Convenzione di Istanbul, la Turchia è ufficialmente fuori

Alcune donne durante una manifestazione contro il ritiro della Turchia dalla Convenzione di Istanbul mostrano la foto di Deniz Poyraz, uccisa in un attacco alla sede del Partito Democratico del Popolo (HDP). EPA-EFE/ERDEM SAHIN

Il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso dell’opposizione: da oggi (1 luglio) la Turchia è ufficialmente fuori dalla Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica.

L’annuncio del ritiro dalla Convenzione di Istanbul, che prende il nome proprio dalla città turca nella quale era stata firmata nel 2011, era arrivato il 20 marzo. Erdoğan aveva motivato la propria decisione sostenendo che sarebbero state le leggi nazionali, e non gli accordi internazionali, a proteggere i diritti delle donne. Una linea che non aveva convinto nessuno e soprattutto non aveva convinto l’opposizione, i gruppi femministi e la comunità LGBT*.
I femminicidi e gli episodi di violenza domestica nel Paese continuano a crescere, e sembrano andare di pari passo con gli episodi di violenza contro la comunità omosessuale. Le immagini della repressione violenta da parte della polizia turca nei confronti dei manifestanti che in occasione dello scorso Pride, formalmente vietato per il settimo anno di fila, erano scesi in piazza sotto la bandiera dell’orgoglio Lgbt*, hanno fatto il giro del mondo; così come hanno fatto il giro del mondo le immagini dell’arresto violento del pluripremiato fotogiornalista e giornalista dell’Agenzia France Press (Afp), Bulent Kilic, bloccato a terra, con collo e schiena schiacciati dal peso degli agenti, proprio mentre documentava cosa stava accadendo.

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Il governo di Erdoğan sabato (20 marzo) si è ritirato dalla Convenzione di Istanbul, che prende il nome proprio dalla capitale turca nella quale era stata firmata nel 2011. In Turchia, secondo il governo in carica, saranno le leggi nazionali, …

A mobilitarsi contro la decisione di Erdoğan è stata soprattutto l’opposizione che, dopo una serie di mobilitazioni di piazza, ha anche chiesto che la decisione del presidente fosse annullata, rivolgendosi al Consiglio di Stato.
Anche questo tentativo però non è andato in porto. Il Consiglio di Stato ha infatti respinto il ricorso, con 3 voti favorevoli e due contrari, stabilendo che non è necessario notificare la decisione al Consiglio d’Europa, e rendendo dunque effettiva la decisione di recesso. Il punto    è proprio che la Convenzione di Istanbul prevede nell’articolo 80 la possibilità di recesso “mediante notifica inviata al Segretario Generale del Consiglio d’Europa”, recesso che diventa effettivo dal “mese successivo alla scadenza di un periodo di tre mesi dalla data di ricevimento della notifica da parte del Segretario Generale”.
Anche senza questo passaggio formale, il Consiglio di Stato ha dato ragione a Erdoğan.

Il testo non parla solo della punizione dei reati di violenza fisica e di stupro: impone una serie di azioni concrete per contrastare ogni forma di violenza, dalla creazione di case rifugio alle apposite linee telefoniche gratuite, operanti 24 ore su 24, sette giorni alla settimana; dai servizi di protezione e di supporto ai bambini testimoni di violenza alle misure per garantire un risarcimento alle vittime; dalla possibilità di invalidare i matrimoni forzati alla penalizzazione dello stalking; dalla penalizzazione delle mutilazioni genitali femminili alla penalizzazione dell’aborto forzato o della sterilizzazione forzata.

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All’articolo 42 della Convenzione si dice che “Le Parti adottano le misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che nei procedimenti penali intentati a seguito della commissione di qualsiasi atto di violenza che rientra nel campo di applicazione della presente Convenzione, la cultura, gli usi e costumi, la religione, le tradizioni o il cosiddetto “onore” non possano essere addotti come scusa per giustificare tali atti”. Un articolo che probabilmente non andava giù ai conservatori nel Paesi e nel partito AK del presidente, convinti che il testo minasse le strutture familiari.
Così come l’articolo 14 in cui si parla dell’importanza dell’educazione e che prevede che si includano “nei programmi scolastici di ogni ordine e grado dei materiali didattici su temi quali la parità tra i sessi, i ruoli di genere non stereotipati, il reciproco rispetto, la soluzione non violenta dei conflitti nei rapporti interpersonali, la violenza contro le donne basata sul genere e il diritto all’integrità personale”.

“Continueremo la nostra lotta”, ha annunciato Canan Gullu, presidente della Federazione delle associazioni femminili turche. “La Turchia si sta dando la zappa sui piedi con questa decisione”, spiegando che da marzo, le donne e altri gruppi vulnerabili sono stati più riluttanti a chiedere aiuto, anche a causa delle innumerevoli difficoltà causate dal COVID-19, da quelle economiche a quelle derivate dalle misure di confinamento in casa. Il risultato è che c’è stato  un drammatico aumento della violenza domestica, spesso non denunciato, che va ad aggiungersi ad una situazione già molto difficile: negli ultimi cinque anni è stato registrato in media un femminicidio al giorno.