai governi) e di strutturare dei corridoi umanitari più sicuri, l’Ue e i singoli stati membri hanno strategicamente iniziato una serie di accordi bilaterali con i paesi dalla quale provengono i flussi rilevanti. Questa strategia ha portato per esempio all’accordo Ue-Turchia del marzo del 2016 e ha condotto l’esecutivo italiano, indipendentemente dal tipo di coalizione partitica al governo, a stringere e rinnovare gli accordi con la Libia fin dall’inizio del 2017.

 

Le conseguenze di questi accordi sono le situazioni insostenibili di giornaliera tortura e violazione dei diritti fondamentali che subiscono i migranti presso le frontiere; ne sono un esempio emblematico le situazioni nell’isola di Lesbo e nei campi di detenzione libici. I migranti dunque vengono trattenuti in questi centri e vengono anche usati dagli stessi governi come merce di scambio o di ricatto. Su questo punto si può ricordare la dichiarazione del presidente Turco Recep Tayyp Erdogan, il quale nell’ottobre del 2019, con il ritiro delle truppe statunitensi dalla Rojava, ha iniziato una guerra contro i curdi del nord della Siria. Erdogan dichiarò all’Unione europea in una seduta parlamentare che l’Ue doveva smettere “di definire la nostra operazione in Siria un’invasione, altrimenti il nostro compito sarà facile: apriremo le porte e vi rimanderemo indietro 3,6 milioni di rifugiati”. I trafficanti poi svolgono il resto: i costosi viaggi della speranza illegali, che spesso finiscono in tragedia per totale mancanza di alcun tipo di sicurezza, diventano l’unico modo per arrivare in Europa. Molti di loro, pur di scappare dalle condizioni misere presso i confini, preferiscono intraprendere il viaggio nella rotta più pericolosa al mondo, quella del Mediterraneo.

Per le persone che riescono dunque ad arrivare in Europa, con alle spalle già traumi e racconti inenarrabili, inizia il calvario burocratico per ottenere documenti e permessi di soggiorno. Tra l’attuale accordo di Dublino III ancora in vigore e le contraddizioni che si creano tra giurisdizione nazionale e continentale si possono ben comprendere i difficili spostamenti della famiglia Ghezawi.

È importante dunque in questo contesto pensare che esistono delle precise responsabilità per la vicenda di Ali Ghezawi. Se da una parte i governi rivendicano di aver ridotto gli sbarchi e i flussi dei migranti che si riversano in Europa, dall’altra bisogna chiedersi chi ne sta pagando le conseguenze.