Invasione della Crimea: la Russia finisce davanti alla Corte europea dei Diritti umani

Una protesta dei familiari di attivisti tatari arrestati in Crimea dalle autorità russe dopo l'annessione del 2014. [EPA-EFE/SERGEY DOLZHENKO]

Torture, sparizioni forzate e detenzioni illegali sono alcune delle accuse sulla base delle quali i giudici hanno deciso di accogliere il ricorso che l’Ucraina ha presentato contro Mosca.

La Corte europea dei Diritti umani di Strasburgo ha reso noto di avere sufficienti prove per iniziare a valutare alcune delle accuse mosse da Kiev a Mosca in relazione a quanto avvenuto in Crimea. Regione che nel 2014 è stata annessa unilateralmente da Mosca, in seguito alla crisi istituzionale e alle proteste ‘Euromaidan’ contro il presidente ucraino filo-russo Viktor Janukovic culminate con le sue dimissioni.

Kiev recrimina reati di tortura e violazioni del diritto ad un processo equo, oltre che discriminazioni. Per i giudici si tratta di atti reiterati e per questo hanno dato il via libera a procedere su sparizioni forzate, detenzioni illegali e maltrattamenti, in aggiunta ad irruzioni nelle abitazioni private, soppressione dei media non russi, espropriazione delle proprietà senza indennizzo e sulla possibile violazione dei diritti etnici e delle minoranze.

Sulle uccisioni e l’utilizzo di armi da fuoco il tribunale non ha invece trovato prove consistenti, così come per la detenzione di giornalisti stranieri e sulla nazionalizzazione delle proprietà dei soldati ucraini.

Tuttavia, Strasburgo ha riconosciuto che la Russia ha iniziato a esercitare un “controllo effettivo” sulla regione nel sud dell’Ucraina dal 27 febbraio 2014, quando la presenza militare Mosca è stata raddoppiata. Le argomentazioni difensive del Cremlino, secondo cui le truppe russe erano inizialmente spettatrici passive, sono state respinte.

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Questo ha permesso ai giudici di non dover necessariamente decidere se il referendum sull’annessione (orchestrata dalla Russia), tenutasi nel marzo dello stesso anno, fosse legittima o meno, in quanto è stato possibile stabilire che le presunte violazioni dei diritti umani sono avvenute indipendentemente dalla consultazione referendaria.

La Corte ha tenuto poi conto delle dichiarazioni del presidente russo Vladimir Putin sulla manifesta volontà di controllo della regione. In particolare, i magistrati si sono concentrati su un passaggio di un’intervista in cui il capo di Stato afferma di voler “iniziare a lavorare per il ritorno della Crimea nella Federazione Russa”, come mostra un docufilm di propaganda russa del 2017.

Ad oggi l’Ucraina ha intentato cinque cause contro la Russia, dinanzi alla Corte di Strasburgo, tra cui una riguardante le violenze nelle regioni ad est dell’ex Repubblica sovietica. Inoltre, per gli eventi in Crimea, nel Mare di Azov e per le ostilità nell’Ucraina orientale risultano anche oltre 7.000 denunce di singoli individui.