Convenzione di Istanbul, i diritti delle donne a rischio dieci anni dopo la firma

Una donna ad una manifestazione per la Giornata internazionale della donna ad Atene, Grecia, l'8 marzo 2021. EPA-EFE/KOSTAS TSIRONIS

La Convenzione di Istanbul, o Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica, è stata firmata esattamente dieci anni fa, l’11 maggio 2011, nella città turca di cui ha preso il nome.

In una lettera aperta firmata da 30 ministre e ministri di 16 paesi europei e una Primo ministro (Sophie Wilmès del Belgio) e pubblicata oggi su Euractiv.com, la Convenzione è definita “una pietra miliare nella lotta contro la violenza di genere. È il primo trattato europeo legalmente vincolante in questo settore. Include una serie di misure ad ampio raggio per prevenire la violenza, proteggere le vittime e perseguire i colpevoli. Dà ai paesi firmatari una serie di misure tangibili come rifugi, linee di assistenza e un aiuto completo per le vittime di tutti i tipi di violenza”.
L’attuazione della Convenzione di Istanbul ha già avuto un impatto reale sulla vita di donne e uomini, ragazze e ragazzi, dicono i firmatari. “Ha contribuito ad aumentare la consapevolezza della violenza di genere nella società. È stata determinante nell’elevare standard legislativi e politici nelle legislazioni nazionali“.

Eppure solo 33 paesi l’hanno firmata, ratificata e messa in vigore. Altri 11 paesi l’hanno firmata senza però ratificarla, rendendola di fatto nulla e un paese (la Turchia) ha recentemente fatto marcia indietro.
Ma restando in Europa, in Polonia le cose non vanno molto meglio: Zbigniew Ziobro, ministro della Giustizia, ha affermato che inizierà la procedura di uscita dalla Convenzione perché il testo internazionale “contiene elementi ideologici e obbliga a insegnare le teorie gender nelle scuole”.
Nei paesi semi-autoritari dell’Est la campagna politica contro la Convenzione di Istanbul è portata avanti dalle organizzazioni del conservatorismo cattolico, dalle organizzazioni antifemministe e antiabortiste e va di pari passo con le sempre più pesanti azioni contro i diritti delle persone LGBT+.

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“È con grande preoccupazione che assistiamo a un’opposizione sempre crescente a questa convenzione storica. Nel pieno della crisi sanitaria, economica e sociale, le donne sono state in prima linea nella pandemia del coronavirus, nei settori della sanità, dell’assistenza, dell’istruzione, della vendita al dettaglio o delle pulizie. Allo stesso tempo, il numero di denunce di violenza domestica è aumentato rapidamente nei primi mesi” e una delle emergenze causate da questa crisi sanitaria e sociale è stata proprio quelle di tante donne, rimaste in trappola in casa con i loro aguzzini. “Eppure, le voci contro la Convenzione sono più forti di prima” e abbiamo assistito ad una feroce campagna di disinformazione volta a minare la fiducia dei cittadini nella Convenzione: anche esponenti politici di primo piano, soprattutto in Polonia e Ungheria, hanno affermato che la Convenzione rischia di minare l’unità della famiglia cristianamente intesa e di favorire una sorta di indottrinamento contro i valori cristiani.

In questo senso sono particolarmente importanti le parole pronunciate dalla Presidente della Commissione europea al Parlamento europeo all’indomani del “sofagate”: “Molti Stati membri non hanno ancora ratificato la Convenzione. Altri pensano di ritirarsi. Non è accettabile: ecco perché voglio che l’Unione europea stessa entri nell’accordo. Rimane uno degli obiettivi primari di questa Commissione”.
Ursula von Der Leyen è intervenuta anche in occasione del traguardo dei dieci anni del documento: “L’UE deve inviare un segnale forte sul fatto che la violenza contro le donne e le ragazze è inaccettabile. Che la violenza domestica non è una questione privata. La #Convenzione di Istanbul è la pietra miliare della protezione delle donne e delle ragazze in tutto il mondo. Una base importante su cui dobbiamo continuare a costruire” ha twittato.