Ungheria e Polonia mettono il veto alla strategia Ue sull’infanzia: niente attivisti Lgbtq+ nelle scuole

Un partecipante alla marcia per i diritti della comunità Lgbt+ a Budapest. [EPA-EFE/ZOLTAN BALOGH HUNGARY OUT]

Budapest e Varsavia si sono opposte alle conclusioni del Consiglio Ue sulla giustizia, relative alla stategia della Commissione europea per i diritti dell’infanzia. Il motivo è la volontà di “resistere alle pressioni della lobby Lgbtq”, come ha dichiarato la ministra ungherese Judit Varga.

La strategia europea per i diritti dell’infanzia, avanzata dalla Commissione europea e discussa dai ministri della giustizia Ue giovedì 7 ottobre, prevedeva misure volte a porre fine alle mutilazioni genitali,  contrastare il bullismo online per i giovani e migliorare la circolazione libera delle famiglie appartenenti alla comunità Lgbtq+.

Polonia e Ungheria hanno posto il veto alla strategia, con la ministra ungherese della giustizia Judit Varga che ha dichiarato che “continueremo a resistere alle pressioni della lobby Lgbtq. Poiché alcuni Stati hanno insistito strenuamente affinché gli attivisti Lgbtq fossero ammessi nelle nostre scuole, io e il collega polacco abbiamo dovuto usare il veto”.

La ministra ungherese Varga ha spiegato le ragioni della decisione con un post su Facebook, dove lanciava un attacco all’Ue affermendo che “la lotta alla violenza sui minori o alla prostituzione minorile, la garanzia dei diritti educativi dei bambini con bisogni speciali o disabilità, il rifiuto di qualsiasi forma di discriminazione sono per loro meno importanti che garantire diritti extra alla lobby Lgbtq”.

“Il governo ungherese resta impegnato a garantire un livello elevato di protezione dei diritti dei bambini. Non lasceremo mai che attivisti Lgbtq entrino nelle nostre scuole”, ha concluso Varga.

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Continua perciò lo scontro tra i due Paesi del gruppo di Visegrad e l’Unione europea sul tema dei diritti, in particolar modo quelli della comunità Lgbtq+. La Polonia ha già ricevuto l’avvertimento del congelamento dei fondi strutturali per le regioni dichiaratesi ‘Lgbt-free’, che infatti hanno rinunciato alla definizione per non perdere i vitali soldi europei.

A luglio la Commissione Ue aveva lanciato un’azione legale contro Polonia e Ungheria per il sistematico mancato rispetto dei diritti della comunità Lgbtq+. Nel caso di Budapest, il provvedimento riguardava la legge che limitava o proibiva l’accesso a contenuti che promuovevano o illustravano la cosiddetta “divergenza dell’identità dal sesso riconosciuto alla nascita” per tutti i minori di 18 anni.