La libera mobilità è (nuovamente) l’orizzonte europeo

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Il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas e il ministro degli Esteri lussemburghese Jean Asselborn si incontrano su un ponte sulla Mosella il giorno della riapertura della frontiera tra i due Paesi. [EPA-EFE/THOMAS IMO / POOL]

Nella settimana in cui la Camera dei Comuni inglese votava la Brexit, a Londra “Erasmo” – il 27 ottobre 2019 – presentava il suo manifesto promotore centrato su difesa/valorizzazione delle libere mobilità di persone, merci e competenze. Tutto ciò che ha rappresentato e rappresenta il meglio delle conquiste generate dall’Europa.

Il coronavirus non esisteva e l’Unione era impegnata, da un lato a mostrare il suo volto compatto nel definire il rapporto con la “perfida Albione”, e dall’altro a vigilare sui rigidi parametri di bilancio vincolanti per gli Stati membri. La scelta (sofferta) della Gran Bretagna era la notizia brutta per l’UE: un big lasciava istituzioni e area di libero scambio, per la prima volta uno Stato si metteva fuori dall’Europa e la mobilità continentale faceva un passo indietro perdendo spazio fisico, circa 70 milioni di abitanti e massa critica di aziende e pil di uno dei Paesi del G7.

In soli 5 mesi tutto è cambiato: i parametri/vincoli di bilancio sono sospesi, gli Stati vengono invogliati a spendere e far debito (anche con supporto e garanzie di Bruxelles e Francoforte) e la libera mobilità – ciò che ha determinato l’area di libero scambio più ricca e istruita del pianeta – non ha solo fatto passi indietro rispetto ad una singola porzione di territorio, ma è in crisi dall’Atlantico all’area baltica. A causa di un virus venuto da lontano, improvviso e senza cura, da settimane dentro i confini dei 27 la realtà è fatta di aerei a terra, movimenti limitati e monitorati, controlli alle dogane, vigilanza ai confini nazionali, snodi di spostamento con barriere. Nell’anno che doveva festeggiare i 30 anni del trattato di Schengen (quello della libera circolazione senza controlli alle dogane), i singoli governi hanno di fatto sospeso Schengen. La Commissione Europea prova ad intervenire (nei limiti delle proprie competenze) dovendo però fare i conti con paure e strategie degli Stati nazionali che nei fatti limitano la mobilità così come l’abbiamo conosciuta.

La pandemia, che tocca tutti a diverse latitudini, non ha solo messo in discussione tutto ciò, ma ha anche messo fuori gioco l’idea stessa di spostamento. Erasmus, Schengen, l’economia della condivisione, i programmi congiunti per sviluppare tecnologie o formare talenti, gli incentivi al mercato comune, la garanzia di libera concorrenza, la promozione della cultura condivisa, il mercato unico su cui muoversi liberamente: le fondamenta che per anni hanno visto crescere l’UE sembrano vacillare alimentate anche da movimenti politici (interni ed esterni) apertamente antieuropei.

Dall’adozione di Schengen, non era mai accaduto che in particolare la mobilità di persone (e non solo) avesse delle limitazioni. Per motivi di sicurezza personale, l’ondata terroristica e quella migratoria, nell’ultimo decennio, avevano causato parziali e definiti vincoli. Adesso i vincoli sono la regola per motivi di sicurezza sanitaria.

Qualche giorno fa la Commissione Europea ha provato a invertire la rotta e varato linee guida per “riapertura”, su “riprendere a viaggiare in sicurezza”, per “consigli di viaggio e misure alla frontiera”. Bruxelles non ha nessun potere coercitivo rispetto al comportamento degli Stati con i propri confini nazionali ma la “sospensione” di Schengen e le ipotesi – alcune circolate, alcune attuate – di accordi tra governi per limitate e concordate aree di mobilità chiuse solo tra alcune nazioni, hanno alzato il livello di attenzione necessario e fatto capire quanto oggi sia a rischio l’Unione e la mobilità complessiva di tutti. Rischio che comincia ad essere forse troppo grande per far finta che nulla stia avvenendo.

A leggere bene il documento UE si percepisce infatti come il tema non sia solo quello turistico o sanitario (su cui si fa focus) ma più in generale la “riapertura della piena circolazione” a cui gli Stati sono invitati. Tra i vari paragrafi che, in maniera prudenziale, fanno riferimento a criteri, fasi, misure di contenimento e gradualità, si specifica però che “il mercato unico è uno spazio comune. Le catene di approvvigionamento e i prestatori di servizi non possono funzionare in presenza di muri invisibili, in particolare nelle regioni frontaliere. Le misure attuate per tutelare la salute pubblica sono chiaramente necessarie, ma hanno un elevato costo economico e sociale, e dovrebbero pertanto essere accompagnate da un attento esame dell’impatto sul mercato unico”, per arrivare sino alle conclusioni che spiegano come “rinviare questo processo al di là di quanto necessario per motivi di salute pubblica comporterebbe un pesante onere non solo sul funzionamento del mercato unico ma anche sulla vita di milioni di cittadini dell’UE privati dei vantaggi della libera circolazione, che è una conquista fondamentale dell’Unione Europea”.

Quanto questi argomenti siano concreti per tutti e non si tratti solo di una discussione valoriale, lo si riscontra in un report del servizio di ricerca parlamentare europeo che spiega numeri alla mano come sarebbe il “senza Schengen”: per stare a qualche macro dato, l’economia europea perderebbe tra 480 e 1380 miliardi di euro. A completamento di ciò l’autorevole fondazione tedesca “Bertelsmann” ha calcolato come “il benessere medio che ricevono i cittadini europei dal mercato unico ammonti a 840 euro a testa”. Tornano alla mente le parole con cui – qualche settimana fa – il Presidente del Consiglio Europeo Charles Michel definiva la libera circolazione rispetto al contesto attuale: “è un bene UE ed è il cuore pulsante dello sviluppo europeo e della capacità di coesione sociale. E’ stato danneggiato e colpito dalle decisioni prese”.

Davanti alla pandemia, l’Europa, come continente, è arrivata alla chiusura per inerzia non concordata e senza una reale strategia; l’Unione, come istituzione, è senza competenze e ciò è un limite. Le linee guida della Commissione sono una prima risposta e indicano una strada giusta ma il tema che abbiamo davanti richiede uno sforzo più forte di un documento e una consapevolezza più alta che coinvolga tanto le istituzioni europee quanto gli Stati e più ancora i singoli europei. Se la libera mobilità continentale arretra, non si perdono solo vantaggi e benefici personali ed economici ma parte del senso dei motivi e dei valori che hanno dato vita all’Unione come spazio libero e comune da vivere. Erasmo vuol tenere alte proprio queste insegne insieme a quanti vogliono avere sguardo nuovo e critico su questa visione.

75 anni fa, dopo una guerra mondiale nata e combattuta in questo continente, tutto ciò era una nuova frontiera da conquistare, adesso la libera mobilità sembra essere una nuova linea di orizzonte verso cui camminare. Non comprendere il punto in cui siamo sarebbe grave, limitarsi al richiamo di generico europeismo sarebbe limitativo, non vedere errori di governance sarebbe da (finti) ciechi: cambiare l’UE è necessario, ma certamente non possiamo (permetterci di) perdere Schengen.

Giacomo D’Arrigo è il promotore di Erasmo