La Turchia abbandona la convenzione di Istanbul. Le (deboli) reazioni Ue

Prevention of violence against Women rally in Istanbul. [EPA-EFE/ERDEM SAHIN]

Il governo di Erdoğan sabato (20 marzo) si è ritirato dalla Convenzione di Istanbul, che prende il nome proprio dalla capitale turca nella quale era stata firmata nel 2011. In Turchia, secondo il governo in carica, saranno le leggi nazionali, e non gli accordi internazionali, a proteggere i diritti delle donne.

I leader statunitensi ed europei hanno definito la decisione della Turchia di ritirarsi dalla Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica come sconcertante e preoccupante, e hanno sollecitato il presidente Recep Tayyip Erdoğan a fare marcia indietro. Il capo della politica estera dell’UE, Josep Borrell, sabato ha definito la decisione come incomprensibile e ha commentato che “rischia di compromettere la protezione e i diritti fondamentali delle donne e delle ragazze in Turchia (e) invia un messaggio pericoloso in tutto il mondo. (…) Non possiamo quindi che esortare la Turchia a revocare la sua decisione”.

Le reazioni sono così deboli (anche) perché la Turchia è un partner strategico, sia per quanto riguarda le relazioni commerciali, sia per quanto riguarda gli accordi per impedire l’ingresso dei migranti in Europa.
Nella conferenza stampa dopo la riunione dei Ministri degli Esteri dei Paesi UE, Borrell ha usato come di consueto un tono poco incisivo, spiegando che dal mese di dicembre ci sono stati segnali positivi da parte turca rispetto alla situazione del mediterraneo orientale, che pure rimane fragile, ed esprimendo semplice “preoccupazione” per le azioni turche nei confronti del partito curdo di opposizione Hdp e rispetto alla decisione di abbandonare la Convenzione di Istanbul.

La Convenzione di Istanbul, di cui la Turchia era stato il primo Paese firmatario esattamente dieci anni fa, ha come obiettivo quello di “creare un’Europa libera dalla violenza contro le donne e dalla violenza domestica”. Questo significa che gli obiettivi generali come l’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne, la concreta parità tra i sessi, l’autodeterminazione delle donne, sono portati avanti attraverso “la cooperazione internazionale al fine di eliminare la violenza contro le donne e la violenza domestica” e “si applica in tempo di pace e nelle situazioni di conflitto armato”. A tutti gli Stati aderenti si chiede cioè di rispettare il principio della parità tra i sessi e garantire “l’effettiva applicazione di tale principio”, vietare la discriminazione nei confronti delle donne e abrogare “le leggi e le pratiche che discriminano le donne”.

I femminicidi in Turchia negli ultimi anni sono aumentati e sarebbero stati oltre 300 nell’ultimo anno. Migliaia di donne hanno sono scese in piazza a Istanbul e in molte altre città turche, sventolando la bandiera viola.
Ma anche per via delle restrizioni imposte dalla pandemia, le attiviste hanno annunciato l’avvio di una protesta quotidiana alle 21 da balconi e finestre delle case, percuotendo pentole e coperchi.

Se torniamo all’Europa, notiamo che anche qui la situazione non è particolarmente rosea: Bulgaria, Repubblica Ceca, Ungheria, Lettonia, Lituania e Slovacchia non hanno ratificato la convenzione. La Polonia ha ratificato la convenzione, ma poi il governo conservatore ci ha ripensato. La Corte costituzionale bulgara ha addirittura stabilito nel 2018 che la Convenzione di Istanbul è incostituzionale.