Whistleblowing, gli Stati membri non hanno ancora recepito la direttiva Ue che tutela i dipendenti che segnalano illeciti

La whistleblower di Facebook Frances Haugen al Parlamento Ue nel novembre 2021 [EPA-EFE/STEPHANIE LECOCQ]

La scadenza di dicembre per adottare il provvedimento finalizzato ad ampliare la protezione di chi effettua whistleblowing, per incoraggiarli a segnalare eventuali condotte illecite nel normale svolgimento dell’attività lavorativa, non è stata rispettata.

Non c’è stato un solo paese dell’Unione europea che abbia rispettato la scadenza del 17 dicembre per recepire, nel diritto nazionale, la direttiva destinata ad aumentare la protezione sui whistleblower, coloro che segnalano violazioni del diritto dell’Ue sul luogo di lavoro. Gli stati membri avevano tempo fino a venerdì per recepirla nel diritto nazionale.

La direttiva riguarda la segnalazione di presunte violazioni del diritto dell’Ue in settori quali: i servizi finanziari, gli appalti pubblici, la sicurezza e la conformità dei prodotti, la sicurezza ambientale, delle radiazioni e nucleare, il benessere degli animali, la salute pubblica, la privacy e i dati personali, gli aiuti di Stato e la concorrenza, tra gli altri.

Nell’aprile 2018, la Commissione europea ha presentato un pacchetto di iniziative, tra cui il provvedimento per proteggere gli “informatori”. Esso è stato adottato il 23 ottobre 2019 ed è entrato in vigore due mesi dopo.

La direttiva è stata creata per aumentare la protezione dei whistleblower dato l’approccio “disomogeneo e frammentato” a livello nazionale, ha detto la Commissione, aggiungendo che “sono spesso scoraggiati dal segnalare le loro preoccupazioni per paura di ritorsioni”.

“I whistleblower sono persone coraggiose disposte a portare alla luce attività illegali – spesso con grande rischio per la loro carriera e i loro mezzi di sostentamento – per proteggere il pubblico dagli illeciti. Meritano riconoscimento e protezione per le loro azioni coraggiose. Invito gli Stati membri a recepire senza indugio le nuove norme”, ha dichiarato Věra Jourová, vicepresidente della commissione Ue per i Valori e la Trasparenza.

Il pacchetto di iniziative crea un quadro giuridico completo per i whistleblower, che prevede tra le altre cose canali di segnalazione accessibili, il rafforzamento dell’obbligo di riservatezza, il divieto di ritorsioni contro i whistleblower e l’istituzione di misure di protezione mirate. Secondo i dati elaborati dall’Eu Whistleblowing Monitor, l’iter attuativo è stato avviato in 24 paesi (su 27), mentre altri 3 non hanno neanche iniziato.

Come stanno procedendo i Paesi

La Germania non ha ancora recepito la direttiva, ma il nuovo governo della coalizione di centrosinistra ha promesso di “porre l’accento” sulla questione. Dall’esecutivo hanno fatto sapere di volerla recepire in un modo che sia “efficace e ineccepibile dal punto di vista giuridico”, ha detto un portavoce ai giornalisti venerdì 17 dicembre, aggiungendo che una bozza sarà presentata il prima possibile. Il precedente governo non era riuscito a implementare la legislazione a causa di uno stallo tra gli allora partner di coalizione (Cdu/Csu e Spd).

Il progetto di legge presentato dall’allora ministro della Giustizia Christine Lambrecht (Spd)  era stato giudicato troppo ampio dai conservatori. Lambrecht aveva proposto di andare oltre i requisiti della direttiva Ue e di proteggere i whistleblower che denunciano violazioni non solo della legislazione europea ma anche nazionale.

La Slovenia non ha recepito la direttiva e non ha neanche avviato la consultazione pubblica in materia: un processo che richiede almeno un mese. All’inizio di dicembre, il ministero della Giustizia ha detto che è in corso un “coordinamento interdipartimentale”, con l’obiettivo di approvare la legge entro la primavera.

In Croazia, il governo ha inviato la proposta di legge al Parlamento. Ma con il Parlamento in vacanza, è probabile che nessuna azione decisiva possa essere adottata fino a febbraio.

La scorsa primavera, il governo rumeno ha iniziato l’iter di recepimento della direttiva nella legge nazionale e la Romania è stata descritta come “paese modello” per i whistleblower. Tuttavia, non si sa se la legge sia stata approvata o, comunque, quale sia il suo stato attuale.

In Repubblica Ceca, il governo non ha rispettato la scadenza prevista e le Ong locali hanno chiesto al nuovo governo di attuare la direttiva europea il prima possibile. La protezione dei whistleblower e la riforma legata alla direttiva Ue rientrano anche tra gli obiettivi del Pnrr di Praga.

Altri paesi che devono ancora attuare la direttiva sono: Belgio, Malta, Polonia e Spagna, mentre Cipro, Ungheria e Lussemburgo non hanno ancora avviato l’iter.

Cosa include la direttiva?

Secondo la direttiva, ogni azienda o ente pubblico con 250 o più dipendenti deve conformarsi alle disposizioni europee in materia di whistleblowing. E dal 2023, lo dovranno fare anche le aziende con 50 o più dipendenti.

Coloro che segnalano le violazioni saranno protetti dal licenziamento, dalla sospensione, dalla retrocessione e da qualsiasi altro tipo di ritorsione. Questa protezione è estesa a qualsiasi dipendente, appaltatore, azionista o fornitore.

Gli informatori sono obbligati a seguire una procedura di allerta in tre fasi: un’allerta interna, un’allerta alle autorità se non vengono prese misure internamente entro tre mesi e, infine, se non succede nulla, una divulgazione pubblica.

La direttiva è stata oggetto di forti critiche, relative soprattutto a questa procedura in tre fasi. Nel febbraio 2019, 77 media indipendenti e organizzazioni anticorruzione dissero che la direttiva non era “abbastanza”, oltre a sottolineare il fatto che il processo potrebbe impedire ai media di svolgere un ruolo vitale nel portare alla luce gli illeciti e nel chiedere conto alle aziende dei casi di corruzione.

Inoltre, si temeva che questa prassi avrebbe effettivamente scoraggiato gli informatori dal parlare per paura di ritorsioni. Il sistema, secondo alcuni osservatori, mette gli informatori nella posizione di dover riferire le malefatte proprio a coloro che potrebbero averle agevolate.

L’Onu e l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce), che sovrintende sul rispetto dei diritti umani a livello internazionale, hanno entrambi chiesto una maggiore protezione all’interno della direttiva e che gli informatori siano in grado di rivelare gli illeciti nel modo più appropriato per loro.

Euractiv.com ha chiesto alla Commissione se i problemi di recepimento non siano un segno del fatto che la norma non convince gli Stati membri, ma ad oggi non è arrivata alcuna risposta.