Chi ha paura della Convenzione di Istanbul?

Una protesta a Istanbul contro la violenza sulle donne, il 5 agosto 2020. [EPA-EFE/ERDEM SAHIN]

Il conservatorismo religioso spinge paesi come Turchia e Polonia a rinnegare la Convenzione che protegge le donne dalla violenza di genere. Il testo internazionale firmato nel 2011 ed entrato in vigore nel 2014 ha codificato per la prima volta la definizione di genere e di discriminazione di genere. Una visione che viene strumentalizzata dai governi populisti dove il controllo dello Stato sulla famiglia prevale sui diritti umani

In Turchia l’assassinio di Pınar Gültekin, studentessa 27enne uccisa dall’ex fidanzato è l’ennesimo femminicidio che ha provocato proteste in tutto Paese nel mese di luglio. Intanto nell’AKP, il partito del presidente Erdogan, è in corso un dibattito acceso: la parte più vicina al lato islamista conservatore vuole proporre una versione della Convenzione di Istanbul più adatta alla “famiglia turca”. Ebru Asiltürk, la portavoce del partito islamico conservatore Saadet, ha affermato che il testo sarebbe una bomba sull’unità della famiglia turca.  Secondo l’associazione turca “We will stop feminicide”, 417 donne sono state uccise a causa della violenza domestica nel 2019. Nel 2020 le vittime sono 245. 

In Polonia Zbigniew Ziobro, ministro della Giustizia, ha affermato che inizierà la procedura di uscita dalla Convenzione perché il testo internazionale “contiene elementi ideologici e obbliga a insegnare le teorie di genere nelle scuole”. Queste dichiarazioni seguono all’iniziativa della Commissione europea di bloccare alcuni finanziamenti alle città polacche che si sono dichiarate LGBT-free.

La  Convenzione di Istanbul è il primo trattato internazionale che dà una definizione di genere e fornisce una serie di azioni agli Stati firmatari per prevenire la violenza contro le donne. Perché questo testo è una minaccia per questi paesi conservatori?

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Di violenza sulle donne e domestica si era già occupata la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo (Cedu), che aveva definito “un problema comune a tutti gli Stati del Consiglio d’Europa”, l’organizzazione internazionale per i diritti umani che riunisce 47 Stati continentali. Prima dell’entrata in vigore della Convenzione di Istanbul nel 2014 la Corte aveva costruito la sua giurisprudenza sui casi di violenza sulle donne e domestica, affermando che le stesse definizioni sono applicabili anche a uomini e bambini. Di fatto si tratta della prima giurisprudenza internazionale in materia di violenza di genere.

Con la sentenza Opuz v Turchia del 2009 la Cedu ha affermato per la prima volta che le violenze domestiche sono una forma di discriminazione contro le donne. Per la prima volta è stato sanzionata la violazione del principio di non discriminazione in un caso di violenza domestica. “Questo è fondamentale perché è un ragionamento collettivo su come lo Stato vede la famiglia e le donne. La Corte aveva già condannato alcuni Stati per assenza di azione delle polizia rispetto alle denunce. La Convenzione di Istanbul è molto più precisa. A livello interpretativo la Corte si poggia anche su questo testo per aumentare la protezione a favore delle donne”, spiega Manuela Brillat, avvocata e dottoressa in diritti umani all’Università di Strasburgo.

La Turchia è tra i paesi più sanzionati dalla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo per inadempimento agli obblighi di protezione nei casi di violenza contro le donne e domestica . I casi presentati a Strasburgo possono variare da violenze domestiche su cui le autorità non hanno condotto indagini adeguate, dalla pratica di esami ginecologici forzati della polizia sulle donne arrestate, fino  a omicidi di donne in cui le autorità hanno preferito vedere un suicidio. La questione della Polonia è più legata al suo rapporto con l’Unione europea: “La Polonia aveva già esercitato opt out dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Ue perché non in linea con le questioni di fede e famiglia. E’ una mossa classica di questo Stato che cerca di affermare la sua concezione differente della famiglia”, spiega ancora Brillat. L’allontanamento eventuale dalla Convenzione di Istanbul di Turchia e Polonia non toglierebbe alla Corte la possibilità di intervenire, laddove sollecitata, su questioni legate alla violenza sulle donne.

La concezione della famiglia patriarcale in cui l’emancipazione lavorativa, personale e sessuale della donna è vista come un’offesa alla famiglia o al coniuge è alla base dei comportamenti possessivi e violenti che sfociano spesso nei femminicidi. La Corte europea dei diritti umani non accerta il sostrato culturale che permette alla violenza di genere di prosperare. Il suo riferimento giuridico è la Convenzione europea dei diritti umani e il controllo è esercitato alla fine del processo di violazione ma non alla fonte. Invece l’adesione alla Convenzione di Istanbul esercita un controllo alla fonte attraverso la revisione periodica di un comitato indipendente (Grevio) sull’insieme della legislazione e dei provvedimenti presi dagli Stati membri. Le politiche di genere sono considerate in senso ampio. Il comitato fornisce suggerimenti e indica le soluzioni più urgenti da adottare. Forse è questo tipo di analisi e ingerenza che vorrebbero evitare paesi come la Polonia e la Turchia, dove la visione della famiglia è una visione di Stato.

Una parte del contenuto della Convenzione e della giurisprudenza europea sulla violenza di genere riguarda soprattutto il diritto penale e l’applicazione della prospettiva di genere alle indagini preliminari. ”Importante è come l’inchiesta viene fatta. La violenza di genere è una forma di discriminazione e per questo l’inchiesta non deve soltanto essere un’inchiesta su un omicidio generico ma deve anche accertare le ragioni dell’omicidio dal punto di vista del genere, quindi contro le donne”, aggiunge Brillat. Le accuse mosse da Stati dove l’influenza del conservatorismo religioso è ancora forte, come Turchia e Polonia,  non rispecchiano l’obiettivo della Convenzione di Istanbul: proteggere giuridicamente e arginare il fenomeno dilagante dei femminicidi e delle violenze domestiche. “La Convenzione pone il problema di certi reati che gli Stati dovrebbero a poco a poco riconoscere nel loro ordinamento giuridico, come ad esempio le mutilazioni genitali, lo stalking, il femminicidio. In Italia è una questione molto più avanzata di tanti altri paesi del Consiglio d’Europa”. Nonostante la protezione giuridica avanzata i numeri dei femminicidi in Italia restano alti, anche se sono diminuiti nel corso degli anni:   secondo i dati Eures dal 2000 al 2019 sono state 3230 le donne uccise dal coniuge o da un ex partner, 142 nel 2019. La situazione peggiora se si guada alla violenza di genere secondo dati Istat una donna su 1000 si è rivolta a un centro antiviolenza nel 2017.