Immigrazione, Johansson: presto un accordo tra i 27 Paesi europei

Ylva Johansson, Commissario europeo per gli Affari interni. [EPA-EFE/OLIVIER HOSLET / POOL]

In una intervista congiunta ad Avvenire, La Croix e Nederlands Dagblad, la delegata agli Affari interni della Commissione europea ha affrontato a tutto campo le questioni migratorie, parlando dei prossimi importanti passaggi europei in materia.

A quelli che le chiedono se sarà più difficile trovare un accordo in materia di asilo e migrazione a causa del Covid-19 risponde “no” e la stessa risposta è riservata alla domanda se è convinta che con la pandemia di coronavirus sarà più facile plasmare la solidarietà.

Un’intervista, quella di Avvenire alla commissaria agli Affari interni Ue Ylva Johansson, che arriva nel quinto anniversario dal disastroso 2015. In questi giorni, tra l’altro, il rapporto Easo dice che nel 2019 sono tornate a salire le domande di asilo in Europa per la prima volta proprio dal 2015 e dove si evince che l’Italia non è tra i primi cinque ad accogliere, mentre la Germania si conferma capolista.

Il percorso per un accordo preliminare

“Ho deciso di aspettare che all’interno del Consiglio si raggiunga un accordo preliminare sul prossimo bilancio dell’Unione Europea – afferma –  e sui fondi per la ripresa prima di proporre il nuovo Patto, perché le questioni migratorie sono così spinose e difficili da negoziare che è meglio aspettare un po’ di tempo”. “Se siamo fortunati – prosegue -, il Patto potrà essere messo in agenda a luglio. Ma probabilmente bisognerà aspettare settembre”. Secondo la Johansson, una volta che “il Patto sarà sul tavolo”, sarà possibile trattare anche il complesso problema (legato alle responsabilità degli Stati nazionali), dei Paesi che accettano la sfida della ricollocazione sentendosi però danneggiati da quelli che la rifiutano.

Per la Johansson il negoziato richiederà notevoli sforzi e sarà necessario che i protagonisti al tavolo delle negoziazioni non siano presi da altre questioni. “Sono in contatto con le varie capitali europee e molti mi hanno chiesto di aspettare la chiusura dei colloqui sul bilancio. È così che intendo muovermi”.

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Immigrati “necessari”

Alla richiesta se gli immigrati siano neccessari per il contrasto del declino demografico europeo la Johansson non usa giri di parole: “Sì, abbiamo bisogno di immigrati”.

“Ogni anno – spiega – più di 2 milioni di migranti arrivano nella Ue legalmente. E questo sistema funziona molto bene. Sempre meno persone arrivano in modo irregolare. L’anno scorso sono state 170mila. Ma vorrei vedere un aumento del numero di arrivi legali. L’Europa ha bisogno di manodopera perché il continente invecchia. In diversi Paesi alcuni settori del mondo del lavoro soffrono una grave carenza di capitale umano”.

Sui migranti arrivati in Europa per cercare rifugio dice che “molti di loro si sono integrati molto bene. L’abbiamo visto anche durante la crisi del Covid-19: numerosi “lavoratori essenziali” provengono da famiglie immigrate o sono stati loro stessi migranti”.

Aiutare gli Stati

Passi positivi ma per la Johansson la strada è ancora lunga in quanto “si tratta di una questione di competenza nazionale, ma a livello europeo siamo pronti a dare il nostro aiuto”, facendo riferimento all’avvio di consultazioni in vista dell’elaborazione di una nuova strategia in materia di integrazione.

E sulle perplessità in merito, tenendo conto delle ostruzioni di Stati come la Danimarca o quelli di Visegrad, la delegata Ue riconosce che “sbloccare le reticenze degli uni e degli altri all’interno del blocco è estremamente difficile”, ma “l’impressione”, dice, è “che tutti gli Stati membri vogliano trovare un accordo e cercare di essere costruttivi. L’approccio è positivo”.

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“Desiderio” e politiche di rientro in patria

Come si apprende su Avvenire, dall’Istituto internazionale di studi sociali (Iss), la docente Natascha Wagner spiega del desiderio dei rifugiati di tornare nel proprio Paese e su questo particolare Johansson afferma che si tratta di un “aspetto importante”. L’Ue “può semplificare il rientro”, dice, e “riserverò una particolare attenzione al fenomeno dei rientri e della cooperazione con i Paesi terzi, un’attenzione ancora maggiore rispetto alla proposta del 2016, che si inseriva nel contesto della crisi dei rifugiati”.

E sulla migrazione circolare europea, pianificata con flussi in entrata e in uscita, puntualizza che anche questa è “una questione che riguarda soprattutto i singoli Stati, ma dal mio punto di vista, possono coesistere diversi sistemi. Alcune persone verranno a vivere in Europa in modo permanente. Altri verranno a lavorare in Europa per un certo periodo di tempo prima di ritornare nel proprio Paese con nuove competenze”.

Mosse contro i trafficanti

Alla domanda se l’immigrazione definita “illegale” può essere convertita al 100% in immigrazione legale in Europa, la Johansson puntualizza: “Non voglio parlare di immigrazione ‘illegale’, ma ‘irregolare’. In ogni caso, no, non penso che l’immigrazione irregolare possa diventare al 100% legale. Tutti devono avere sempre il diritto di chiedere asilo da qualche parte. È un diritto fondamentale dell’individuo.

Affinché nessuno debba dipendere dai trafficanti è fondamentale aprire il maggior numero possibile di vie legali per la migrazione. Per chi desidera lavorare nella Ue dobbiamo stringere accordi migliori con i Paesi terzi. La conseguenza non sarebbe una fuga di cervelli, ma una situazione vantaggiosa per entrambe le parti. Anche per i rifugiati abbiamo bisogno di vie legali, in particolare attraverso il reinsediamento e l’ammissione umanitaria”.

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Le questioni aperte: Turchia, Libia, Malta e Frontex

La nazione guidata da Erdogan è stato un altro dei passaggi spinosi affrontati. “La Turchia è il Paese che accoglie la più grande comunità di rifugiati al mondo – afferma -. In Turchia vivono quattro milioni di siriani. Per essere equa, la Ue deve mostrarsi solidale con loro. Noi aiutiamo la Turchia, così come altri Paesi, con le scuole, paghiamo i professori, finanziamo i centri sanitari. La solidarietà europea è anche questo. Ci sono 80 milioni di sfollati nel mondo; non tutti i migranti e i rifugiati possono e vogliono venire nella Ue. Ma noi abbiamo l’obbligo morale di aiutarli, ovunque si trovino”.

La delegata Ue poi manifesta preoccupazione per le denunce e inchieste di alcuni organi di informazione, tra cui il The Guardian, dove si parla di respingimento da parte di Malta verso la Libia, che al contempo l’Onu sostiene non essere un Paese terzo sicuro, ricordando la responsabilità che investe gli Stati cui spetta “indagare per sapere cosa succede esattamente”. “Per Malta – prosegue – la situazione è complicata” trattandosi di un contesto con “molti migranti su una piccola isola”. E un “nuovo Patto” è necessario proprio per “per mostrare più solidarietà nei confronti di Paesi come Malta”.

E sul sostegno alla Guardia costiera della Libia la Johannson afferma che, pur essendo “difficile realizzare una vera cooperazione”, “ci piacerebbe trovare un modo efficace di fare passi avanti con questo Paese”, con il quale c’è una “cooperazione in termini di formazione, di rispetto dei diritti umani”.

Poi, sul bisogno di recuperare altre 10mila guardie di frontiera per Frontex, dice che sono “necessarie, ma tutto dipende dal budget”. Sarà dunque essenziale “vedere se gli Stati accetteranno di finanziarle”. “Alcuni Paesi vogliono ridurre il budget di Frontex. Dovremo aspettare la fine dei negoziati sul bilancio”, conclude.