Interruzione di gravidanza: un diritto a rischio in molti Paesi europei

Una protesta contro l'inasprimento della legge sull'aborto in Polonia davanti all'ambasciata polacca a Riga, il 4 novembre 2020. [EPA-EFE/TOMS KALNINS]

Malgrado sia legale nella maggior parte d’Europa, in alcuni Paesi le donne continuano ad avere difficoltà ad accedere all’interruzione volontaria di gravidanza. Il problema è stato aggravato dalla pandemia di coronavirus.

In Paesi come la Polonia, che ha una legge molto rigida e sta tentando di inasprirla ulteriormente, le donne si sono trovate nell’impossibilità di recarsi all’estero per interrompere una gravidanza indesiderata. Inoltre anche per le Ong che aiutano le donne che vivono in Paesi in cui il diritto all’Igv viene negato è diventato più difficile aiutare queste persone.

Abortion Without Borders, una linea di assistenza creata nel dicembre 2019 per aiutare le donne polacche, ha ricevuto quest’anno quasi 2.300 chiamate e le richieste sono incrementate in modo esponenziale dopo l’annuncio del lockdown.

Secondo i dati dell’Onu ogni anno circa 100.000 donne polacche si recano all’estero per abortire, spesso nella vicina Germania o nella Repubblica Ceca. Allo stesso tempo, c’è un enorme divario tra gli aborti legali e quelli clandestini, che le Nazioni Unite stimano tra gli 80.000 e i 180.000 all’anno.

A Malta e in alcuni micro Stati come Andorra e San Marino la situazione è ancora più difficile. Una donna che interrompe la gravidanza a La Valletta rischia una pena detentiva fino a tre anni, anche se ha subito violenza sessuale o se la gravidanza mette in pericolo la sua salute o la sua vita.

In Irlanda, dove la Chiesa cattolica ha ancora una forte influenza sulla politica e sulla legislazione, l’aborto è stato legalizzato solo nel 2018 tramite un referendum abrogativo. Nonostante questo passo in avanti, la legge irlandese prevede ancora molte restrizioni. L’interruzione di gravidanza è consentita solo se praticata entro le prime 12 settimane. Dopo questo periodo, l’aborto è permesso solo nei casi in cui la vita o la salute di una donna è a rischio o se è presente un’anomalia che potrebbe causare la morte del feto.

Più a est il dibattito si sta polarizzando. I Paesi dell’Europa centrale e orientale negli ultimi anni hanno assistito a molteplici tentativi di ridurre il diritto delle donne ad accedere all’interruzione volontaria di gravidanza o di introdurre nuove barriere. All’inizio di novembre, ad esempio, il parlamento slovacco ha bocciato un emendamento che avrebbe raddoppiare il tempo per accedere all’Igv a 96 ore e che imponeva alle donne di sottoporsi a un secondo parere medico e di motivare in modo dettagliato la propria scelta.

Nella maggior parte degli altri Paesi europei, tra cui Francia, Germania, Belgio, Danimarca, Spagna e Grecia, la legge consente di abortire fino a 10 o 14 settimane di gravidanza. Sono previste delle eccezioni a questo limite per i casi di stupro o di anomalie del feto. I Paesi Bassi hanno una legislazione più liberale che consente l’interruzione di gravidanza fino alla 24esima settimana.

In Italia l’aborto è consentito entro i i primi 90 giorni di gravidanza (12 settimane circa), ma ottenerlo è diventato molto difficile, in particolar modo durante l’emergenza sanitaria. Secondo i dati del ministero della Salute il numero degli obiettori continua ad aumentare: sono il 69% tra i ginecologi e il 46% tra gli anestesisti. Ma in Molise la percentuale arriva a superare il 90%, costringendo le donne che vivono in quel territorio ad andare in altre regioni per effettuare l’Igv. Trasferimenti che in tempo di Covid diventano ancora più difficili, se non impossibili, come ha raccontato di recente il Corriere della Sera. Inoltre malgrado il ministero della Salute abbia aggiornato le linee guida sulla pillola abortiva Ru486, annullando l’obbligo di ricovero, molte Regioni non hanno ancora recepito le nuove regole.