Le donne rischiano di pagare un prezzo molto più alto per la pandemia rispetto agli uomini

Secondo un rapporto dell'OCSE, il 70% della forza sanitaria a livello mondiale è costituito da donne. [Pikist]

La pandemia COVID-19 sta danneggiando la salute, il benessere sociale ed economico in tutto il mondo, ma l’impatto non è uguale per tutti. È quanto emerge dal report dell’OCSE “Le donne al centro della lotta contro la crisi COVID-19”.

Grafici, tabelle, percentuali e statistiche del report confermano questa tesi. In primo luogo, sono le donne a guidare la risposta sanitaria: le donne costituiscono quasi il 70% della forza lavoro sanitaria, e dunque sono esposte ad un maggiore rischio di infezione. Allo stesso tempo, le donne si stanno anche facendo carico di gran parte dei lavori di cura in ambito domestico, a causa della chiusura di scuole e strutture di assistenza all’infanzia e anche in virtù delle disuguaglianze di genere di lunga data rispetto al lavoro non retribuito. Le donne sono anche esposte ad alti rischi di perdita di lavoro e di reddito, e sono esposte a maggiori rischi di violenza, sfruttamento, abusi o molestie durante i periodi di crisi e di quarantena.

Le donne in prima linea negli ospedali

Le donne stanno giocando un ruolo chiave nella risposta sanitaria alla crisi COVID-19. Si stima che le donne costituiscano i due terzi della forza lavoro sanitaria mondiale e, sebbene a livello globale siano sottorappresentate tra medici, dentisti e farmacisti, esse rappresentano circa l’85% delle infermiere e delle ostetriche nei 104 Paesi per i quali sono disponibili dati. Nei Paesi dell’OCSE, quasi la metà dei medici sono donne. Nonostante questi dati, le donne occupano solo una piccola parte di posizioni dirigenziali o senior nel settore sanitario. 

Le prime prove indicano che il COVID-19 non colpisce uomini e donne allo stesso modo, nel senso che gli uomini generalmente sono a maggior rischio: ad esempio uno studio sulla situazione clinica in Cina ha rilevato che il 58% dei pazienti erano uomini. Inoltre, i tassi di mortalità tra gli uomini che contraggono il virus sono superiori del 65% rispetto alle coetanee (dati OMS, 2020). 

Le prime spiegazioni sul perché di questo divario potrebbero essere dovute a diversi fattori: al fatto che gli uomini sono portatori di un carico maggiore di malattie come ictus, o la maggior parte delle malattie cardiache, che sono fattori di rischio di mortalità nei pazienti infettati da COVID-19; ma anche il fatto che il sistema immunitario di uomini e donne funziona in modo leggermente diverso, e le donne sembrano avere risposte immunitarie più forti, anche se le ragioni non sono del tutto chiare.

Il lavoro domestico

Oltre che nel settore dell’assistenza, le donne forniscono anche la maggior parte del lavoro non retribuito in ambito domestico. In media in tutti i Paesi OCSE, le donne dedicano sistematicamente circa 2 ore al giorno in più al lavoro non retribuito rispetto agli uomini. I divari di genere nel lavoro non retribuito sono maggiori in Giappone e Corea (2,5 ore) e in Turchia (4 ore al giorno), dove prevalgono le norme tradizionali sui ruoli di genere. I divari di genere nel lavoro non retribuito sono spesso maggiori nelle economie emergenti e in quelle dei Paesi in via di sviluppo. Tuttavia, anche in Danimarca, Norvegia e Svezia – paesi che esprimono un forte e progressivo atteggiamento nei confronti della parità di genere – i divari di genere nel lavoro non retribuito ammontano ancora a circa un’ora al giorno in più lavorata dalle donne.

Questo carico di lavoro non retribuito viene amplificato nella situazione della pandemia. Ad esempio, la chiusura generalizzata delle scuole e delle strutture di assistenza all’infanzia non solo ha aumentato il tempo che i genitori devono dedicare alla cura e alla supervisione dei bambini, ma costringerà anche molti a supervisionare la didattica a casa. Gran parte di questo onere aggiuntivo ricadrà probabilmente sulle donne. 

Allo stesso modo, qualsiasi aumento del tempo trascorso in casa a causa del confinamento porterà probabilmente a un aumento dei lavori domestici di routine, tra i quali naturalmente cucinare e pulire. Soddisfare queste esigenze sarà difficile per molti genitori, tanto più per chi deve continuare a lavorare.

L’impatto economico della crisi sarà diverso su uomini e donne

La diffusione del virus ha interrotto le catene di fornitura internazionali e sta costringendo i lavoratori a rimanere a casa perché in quarantena, malati o soggetti alle misure del lockdown. Le aziende di diversi settori industriali si trovano costrette a interrompere e a ridurre le operazioni. Seguirà probabilmente una sostanziale perdita di posti di lavoro (ILO, 2020).

Le prove delle passate crisi economiche e sanitarie suggeriscono che gli shock sulla scala della pandemia COVID-19 spesso hanno un impatto diverso su uomini e donne. La crisi finanziaria del 2008, ad esempio, è stata caratterizzata da una maggiore perdita di posti di lavoro in settori a predominanza maschile (in particolare l’edilizia e l’industria manifatturiera) e da un aumento delle ore lavorate dalle donne, soprattutto nei primi anni. 

Nonostante i notevoli progressi compiuti nell’ultimo mezzo secolo circa, la posizione delle donne sul mercato del lavoro rimane molto diversa da quella degli uomini. In media, le donne occupate lavorano meno ore rispetto agli uomini occupati, e guadagnano meno rispetto agli uomini. La durata del periodo di lavoro delle donne è, in media, più breve di quella degli uomini, perché spesso le donne ad un certo punto si dedicano alla cura familiare. Infine, uomini e donne continuano a lavorare in diversi settori dell’economia: l’occupazione femminile spesso è concentrata nel settore pubblico e nei settori dell’assistenza e dell’istruzione (dati OCSE, 2020).

Nel contesto della crisi COVID-19, il timore è che i divari occupazionali di genere lascino le donne in una condizione di maggiore vulnerabilità rispetto agli uomini, rispetto alla perdita del lavoro e ai rischio di licenziamento. Questi timori sono particolarmente acuti in molti Paesi in via di sviluppo e nelle economie emergenti, dove un gran numero di lavoratrici continua a lavorare senza protezione sociale o giuridica di base. 

Le donne in aggiunta rappresentano un’ampia quota dell’occupazione in molti dei settori più immediatamente colpiti dall’emergenza COVID-19, come quello del commercio al dettaglio.

Donne, lockdown e violenza di genere

Con la maggior parte delle misure di restrizione alla mobilità, la violenza contro le donne rappresenta un’emergenza globale. In tutto il mondo, più di una donna su tre ha subito violenza fisica e/o sessuale e questa crisi rischia di peggiorare solo a causa delle misure di emergenza.

Nel caso di crisi precedenti e disastri naturali le misure di confinamento domestico spesso hanno portato ad un aumento dei casi di violenza domestica, con l’aumento dei casi dei primi esempi di violenza in famiglia. Ad esempio, i dati mostrano che nel caso dell’epidemia di Ebola in Africa occidentale nel 2014-15 mostrano che le donne e le ragazze hanno subito tassi di violenza e abusi sessuali più elevati durante l’epidemia rispetto agli anni precedenti. 

Inoltre, gli studi sulle conseguenze della crisi dell’Ebola in Sierra Leone mostrano che una parte significativa delle ragazze che avevano perso i parenti a causa del virus sono state costrette a prostituirsi per coprire le necessità quotidiane di base.

Nel caso della pandemia da COVID-19 la situazione sembra la medesima. I primi rapporti dei fornitori di servizi sociali in Cina e in alcuni paesi dell’OCSE hanno mostrato un aumento della violenza domestica contro le donne durante la pandemia. 

Le potenziali conseguenze a valle della pandemia – tra cui l’aumento della disoccupazione (per donne e uomini), la perdita del salario e l’insicurezza lavorativa – sono particolarmente pericolose per le donne che hanno relazioni abusive, in quanto il controllo economico è uno strumento chiave in queste situazioni. L’insicurezza finanziaria può costringere le vittime a rimanere con i loro carnefici.

Il rapido aumento della dipendenza dalla tecnologia digitale durante il lockdown ha implicazioni anche rispetto la violenza di genere. Gli strumenti digitali rappresentano potenzialmente un modo per le donne di sfuggire alla violenza, ma danno anche agli uomini la possibilità di aumentare il loro controllo. Da un lato, le donne possono essere in grado di trovare aiuto online e di condividere informazioni che possono aiutarle ad accedere ai servizi di supporto. Allo stesso tempo, però, il confinamento forzato può rendere gli aggressori più capaci di controllare le loro vittime e di allontanarle dal mondo esterno, controllandone i telefoni cellulari e i computer.

La situazione in Europa 

Un secondo rapporto sul tema è uscito dal Centro comune di ricerca della Commissione europea.

In Europa prevalgono ancora le tradizionali norme di genere che prevedono una forte disparità dei ruoli all’interno della famiglia. Si tratta di norme che sono dominanti nell’Europa orientale e anche in alcuni paesi dell’Europa meridionale: secondo i dati dell’Eurobarometro nel 2017 almeno due terzi della popolazione adulta in Bulgaria, Ungheria, Cecia, Lettonia, Lituania, Slovacchia, Estonia, Romania e Grecia ritenevano che “il ruolo più importante di una donna sia quello di prendersi cura della propria casa e della propria famiglia”. La maggioranza della popolazione era di questo parere anche a Cipro, in Croazia, Slovenia, Irlanda e Italia.

Il lavoro domestico rimane un compito prevalentemente femminile in Europa. Per valutare la divisione di genere in questo ambito, utilizziamo l’Indagine europea sulla qualità della vita di Eurofound del 2016, in cui era esaminata la distribuzione delle ore settimanali dedicate ai lavori domestici: in più della metà dei Paesi, le donne spendono più del doppio del tempo che gli uomini dedicano a questa attività. In Italia, Croazia e Lituania, le donne dedicano il 140% del tempo in più degli uomini ai lavori domestici.

In Europa, una donna su tre subisce violenza fisica e/o sessuale da parte del partner durante la vita (EIGE, 2017). Ciò rende la violenza contro le donne una delle più diffuse, ma allo stesso tempo la meno denunciata, violazione dei diritti umani.

In una recente comunicazione il Parlamento europeo ha dichiarato che i casi di violenza domestica sono aumentati di un terzo in alcuni paesi dell’UE dopo l’isolamento. A Cipro, le linee telefoniche di assistenza hanno registrato un aumento del 30% delle chiamate e in Francia anche le segnalazioni di violenza domestica sono aumentate del 30% dal blocco del 17 marzo. 

La situazione in Italia 

Il caso italiano sembra seguire una tendenza diversa rispetto agli altri Paesi dell’Unione Europea. In Italia, gli istituti di accoglienza per le donne hanno segnalato che il numero di richieste di aiuto è diminuito del 55% nella prima settimana di isolamento, la polizia ha confermato che il numero di denunce per violenza domestica è diminuito del 44%, mentre il numero di denunce per reati è aumentato del 64%. Questo dato però ha allarmato le organizzazioni che si occupano dei diritti delle donne e i centri anti-violenza.

Per quanto riguarda la situazione lavorativa delle donne nel Bel Paese, prima dell’esplosione della pandemia il tasso di occupazione femminile non arrivava al 50%. Il fatto che proprio la crisi dovuta al COVID-19 rischi di peggiorare ulteriormente il quadro sembra confermato dal fatto che il 72% dei circa 2,7 milioni di lavoratori che rientreranno al lavoro dal 4 marzo sono uomini. Se cioè per un verso all’interno delle categorie di lavoratori che non hanno mai interrotto la propria attività dall’inizio dell’emergenza, e che dunque sono state sopposto ai maggiori rischi di contagio, vi sono moltissime donne (medici, infermiere, addette ai servizi di pulizie, cassiere nei supermercati ecc), per quanto riguarda la ripartenza, sembra invece che la strada in salita sarà molto più lunga per le donne che per gli uomini.

Le donne nel processo decisionale

La mancanza di equilibrio di genere e di obiettivi di genere nel processo decisionale globale per affrontare la pandemia è un altro aspetto che allontana l’ipotesi di rendere l’uguaglianza di genere una realtà. L’OMS ha riconosciuto che le donne dovrebbero essere incluse nel processo decisionale; tuttavia, gli organi decisionali istituiti specificamente per l’emergenza COVID-19 non riflettono in alcun modo un equilibrio di genere tra donne e uomini.

Questo squilibrio nel potere decisionale influisce concretamente sulla possibilità che le esigenze specifiche delle donne vengono prese in considerazione, sia nel breve periodo, sia nella fase di progettazione e attuazione di misure di sostegno economico e di sostegno in generale.

Le risposte politiche 

Il report dell’OCSE suggerisce alcune opzioni politiche da realizzare a sostegno delle donne, dei lavoratori e delle famiglie che devono affrontare la perdita di lavoro e di reddito: alcune delle proposte riguardano la possibilità di estendere l’accesso al sussidio di disoccupazione ai lavoratori non standard; facilitare l’accesso ai sussidi destinati alle famiglie a basso reddito, in particolare ai genitori single, e aiutare i lavoratori economicamente insicuri a rimanere nelle loro case sospendendo gli sfratti e rinviando i pagamenti dei mutui e delle utenze.

Nel caso delle politiche a sostegno delle vittime di violenza di genere si propone di garantire che l’erogazione di servizi per le vittime sia integrata in tutti gli ambiti rilevanti – come la salute, i servizi sociali, l’istruzione, l’occupazione e la giustizia – e che le esigenze e la sicurezza delle vittime siano prese in considerazione anche in modalità di comunicazione elettronica.

Rispetto poi alle politiche per garantire che le risposte politiche tengano conto del genere si parla di integrare i processi e gli strumenti di valutazione dell’impatto di genere nella gestione delle emergenze. Il gender budgeting può aiutare a garantire l’applicazione di una prospettiva di genere rispetto alle misure incluse nel pacchetto di stimolo fiscale e consentire ai governi di comprendere l’impatto collettivo del pacchetto sugli obiettivi di uguaglianza di genere.

L’obiettivo in questo caso è duplice: da un lato occorre garantire che tutte le misure politiche e strutturali a sostegno di una ripresa sostenibile passino attraverso una solida analisi di genere e intersettoriale; dall’altro lato occorre che vi siano più donne, e in posizione preminente, nei processi decisionali, soprattutto per quanto riguarda la prevenzione e la risposta alla pandemia COVID-19.