Sempre più donne in magistratura, ma non nelle posizioni dirigenziali: i dati del Consiglio d’Europa

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Malgrado tra i giudici e i pm le donne siano più degli uomini, a far carriera sono soprattutto questi ultimi secondo il rapporto sull’“efficienza e qualità della giustizia in Europa”. Nel documento si analizzano diversi aspetti: dagli stanziamenti di bilancio per la giustizia all’efficienza dei sistemi giudiziari dei diversi Paesi.

Il numero di donne giudici e pubblici ministeri continua ad aumentare, ma le professioni giuridiche sono ancora svolte prevalentemente da uomini e “resta saldamente in vigore il tetto di vetro per le posizioni dirigenziali”. A confermarlo è l’ottavo “Rapporto sull’efficienza e qualità della giustizia in Europa” pubblicato dal Consiglio d’Europa, la principale organizzazione di difesa dei diritti umani, della democrazia e dello Stato di diritto del Vecchio Continente a cui aderiscono 47 Stati membri, tra cui i 27 Paesi Ue.

Nel 2018 il 46% dei giudici erano uomini e il 54% donne. Tra i presidenti di tribunale invece gli uomini erano il 66% contro il 34% delle donne. Anche tra i pubblici ministeri le donne erano più degli uomini: il 52% contro il 48%. A ricoprire ruoli apicali però sono soprattutto gli uomini. A capo di una Procura infatti nel 64% dei casi c’è un uomo e solo nel 36% una donna. Per porre rimedio a questa disparità persistente “occorre incoraggiare l’adozione di misure volte a promuovere l’equilibrio tra i sessi nelle funzioni di giustizia superiori e più elevate”, si legge nell’analisi.

Gli stanziamenti per la giustizia

Dallo studio emerge anche che la fetta di bilancio che gli Stati dedicano alla giustizia è lievemente aumentata: se nel 2010 la spesa era di 64 euro per abitante all’anno, nel 2018 è stata in media di 72 euro. In Italia di 83,2 euro, con un incremento del 14%. Nel 2018 gli Stati europei hanno speso in media più di 1 miliardo di euro per i loro sistemi giudiziari, pari allo 0,33% del Pil. In media, gli Stati hanno destinato il 65% del budget del sistema giudiziario ai tribunali, il 24% alle procure e l’11% all’assistenza legale. Dai dati emerge anche che i Paesi meno ricchi investono proporzionalmente di più nelle procure (32% in media), mentre gli Stati e con un Pil pro capite più elevato spendono di più nell’assistenza legale (19% in media).

Progressi tecnologici

In media, secondo i dati raccolti dal Consiglio d’Europa, vi sono 164 avvocati ogni 100mila abitanti (in Italia la cifra sale a 388), mentre il numero dei tribunali – che hanno potuto continuare a operare durante la pandemia grazie ai recenti progressi della tecnologia – è sceso del 10% tra il 2010 e il 2018. “I sistemi giudiziari europei – si legge nel documento – stanno passando sempre più spesso da procedure cartacee a procedure elettroniche. Ciò vale sia per le attività svolte all’interno dei tribunali, sia per gli scambi di comunicazione tra i tribunali e tutte le parti”.

Secondo l’analisi gli elevati livelli raggiunti nei settori del supporto alle decisioni, della comunicazione elettronica e dei procedimenti a distanza aumentano la necessità di monitorare l’impatto di questi strumenti su principi quali l’equità, l’imparzialità e l’indipendenza giudiziaria.

La Commissione per l’efficienza della giustizia (Cepej) del Consiglio d’Europa ricorda che, in particolare durante la pandemia, la tecnologia si è rivelata indispensabile.  “In molti casi – evidenzia il rapporto –  il suo utilizzo ha richiesto non solo cambiamenti nella legislazione, ma anche miglioramenti tecnici”

Efficienza della giustizia

Per quel che riguarda l’efficienza della macchina giudiziaria, in generale, i tre livelli del penale sono più efficienti (il secondo grado in particolare), mentre in ambito civile vanno più a rilento.  In riferimento all’Italia il rapporto sottolinea che, in termini di personale, il sistema giudiziario è lievemente sguarnito rispetto alla media europea, fatto salvo che per gli avvocati. Nell’analisi viene messa in luce, ancora una volta, la lentezza della macchina della giustizia a tanti livelli.

Il miglioramento dell’efficienza nel settore civile nel suo complesso e l’impulso dato all’informatizzazione del sistema giudiziario costituiscono gli aspetti più positivi nel giudizio del Consiglio d’Europa.

Una maggior efficienza è invece richiesta nel penale. La durata dei procedimenti penali di primo grado passa infatti dai 310 giorni del 2016 ai 361 del 2018, con un peggioramento del 17%: anche se il rapporto mette comunque in evidenza un progresso rispetto al 2014. Per quanto riguarda il secondo grado, rispetto al 2016 si evidenzia una lievissima diminuzione della durata dei procedimenti penali che passa da 876 a 851 giorni. Riduzione che viene rilevata anche per il terzo grado di giudizio, dove si passa da 191 a 156 giorni.