La Corte Ue all’Italia: 4800 euro come risarcimento per uno stupro non bastano

Una donna rumena tiene dei fiori di garofano rosso sopra la testa durante una protesta contro la violenza domestica davanti al quartier generale del Ministero dell'Interno, a Bucarest, l'8 marzo 2018. EPA-EFE/ROBERT GHEMENT

Decisione della Corte Ue contro la Presidenza del Consiglio dei Ministri nella causa C-129/19: gli Stati membri devono riconoscere un indennizzo a tutte le vittime di reati intenzionali violenti e l’indennizzo non può essere puramente simbolico.

La questione se il denaro faccia, o compri, o meno la felicità è oggetto di film, romanzi, speculazioni teoriche. Sul fatto che però i soldi non possano restituire la felicità perduta c’è un generale accordo. Nessuna cifra è sufficiente a ripagare i familiari di una vittima di omicidio o a risarcire la vittima di una violenza.
Allo stesso tempo, una delle cifre distintive della nostra società è proprio l’idea del risarcimento: in caso di incidente stradale o di altro tipo le assicurazioni coprono i danni, in base ad una serie di parametri che spesso sembrano freddi e spietati: è il cosiddetto capitale umano, da cui prende il titolo il film di Virzì.

È molto difficile monetizzare il dolore causato ad una donna da uno stupro e capire quali sono le conseguenze psicologiche e sociali della violenza. L’indennizzo, dunque, non deve, perché forse non può, necessariamente corrispondere al ristoro integrale dei danni, ma il suo importo non può essere puramente simbolico. È quanto espresso dalla sentenza del 16 luglio della Corte di giustizia dell’Unione europea nella causa C-129/19, Presidenza del Consiglio dei Ministri / BV.

Nella sentenza contro la Presidenza del Consiglio dei Ministri (C-129/19), la Corte, riunita in Grande Sezione, ha dichiarato, in primo luogo, che il regime della responsabilità extracontrattuale di uno Stato membro per danno causato dalla violazione del diritto dell’Unione è applicabile, per il motivo che tale Stato membro non ha trasposto in tempo utile la direttiva 2004/80 nei confronti di vittime residenti in quello stesso Stato membro, nel cui territorio si è consumato il reato intenzionale violento.

La Corte ha poi sostenuto che un indennizzo forfettario concesso alle vittime di violenza sessuale sulla base di un sistema nazionale di indennizzo delle vittime di reati intenzionali violenti non può essere qualificato come «equo ed adeguato», se viene fissato senza tenere conto della gravità delle conseguenze del reato per le vittime. 

La vicenda che è stata portata dinnanzi alla Corte di Lussemburgo è una vicenda dolorosa, risalente a 15 anni fa, quando una giovanissima donna è stata sequestrata e stuprata nel torinese da due uomini. La vicenda processuale aveva imposto che alla vittima fosse corrisposta dai suoi aggressori una somma pari a 50.000 euro, che però non sono mai arrivati perché i due uomini si sono dati alla latitanza. Secondo la difesa, lo Stato italiano, dal primo luglio 2005, avrebbe dovuto garantirle un indennizzo equo e adeguato in base alla Direttiva europea 2004/80 che obbliga gli Stati membri a creare “un sistema di indennizzo delle vittime di reati intenzionali violenti commessi nei rispettivi territori, che garantisca un risarcimento equo ed adeguato delle vittime”.

Nel 2012 la Corte d’Appello di Torino aveva condannato la Presidenza del Consiglio perchè “l’Italia non ha stabilito un sistema di indennizzo per le vittime di violenza sessuale e pertanto è inadempiente” rispetto alla direttiva europea sul tema. Con una serie di interventi normativi nel 2016, 2017 e 2018, si è cercato di porre rimedio a questa situazione, prendendo degli indennizzi che però agli occhi dell’opinione pubblica sono sembrati del tutto inadeguati. Nello specifico è stato stabilito che per il reato di violenza sessuale il risarcimento sia pari a 4.800 euro. Anche la Corte europea ritiene che sia davvero troppo poco.