“Prima gli Svizzeri”: il nuovo referendum “per un’immigrazione moderata” minaccia la libera circolazione europea

Un referendum in Svizzera potrebbe portare il Paese ad allontanarsi dalla politica di libera circolazione dell'Ue, mettendo a rischio i lavoratori transfrontalieri. [EPA-EFE/Alessandro Crinari / POOL]

Il quesito del referendum richiede alla popolazione di approvare la modifica dell’articolo 121b della Costituzione. La nuova versione prevede la “disciplina autonoma dell’immigrazione degli stranieri” e la rinegoziazione dell’accordo bilaterale del 21 giugno 1999 con l’Unione europea. In mancanza dell’accordo tra le parti la Svizzera uscirebbe unilateralmente dal trattato. Un nuovo incubo post Brexit che potrebbe costare miliardi di euro all’economia continentale e svizzera.

Il 27 settembre i cittadini svizzeri andranno alle urne per esprimersi sul referendum popolare che propone di limitare la libera circolazione e i diritti dei cittadini europei che vivono e lavorano in Svizzera. L’iniziativa popolare federale “Per un’immigrazione moderata” è promossa dal partito di destra nazionalista Udc e da Asni, un’associazione anti-Ue . La riforma della Costituzione sarebbe il primo passo verso un ritorno al regime chiuso, dove lo Stato decide chi fare entrare per lavoro. La clausola della “ghigliottina” nell’accordo bilaterale I tra Ue e Svizzera sospenderebbe non solo le regole vigenti sull’immigrazione ma anche quelle sul commercio. Dopo Brexit, “Swissexit” sarebbe un altro duro colpo all’integrazione e al mercato unico europeo.

Una clausola dell’ “Accordo sul reciproco riconoscimento” prevede che in caso di modifica di una delle materie previste dal trattato, tutte le altre sarebbero annullate. Tra queste le regole sul commercio. La vittoria del “Si” al referendum potrebbe rivoluzionare i rapporti con tutti gli Stati membri dell’Unione europea, complicando la vita dei migliaia di lavoratori transfrontalieri che ogni giorno passano il confine per lavorare nei cantoni svizzeri.  La perdita sarebbe anche economica perché l’Unione europea è il primo partner commerciale del paese elvetico, con il 60% degli scambi totali.

L’onda dell’ “invasione degli immigrati” è un’argomentazione cavalcata da tutti i partiti della destra nazionalista europea. Il motto “America first” è stato coniato dalla campagna elettorale di Donald Trump nel 2016 e da quel momento è entrato a pieno titolo nel linguaggio della comunicazione di destra. La Svizzera non fa eccezione. Anzi, in Svizzera la questione migratoria è attuale dal 1970, data del primo referendum (bocciato) per limitare l’arrivo di lavoratori stranieri. Il tempo ha migliorato i diritti ma non ha cambiato la sostanza. In passato erano lavoratori, tanti italiani, alla ricerca di fortuna in Svizzera come terra promessa. Oggi la situazione è più favorevole grazie all’integrazione europea e al trattato bilaterale del 1999 che permette a migliaia di lavoratori di transitare e risiedere in Svizzera liberamente. Un terzo della popolazione svizzera è straniera o legata all’immigrazione. Sono circa 300 mila (70 mila italiani) i lavoratori transfrontalieri che lavorano in Svizzera ma risiedono nel loro Stato di origine. Nel 2018 circa il 52% delle esportazioni svizzere erano dirette verso l’Ue e, inversamente, il 70% delle importazioni svizzere provenivano dall’Ue.

Secondo l’Udc la libera circolazione è responsabile di una serie di problemi. Primo fra tutti, si legge nel programma dell’iniziativa popolare federale «Per un’immigrazione moderata (Iniziativa per la limitazione)», l’invasione continua di lavoratori europei metterà a rischio gli spazi della “piccola Svizzera”. “Non vogliamo una Svizzera da 10 milioni di abitanti” è uno degli slogan della campagna per il Si. I lavoratori europei “costituiscono per l’80% manovalanza a basso costo” e sarebbero quindi responsabili della diminuzione del salario degli svizzeri, portando i salari verso il basso. “Sfruttano il sistema di protezione sociale”, sottraendolo sei volte su dieci ai cittadini svizzeri. Sulla pagina Facebook del Comitato pro-Si sono stati pubblicati post che mettono in relazione l’aumento degli affitti con l’immigrazione e l’impatto ambientale dei lavoratori transfrontalieri.

Il report pubblicato in agosto 2020 sull’immigrazione e la società svizzera, pubblicato dall’Ufficio federale di statistica, dice che un terzo degli immigrati ritorna poi nel paese d’origine. Secondo stime Ocse la Svizzera attrae proporzionalmente più lavoratori altamente qualificati rispetto agli altri paesi europei, con numeri raddoppiati rispetto ai dati del 1991. Sul rapporto tra welfare e immigrazione, lo studio conclude che “le persone immigrate contribuiscono più di quanto beneficino delle prestazioni, e che i loro contributi fiscali hanno ripercussioni positive sul prodotto interno lordo”.

Nel 2014 il fronte del Si per lo stop totale all’immigrazione aveva vinto per pochi voti, il 50,3% delle preferenze. Ma il risultato delle urne era stato edulcorato da una riforma parziale: nel 2016 il governo elvetico aveva approvato una nuova legge che bloccava gli arrivi Ue solo al di là di una certa soglia.  “La maggioranza delle Svizzere e degli Svizzeri vuole decidere da sola chi può venire nel nostro paese. Lo dimostra il SÌ popolare all’iniziativa per l’espulsione nel 2010 e all’iniziativa contro l’immigrazione di massa nel 2014. Entrambi questi mandati costituzionali non sono stati attuati a causa della libera circolazione delle persone con l’Ue. Tutto ciò potremo correggerlo il 27 settembre 2020”, recita l’ultimo punto del programma per il Si. Tutte le forze politiche svizzere e l’associazione che unisce le piccole e medie imprese si sono dichiarate contrarie alla riforma anti immigrazione.