Nuovi conservatorismi religiosi: dalla Polonia alla Turchia le spinte per uscire dalla Convenzione di Istanbul

Manifestanti vestite come i personaggi di "The Handmaid's Tale" partecipano a una manifestazione contro il progetto del governo di porre fine alla Convenzione di Istanbul a Varsavia, Polonia, il 24 luglio 2020. [EPA-EFE/RADEK PIETRUSZKA POLAND OUT]

I nuovi conservatorismi e ultra-conservatorismi religiosi, siano essi di matrice cattolica, come in Polonia, o islamica, come in Turchia, sono alla base delle spinte per rigettare la Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne. In entrambi i casi, il testo della Convenzione viene additato come esempio della “ideologia gender” che minerebbe i valori della famiglia tradizionale.

Polonia

Il governo nazionalista conservatore polacco ha intensificato la sua campagna contro la Convenzione sulla violenza contro le donne, definendola uno strumento per l’UE per imporre “un’ideologia di sinistra” agli Stati membri. Già nel corso della campagna elettorale per le elezioni presidenziali, il Presidente Duda aveva alzato i toni contro i diritti civili per le persone LGBT+. La campagna elettorale e “la copertura da parte dei media pubblici è stata caratterizzata da retorica omofoba, xenofoba e antisemita”, anche secondo il report dell’OSCE.
La corsa elettorale di Trzaskowski ha polarizzato la società polacca soprattutto sulla difesa dei diritti civili e delle minoranze.

In questo quadro, la Commissione Europea ha deciso di escludere dalla partecipazione a un programma di gemellaggio che avrebbe portato sovvenzioni comunitarie specifiche sei città polacche che si erano dichiarate “zone libere dall’ideologia LGBT” o avevano adottato dichiarazioni sui “diritti delle famiglie” che Bruxelles considera discriminatorie.

Il tema del contrasto ai principi della Convenzione di Istanbul però è declinato anche rispetto alla questione dell’immigrazione: secondo Sebastian Kaleta, vice ministro della giustizia, la Convenzione favorirebbe l’immigrazione, permettendo ai migranti di richiedere lo status di rifugiati dichiarandosi “donne o senza sesso”.

Il primo ministro Mateusz Morawiecki la scorsa settimana ha detto che l’eventuale allontanamento della Polonia dalla Convenzione sarà valutato dalla corte costituzionale. Ma la vicenda stessa della Corte Suprema è oggetto di dibattito rispetto alla questione dello stato di diritto, nonostante varie sentenze della Corte di Giustizia dell’Unione Europea abbiano giudicato una serie di leggi polacche di riforma del giudiziario contrarie ai principi e valori fondamentali dell’Unione e alla stessa Costituzione polacca.

Turchia

Anche in Turchia si discute di un possibile ritiro dalla Convenzione di Istanbul, con argomentazioni molto simili. Anche se nel caso turco, la stampa si è per lo più concentrata sul tema di un ipotetico dibattito interno alla famiglia di Erdogan: da un lato l’organizzazione guidata dalla figlia maggiore del presidente turco ha diffuso un comunicato in cui difende la Convenzione di Istanbul sulla violenza sulle donne e dall’altro lato, un’altra organizzazione, Tugva, vicina ad un altro dei quattro figli del capo dello Stato, ha espresso la sua opposizione contro diversi articoli del documento, accusato di diffondere valori contrari alla famiglia tradizionale e fare propaganda per la comunità Lgbt.

Il tema particolarmente interessante è proprio quello della forte somiglianza delle argomentazioni contro la Convenzione che vengono proposte negli ambienti ultraconservatori cattolici in Polonia e in quelli ultraconservatori musulmani in Turchia, per abbandonare una Convenzione che si propone di prevenire la violenza contro le donne, favorire la protezione delle vittime ed impedire l’impunità dei colpevoli.

La Turchia tra l’altro è stato il primo paese a ratificarla.