Covid-19 e giustizia di genere: quando la crisi diventa un’opportunità

La manifestazione "Non una di meno" in occasione della Giornata Internazionale della Donna a Torino, Italia, 08 marzo 2019. EPA-EFE/ALESSANDRO DI MARCO

Come i precedenti disastri, la crisi del coronavirus ha messo a nudo le disuguaglianze sistemiche di genere. È ora di ricostruire meglio e più equamente, scrivono Phumzile Mlambo-Ngcuka e Helena Dalli. Phumzile Mlambo-Ngcuka è la direttrice esecutiva delle Nazioni Unite per per l’uguaglianza di genere e l’empowerment femminile. Helena Dalli è la commissaria Ue per l’Uguaglianza.

I disastri influenzano il corso della storia. Nel contesto del dilagare dell’influenza spagnola del 1918, sempre più donne entrarono nel mercato del lavoro e in ruoli che erano sempre stati riservati agli uomini. Alcune di esse hanno ricevuto addirittura uno stipendio uguale a quello dei loro predecessori e le posizioni di leadership nella forza lavoro hanno iniziato ad essere occupate da donne. Un secolo dopo, nel bel mezzo di un’altra pandemia, stiamo ancora lottando duramente per la parità di genere, con la crisi del coronavirus che amplifica le disuguaglianze e gli squilibri di potere esistenti e che colpisce in modo sproporzionato le donne – un dato che si riflette anche nel devastante e brusco aumento della violenza domestica.
Ma la pandemia è anche un’opportunità per “ricostruire meglio” e trasformare le disuguaglianze strutturali di genere.

Il primo passo è capire dove si trovano le principali linee di frattura – nell’assediata economia assistenziale, ad esempio. In tutto il mondo, le donne svolgono in media il triplo delle cure non retribuite e dei lavori domestici rispetto agli uomini, compresa la maggior parte dei servizi di assistenza all’infanzia. Secondo un recente rapporto dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, 606 milioni di donne in età lavorativa hanno dichiarato di non essere in grado di ottenere un lavoro retribuito a causa dell’impegno nel lavoro di cura non retribuito, rispetto ai 41 milioni di uomini. Le misure di contenimento della pandemia, gli ordini di “stare a casa” e la chiusura delle scuole hanno fatto pressione su questa linea di frattura fino al punto di rottura, in quanto le donne si assumono compiti di assistenza aggiuntivi, un carico di lavoro non retribuito che il più delle volte si aggiunge al lavoro retribuito, sia quello delle lavoratrici essenziali sia quello delle lavoratrici che in questa fase lavorano a distanza.

Le donne sono anche in prima linea nel fornire servizi sanitari e di cura, e sono dunque esposte quotidianamente al rischio di infezione da coronavirus. A livello globale, le donne rappresentano il 69% dei professionisti della sanità e l’88% degli operatori sanitari. Nell’Ue, gli operatori sanitari sono spesso donne migranti provenienti dai paesi più poveri che colmano il deficit dei servizi di assistenza nei paesi più ricchi – infermiere, operatrici di assistenza a lungo termine e collaboratrici domestiche – che si prendono cura degli altri dovendo lasciare la propria famiglia e i propri figli.

Il lavoro di cura – sia quello pagato sia quello non pagato – sostiene le nostre società e le nostre economie, ma il prezzo che pagano le donne è alto. Deve essere meglio sostenuto e condiviso in modo più equo. Dobbiamo fare molto di più per garantire investimenti nella sanità, nella cura dei bambini e nei sistemi di assistenza a lungo termine agli anziani.

L’assistenza all’infanzia ha bisogno di investimenti mirati e più consistenti. Un’assistenza all’infanzia di qualità più accessibile renderà possibile ad un maggior numero di donne di accedere ad un lavoro retribuito e maggiori sussidi per l’assistenza si tradurranno in una maggiore disponibilità da parte dei genitori. L’UE aiuta i paesi europei con un sostegno finanziario mirato e basato sulle esigenze per questi servizi. Ciononostante, la mancanza di un’adeguata assistenza all’infanzia porta a grandi perdite finanziarie – circa 350 miliardi di euro all’anno nell’UE, che sono dovuti alla ridotta partecipazione all’attività economica da parte delle donne.

La crisi del coronavirus rivela l’urgenza di investimenti per l’assistenza all’infanzia e altri servizi, compresi i servizi essenziali per le vittime di violenza e i servizi di salute sessuale e riproduttiva. E le crescenti segnalazioni a livello globale rispetto ad una “pandemia nascosta” che è quella della violenza domestica e di altre forme di violenza contro le donne sottolineano l’importanza di un’azione continuativa per prevenire e rispondere a questa emergenza, ad esempio attraverso l’iniziativa dell’UE e dell’ONU Spotlight Initiative.

Dobbiamo anche trasformare il modo in cui vengono prese le decisioni in materia di sanità pubblica. Le donne forniscono la maggior parte dei servizi sanitari, ma nel 2019, circa il 72% dei leader esecutivi nel settore della salute globale erano uomini. Il rapporto UN Women’s Report on Rights in Review evidenzia chiaramente questo modello di disuguaglianza strutturale: gli uomini sono il 75% dei parlamentari, ricoprono il 73% delle posizioni manageriali, sono il 70% dei negoziatori sui cambiamenti climatici e quasi tutti negoziatori di pace. Se vogliamo essere seri riguardo all’uguaglianza, la situazione deve cambiare. Ricostruire meglio significa portare le donne nel processo decisionale – e portare dei cambiamenti strutturali, anche nel sistema di assistenza, che lo consentono intenzionalmente.

Per questo motivo, nella sua Strategia per la parità di genere 2020-2025, la Commissione europea ha incluso il tema della leadership femminile in modo prominente, insieme a una campagna per combattere gli stereotipi di genere. Dobbiamo garantire che l’uguaglianza di genere sia pienamente realizzata nell’istruzione per consentire un futuro improntato sull’uguaglianza di genere. A questo proposito, la Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella scienza, celebrata l’11 febbraio, è un eccellente esempio di azione concreta da parte delle Nazioni Unite e dei suoi Stati membri per sfidare la segregazione di genere nel processo educativo.

Mentre il mondo cerca il modo migliore per riprendersi dalla pandemia di coronavirus e costruire la resilienza, chiediamo a tutti i paesi di fare quegli investimenti a lungo attesi nell’economia assistenziale e di cura. Ciò significa dare priorità agli stanziamenti di bilancio per ampliare l’accesso e migliorare la qualità dei servizi di assistenza e cura e garantire un lavoro dignitoso e protezione sociale. Tali investimenti saranno fondamentali per una ripresa sostenibile che produca ritorni multipli: le donne con responsabilità assistenziali che potrebbero aver perso il lavoro (ri)entrerebbero più facilmente nella forza lavoro; le risorse indirizzate all’economia assistenziale e di cura permetterebbero di creare posti di lavoro in un momento in cui i tassi di disoccupazione sono in aumento e i governi sono ansiosi di far tornare le persone al lavoro; e si sosterrebbero i lavori ecosostenibili che forniscono assistenza alle persone evitando un ulteriore degrado ambientale. In questo modo la giustizia di genere e la giustizia climatica sarebbero davvero delle priorità.

Trasformiamo questa crisi in un’opportunità di cambiamento positivo e in un futuro più equo per tutti.