Diritti umani, Navalny candidato per il premio Sakharov del Parlamento europeo

L'attivista politico russo Alexei Navalny in una gabbia di vetro in attesa del processo, 20 febbraio 2021. [EPA-EFE/YURI KOCHETKOV]

Il dissidente politico russo Alexei Navalny è tra i candidati per ricevere il premio Sakharov del Parlamento europeo, destinato ogni anno a chi si distingue nella difesa dei diritti umani e libertà fondamentali.

Navalny, che ha subito un avvelenamento con gas nervino Novichok nell’agosto 2020, si trova al momento in carcere in Russia per violazioni della libertà vigilata che lui e i suoi sostenitori hanno sempre definito inventate. Il suo gruppo di attivisti contro il regime del Cremlino è stato preso di mira dal governo, definito ‘organizzazione terroristica’ ed estromesso da qualsiasi possibilità di fare politica.

La candidatura di Navalny è stata presentata dai gruppi del Ppe e di Renew Europe al Parlamento europeo per succedere all’opposizione bielorussa, vincitrice del premio nel 2020. Il vincitore del premio, del valore di 50 mila euro, sarà annunciato il 21 ottobre e la cerimonia di assegnazione si terrà a dicembre.

I gruppi parlamentari S&D e Verdi/Efa hanno invece presentato la candidatura di un gruppo di donne afghane, attiviste che hanno lottato contro la sottomissione del genere femminile operata dai talebani.

Il gruppo dei conservatori e riformisti Ecr ha candidato Jeanine Áñez, politica boliviana divenuta presidente ad interim nel novembre 2019 dopo le accuse di frode elettorale a Evo Morales. Nel 2020, dopo le elezioni, c’è stato il trasferimento di potere, ma il 13 marzo 2021 Áñez è stata arrestata con l’accusa di aver organizzato un colpo di stato contro Morales ed è in carcere da allora.

Sultana Khaya, attivista sahrawi, è stata nominata dalla Sinistra ed è impegnata nella lotta per l’autodeterminazione del popolo sahariano. Si trova in stato di arresto dal novembre 2020, ma dal 2005 subisce violenze fisiche, tortura e minacce di morte per il suo impegno.

Un gruppo di 43 eurodeputati, infine, ha nominato la Ong britannica Global Witness, che da 25 anni lavora per portare allo scoperto gli abusi dei diritti umani nel settore minerario, forestale e dell’estrazione del gas e del petrolio. Oggi si occupa anche del cambiamento climatico e  degli attacchi a chi protegge l’ambiente.

Tra i vincitori del premio negli anni passati figurano l’attivista pakistana per i diritti delle donne Malala Yousafzai (2013), l’opposizione democratica in Venezuela contro il regime di Nicolás Maduro (2017) e una serie di protagonisti della primavera araba (2011).