Polonia: la vittoria delle donne e la retromarcia del governo

Un manifestante in costume del racconto delle ancelle partecipa alla "Marcia delle donne silenziose" per protestare contro l'inasprimento della legge sull'aborto. EPA-EFE/JAKUB KACZMARCZYK POLAND OUT

Le manifestazioni di decine di migliaia di persone che sono scese in piazza contro la sentenza del Tribunale costituzionale polacco che ha reso illegale l’interruzione di gravidanza anche in caso di malformazione del feto sembrano aver ottenuto un primo successo. Il governo  guidato dal partito di destra Diritto e Giustizia (PiS) ne ha infatti ritardato la pubblicazione prevista entro il 2 novembre sulla gazzetta ufficiale.

La strategia governativa sembra cambiata. Se in un primo momento il primo ministro polacco Mateusz Morawiecki aveva chiesto l’aiuto dell’esercito, ora il governo molto in difficoltà. Nonostante la minaccia di usare l’esercito, le migliaia di donne non si sono fatte intimidire e hanno continuato a riempire le piazze. Marta Lempart, esponente del movimento ‘Lo sciopero delle donne’, aveva subito risposto al premier: “Non ci fate paura con l’esercito per le strade: se serve, il lockdown lo faremo noi”. Anzi, il fronte femminista ha acquistato sempre maggiore consenso e così alla protesta delle donne si sono uniti studenti, organizzazioni per i diritti LGBT+, ma anche agricoltori e conducenti di mezzi pubblici.
Secondo quanto riporta il New York Times il governo ha ritardato a tempo indeterminato la pubblicazione della sentenza del tribunale, cosa che ne impedisce l’entrata in vigore legale. Secondo le procedure ordinarie, il governo avrebbe dovuto pubblicare la sentenza su una rivista governativa entro il 2 novembre.
Il rischio però rimane dietro l’angolo: il governo potrebbe comunque pubblicare la decisione in qualsiasi momento, come del resto ha già fatto con altre sentenze controverse, anche se secondo i costituzionalisti questo violerebbe la Costituzione.

La sentenza della Corte Costituzionale politicizzata

Facciamo un passo indietro. Una sentenza della Corte costituzionale polacca ha dichiarato incostituzionali le leggi esistenti che permettono l’aborto anche in caso di malformazione del feto, rendendo l’aborto quasi del tutto illegale in Polonia: l’interruzione di gravidanza sarebbe consentita solo in caso di incesto, stupro o minaccia alla salute della madre.
La sentenza è il frutto di un’iniziativa di un gruppo di parlamentari del partito di destra al governo Diritto e Giustizia (PiS) e di altri partiti di estrema destra, che aveva portato il caso davanti al tribunale, sostenendo che la legislazione esistente violasse i principi costituzionali della dignità umana e della protezione della vita umana: si tratta di una sentenza davvero “politica” favorevole alla Chiesa cattolica polacca e ai nazionalisti.

Un ulteriore problema sta nella legittimazione costituzionale della Corte stessa: nella scorsa legislatura il governo ha modificato la composizione della Corte costituzionale – con una legge considerata incostituzionale dalla medesima Corte Suprema e poi dalla Corte di giustizia dell’Unione europea – in modo da ampliarne enormemente i componenti e poterne nominare la maggior parte. Si tratta di una riforma dell’ordinamento giudiziario che ne ha minato  l’indipendenza e l’autonomia a tal punto da venir considerata contraria all’ordinamento dell’Unione Europea dalla Corte di giustizia.
Addirittura la presidente della Corte, Julia Przylebska, è un’amica di vecchia data di Jaroslaw Kaczynski, tutt’oggi il politico più importante e influente della Polonia, anche se formalmente è solo il  vicepremier e presidente del PiS.

Polonia, continua lo scontro tra governo e magistratura

Dopo la fine del mandato della Prima presidente della Corte suprema Małgorzata Gersdorf, prosegue il braccio di ferro tra l’esecutivo nazionalista e l’associazione Iustitia.

L’associazione Iustitia, la più grande dei giudici della Polonia (oltre 3.500 membri, circa 1/3 del numero totale), …

Conservatorismo religioso e nazionalismo: la politica del PiS

La legge precedente, risalente al 1993, consentiva l’aborto solo in tre casi: pericolo di vita per la donna, stupro e grave malformazione del feto. In Polonia la regolamentazione dell’aborto era dunque già molto restrittiva, come emerge dai dati ufficiali secondi cui vengono praticati meno di 2.000 aborti legali all’anno, la stragrande maggioranza dei quali a causa di malformazioni al feto.
Le associazioni femministe stimano che vengono eseguite illegalmente o all’estero fino a 200.000 procedure di interruzione volontaria della gravidanza.

A conferma del fatto che la sentenza in questione sia una sentenza politica, che va nella direzione di un sempre più radicale conservatorismo religioso,  Jaroslaw Kaczynski ha detto: “Dobbiamo difendere la Chiesa. Invito tutti gli iscritti del Pis e tutti i nostri simpatizzanti a contribuire alla difesa delle chiese, che oggi, per la prima volta nella storia della Polonia, sono attaccate”. Il tema del divieto dell’aborto si pone dunque idealmente in continuità con le politiche anti-LGBT+ da un lato e con le critiche alla Convenzione sulla violenza contro le donne, definita uno strumento dell'”ideologia gender”.
Già nel corso della campagna elettorale per le elezioni presidenziali, il Presidente Duda aveva alzato i toni contro i diritti civili per le persone LGBT+. Del resto, anche la scorsa campagna elettorale presidenziale e “la copertura da parte dei media pubblici è stata caratterizzata da retorica omofoba, xenofoba e antisemita”, secondo il report ufficiale dell’OSCE.

Tutto questo potrebbe sembrare contraddittorio con il grande attivismo della Polonia rispetto all’appoggio delle manifestazioni del popolo bielorusso contro Lukashenko (era stata proprio la Polonia a chiedere la convocazione di un vertice straordinario dell’Ue sul tema) ma in realtà in quel caso si tratta principalmente di un’operazione anti-russa.
Lo scontro presidenziale tra Trzaskowski e Duda è stato sia uno scontro tra europeismo e nazionalismo, sia uno scontro tra du diverse visioni della società polacca: una visione bigotta e autoritaria, e una visione invece plurale e rispettosa dei diritti.
Anche se il ballottaggio ha riconfermato Duda, la società polacca sembra però sempre più divisa.