Orgia a Bruxelles, coinvolto l’eurodeputato di Orban che difendeva il matrimonio tradizionale

Jozsef Szajer al Parlamento europeo a Strasburgo nel 2013. EPA/PATRICK SEEGER

La notizia è che József Szájer, eurodeputato ungherese, eletto nelle fila di Fidesz, il partito di Viktor Orbán, si è dimesso dopo lo scandalo sessuale che è stato richiamato da tutti i giornali e i telegiornali europei.

Il leader della delegazione del partito Fidesz di Viktor Orbán nel Partito popolare europeo al Parlamento europeo è stato sorpreso mentre cercava di fuggire da quella che è stata descritta come un’orgia gay di 25 uomini venerdì scorso, interrotta dall’intervento della polizia di Bruxelles per le restrizioni sugli assembramenti imposte per il contrasto alla diffusione della pandemia da Covid-19. Dopo la diffusione della notizia, che ha immediatamente assunto il carattere dello scandalo, il parlamentare si è dimesso: “Mi scuso con la mia famiglia, con i miei colleghi, con i miei elettori. Chiedo loro di valutare che il mio passo falso ha come sfondo trent’anni di devoto e duro lavoro. Questo passo falso è strettamente personale, sono l’unico che ne è responsabile. Chiedo a tutti di non estenderlo alla mia patria, o alla mia comunità politica”, ha aggiunto.

Szájer è (o era) un uomo di fiducia del premier ungherese Orbán: tra i membri fondatori del partito Fidesz, per quattro mandati parlamentare ungherese, poi parlamentare europeo dal 2004 ad oggi, dove è stato capogruppo e vicepresidente del Partito popolare europeo. Una delle sue battaglie politiche più famose è stata quella in difesa della famiglia tradizionale: aveva personalmente voluto includere nella nuova costituzione ungherese un passaggio specifico sul fatto che “l’Ungheria tutela l’istituto del matrimonio tra uomo e donna” e soprattutto un riferimento alla “famiglia come base per la sopravvivenza della nazione”. Lo aveva rivelato anche a Euractiv.com nel 2011.

Strenuo difensore delle posizioni omofobe e tradizionaliste di Fidesz, non sorprende che abbia deciso non solo di dimettersi da europarlamentare ma di abbandonare la vita pubblica e l’impegno politico, ritirandosi a vita privata. Nell’Ungheria di Orbán è proibito svolgere studi accademici e universitari sul cambiamento di sesso o tenere dibattiti sulle unioni diverse dal tradizionale matrimonio eterosessuale; è vietato registrare sui documenti di identità il nuovo gender di qualsiasi persona che abbia cambiato sesso e le persone della comunità LGBT* subiscono forti discriminazioni. Il modello che ispira le politiche del governo ungherese è quello polacco: un governo tradizionalista cattolico e ultra-conservatore che ha promosso le zone LGBT-free e che nelle ultime settimane voleva rendere illegale l’aborto anche nel caso di gravi malformazioni al feto.

La linea tradizionalista portata avanti dai due Paesi dell’Est, che ha come espressione diretta la retorica della paura dell’ideologia gender e dell’invasione dei migranti, che tra le altre cose minerebbero i valori cristiani della società europea, è in aperta opposizione con la politica delle istituzioni UE. La Commissione europea ha presentato la sua prima strategia per l’uguaglianza LGBTIQ per i prossimi cinque anni, impegnandosi ad essere “in prima linea negli sforzi per proteggere meglio” i diritti della comunità, mirando ad affrontare la discriminazione, a garantire la sicurezza, a costruire società inclusive e ad essere un leader globale nella lotta per i diritti delle minoranze; alcuni eurodeputati avevano anche realizzato un’azione simbolica di solidarietà davanti al Parlamento Europeo per mostrare il loro sostegno alla comunità LGBT* polacca sotto attacco.