Divario di genere, la pandemia ha colpito maggiormente le donne a livello sociale

Attiviste del 'Giusto Mezzo' protestano a Torino contro il Next Generation Eu, ritenuto inefficiente nel coprire le esigenze delle donne e combattere il divario di genere. [EPA-EFE/MOURAD BALTI TOUATI]

La pandemia di Covid-19 ha accentuato la disparità di genere nell’Ue, come hanno rivelato diversi studi. Le donne sono risultate più colpite a livello sociale, in quanto maggiormente impiegate nei settori chiave e in quelli danneggiati dalla pandemia.

Diversi studi usciti nel 2021 lo hanno confermato: la pandemia di Covid-19 ha peggiorato la situazione dell’uguaglianza di genere, nel mondo come nell’Ue. In parte, questo è dovuto al fatto che settori come l’assistenza e la cura della persona, ma anche nel settore sanitario, vedano una prevalenza di occupazione femminile.

In particolare, il 76% dei 49 milioni di europei impiegati nel settore sanitario sono donne. Inoltre, lo sono anche il 95% di chi effettua lavori domestici e assistenziali, il 93% di chi si occupa di assistenza all’infanzia e sostegno e l’86% degli impiegati nei lavori dedicati alla cura della persona in ambito sanitario. Inoltre, l’82% delle persone addette alle casse sono donne, che perciò hanno fronteggiato in prima linea il Covid-19 nel periodo in cui gli unici esercizi commerciali aperti erano quelli essenziali.

Già da questi dati si evince come le donne siano state sotto pressione durante la pandemia. Non è un caso, infatti, che nei Paesi anglofoni sia stato coniato il termine “shecession”, per indicare l’impatto maggiore nei confronti del genere femminile, in controtendenza con le crisi precedenti.

L’84% delle donne lavoratrici tra i 15 e i 64 anni sono impiegate nei servizi, compresi quelli più colpiti dalla pandemia come la ristorazione e il turismo. Inoltre, circa il 30% delle donne in Ue lavora part-time, spesso impiegata nell’economia informale e con minori tutele e diritti.

I dati del Global Gender Gap Report, uscito quest’anno, hanno mostrato che il 5% di tutte le donne che lavorano nel mondo ha perso il lavoro, rispetto al 3,9% degli uomini. Inoltre, i dati incrociati rivelano una diminuzione delle donne assunte in ruoli dirigenziali, una tendenza che porta indietro i progressi di uno o due anni nei settori coinvolti.

Al primo posto della classifica dei Paesi con il miglior indice troviamo l’Islanda, che per la dodicesima volta occupa la posizione da quando è stata avviata la sorveglianza. Finlandia e Norvegia salgono con lei sul podio, mentre tra i primi dieci troviamo anche gli Stati membri Ue Svezia (5°), Lituania (8°) e Irlanda (9°).

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La situazione in Italia

L’Italia in questa classifica occupa la 63° posizione su 156, che rappresenta un progresso di 13 posti rispetto all’anno precedente, ma rimane un risultato negativo. Se guardiamo solo agli Stati membri dell’Ue, il nostro Paese ne precede solamente otto. Sebbene, pertanto, il nostro Paese faccia parte della macro-area più ‘virtuosa’ a livello globale, l’Europa occidentale, vi si colloca agli ultimi posti.

Nel settore dell’istruzione, paradossalmente, a livello di numeri e di risultati il divario è a favore delle donne. Le ragazze che proseguono gli studi dopo la scuola dell’obbligo sono più dei maschi e all’università tendono a ottenere risultati migliori, come emerge dal Gender Gap Report sull’Italia di Osservatorio JobPricing.

In questo caso, la disparità si ritrova nel percorso di studi scelto. La concentrazione femminile nei corsi di studio delle discipline scientifiche, come l’ingegneria, si attesta tra il 20 e il 40%. Le donne tendono perciò ad autoescludersi dalle cosiddette discipline Stem (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica) e proiettarsi verso quelle umanistiche, dove costituiscono l’80% della concentrazione.

Qui si verifica il primo step per il gap di genere: spesso le professioni che derivano dalle discipline Stem sono altamente qualificate, molto richieste e pagate. Di conseguenza la minore concentrazione di donne specializzate in questi ambiti è potenzialmente un fattore che vedrà aumentare la disoccupazione e il divario salariale futuro.

Guardando invece i dati sull’occupazione, quella femminile nel 2020 si attesta al 49%, ovvero circa 17 punti percentuali in meno rispetto agli uomini. Inoltre, guardando al tasso di inattività, è aumentato dell’1,83% per le donne dopo la pandemia, rispetto all’1,45% degli uomini. Allo stesso modo, la riduzione dell’occupazione femminile è maggiore rispetto a quella maschile.

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Inoltre, in Italia il tasso di occupazione part-time  è del 34%  per le donne, mentre si ferma al 9% per gli uomini. Questa situazione si riflette, naturalmente, sul reddito disponibile. Secondo i dati Istat, il part-time ‘involontario’, ovvero imposto dal datore di lavoro, colpisce maggiormente le donne ed è diffuso maggiormente nei settori ad alta concentrazione femminile, come i servizi alle famiglie.

Uno dei motivi di questo gap può essere il differenziale nel tempo dedicato alla cura della famiglia, che per le donne in Italia è in media doppio rispetto agli uomini su base giornaliera ed è superiore alla media dei Paesi sviluppati. Questo influisce anche sull’inattività, poiché diverse donne scelgono di non lavorare perché devono occuparsi dei figli o dei famigliari anziani.

Un altro problema che si riscontra in Italia è la disparità nel percorso di carriera. Sono infatti in grande minoranza le donne in posizioni dirigenziali, specialmente nel settore privato, dove la percentuale si attesta appena al 17%.

Infine, per quanto riguarda il gender pay gap orario, l’Italia si attesta tra i migliori in Ue nel settore pubblico (3,8%), mentre è tra i più alti in quello privato (17%). Per fare un esempio concreto di quest’ultimo, rispetto a un uomo, sarebbe come se una lavoratrice donna avesse iniziato a percepire lo stipendo dal 7 febbraio, lavorando però regolarmente a partire dal 1° gennaio.