Mettiamoci la faccia, anche dopo il 25 novembre

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Una manifestazione di denuncia della violenza contro le donne organizzata dalla piattaforma Mirabal a Bruxelles, Belgio, il 22 novembre 2020. EPA-EFE/JULIEN WARNAND

Come ogni anno, il 25 novembre porta con sé dati e iniziative di sensibilizzazione sul fenomeno della violenza di genere. Mai come quest’anno, è necessario che l’attenzione non venga meno anche dopo questa data. La crisi in corso e le esperienze di confinamento e isolamento sociale che ne sono derivate hanno mostrato la fragilità del nostro tessuto sociale e l’impatto diseguale che una situazione di emergenza produce su diverse categorie di persone. Non stupisce – mentre la cosa dovrebbe scandalizzarci e indignarci, molto più della classifica finale di Ballando con le stelle! – che le donne abbiano pagato un prezzo altissimo durante l’ultimo lockdown. Abbiamo visto in moltissime videochiamate la difficoltà di mamme, sorelle, colleghe e amiche nel conciliare i ritmi lavorativi con quelli delle attività di cura e di gestione familiare. Passato il lockdown, abbiamo avuto la conferma che tra marzo e aprile 2020 sono aumentate le violenze subite dalle donne e che una buona parte delle donne è provata da questa situazione a livello fisico e psichico. Secondo dati divulgati dall’Istat, rispetto allo stesso periodo del 2019, le chiamate al numero antiviolenza 1522 sono aumentate del 73% e le richieste di aiuto da parte di vittime di violenza, che nel 93,4% dei casi avrebbero subito violenza nella propria casa, hanno mostrato un incremento del 59%.

Al di là dell’emergenza, anche nell’UE viviamo in società segnate da profonde disuguaglianze che limitano le possibilità di mobilità sociale, riducono il potenziale di sviluppo economico di molti Paesi e impediscono a gruppi rilevanti di cittadine e cittadini di godere pienamente dei propri diritti. Per sintetizzare: la disuguaglianza svuota di significato il concetto di parità: non possono esserci pari opportunità – né vera meritocrazia – se partiamo da posizioni diverse nella società e se riceviamo trattamenti diversi in famiglia, nelle istituzioni educative e sui luoghi di lavoro. Se il sistema è discriminatorio, è anche intrinsecamente violento, perché limita le libertà delle persone che appartengono alle categorie discriminate, a partire dalla libertà di non porre limite alle proprie aspettative. Parliamo quindi di una violenza strutturale e simbolica, che (senza bisogno di armi o forza bruta) penetra nelle menti e nei corpi delle bambine e delle ragazze, rendendole vittime e complici della quotidiana riproduzione di un sistema ingiusto. Quando pensiamo alle donne come categoria discriminata, è bene tenere presente che la discriminazione agisce su base intersezionale: donne migranti, donne non eterosessuali, donne disabili, donne anziane, donne che vivono in contesti sociali degradati o in zone periferiche del paese subiscono una discriminazione amplificata. Per loro è ancora più difficile ottenere un sostanziale godimento di quei diritti che secondo la nostra Costituzione spettano a tutt*. La violenza di genere è un fenomeno allarmante, al quale dobbiamo porre speciale attenzione, ma non dobbiamo isolarlo dal contesto strutturale e culturale che lo produce e riproduce continuamente.

La violenza di genere può assumere molteplici forme, e in questi giorni sentiremo spesso ripetere il catalogo completo: violenza fisica e sessuale, violenza psicologica, violenza economica, violenza domestica, violenza assistita, molestie sul luogo di lavoro, stalking, revenge porn e sextortion, cyberbullying, stupri (anche virtuali), femminicidi. Ricordare tutte le diverse fattispecie della violenza è utile per diffondere il messaggio che ognun* di noi può essere vittima o testimone di violenza di genere e che, come per gli altri reati, può rivolgersi alle forze dell’ordine e al sistema giudiziario per ottenere giustizia e per contribuire a contrastare questo fenomeno. Ma perché le istituzioni possano rispondere efficacemente e tutelare le vittime, politiche e protocolli efficaci non bastano: è necessario che si diffonda capillarmente nella società una cultura della legalità, della nonviolenza e del rispetto delle diversità, non solo di genere.

Una costellazione di attori – istituzioni, media, imprese, società civile, organizzazioni internazionali – si sta attivando per realizzare questo progetto di egemonia culturale, ma il loro sforzo sarà vano senza il supporto dei cittadini e delle cittadine, chiamat* a rifiutare la violenza di genere e il modello culturale patriarcale e oppressivo che questa rivela in ogni loro comportamento, anche quelli che a prima vista sembrerebbero ininfluenti. Quando ‘gli amici del calcetto’ o ‘i compagni di bevute’ smetteranno di accettare che nelle loro chat vengano diffusi contenuti lesivi della dignità delle donne, quando ‘le mamme della classe’ si rifiuteranno di contribuire attivamente al prolungamento della sofferenza di una vittima di violenza, quando ‘i comitati di redazione’ prenderanno provvedimenti contro chi usa linguaggi discriminatori nella copertura delle notizie di cronaca, quando ‘gli utenti di Facebook’ la finiranno di sentenziare su ogni violenza sessuale e di genere ricorrendo al triste e trito repertorio degli argomenti di colpevolizzazione della vittima…, allora saremo più vicin* all’obiettivo di eliminare la violenza di genere dalla nostra società. Perché la violenza ha molti volti, ma inizia ad averne sempre meno se, per contrastarla, ci mettiamo la faccia.

Elisa Piras è Assegnista di Ricerca in Filosofia politica presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa.