Monica Cirinnà: “Riprende slancio politico l’Europa della democrazia, dei diritti, dell’uguaglianza”

La senatrice Monica Cirinnà. Foto dalla pagina Facebook ufficiale

Nel pieno della discussione sulla Legge Zan contro l’omotransfobia, abbiamo parlato con la Senatrice Cirinnà della questione dei diritti civili in Europa. A fine 2020 la Commissione europea ha presentato la sua prima strategia per l’uguaglianza Lgbtiq per i prossimi cinque anni, impegnandosi ad essere “in prima linea negli sforzi per proteggere meglio” i diritti della comunità, mirando ad affrontare la discriminazione, a garantire la sicurezza, a costruire società inclusive e ad essere un leader globale nella lotta per i diritti delle minoranze. Ma le cose sono più complicate.

Monica Cirinnà è Senatrice della Repubblica Italiana.

Senatrice Cirinnà, qual è a suo avviso la situazione dei diritti civili nell’Ue?

Quando si tratta di diritti civili, le istituzioni europee sono state spesso, per noi, un faro di speranza, così come il Consiglio d’Europa. Ricordo che l’iter di approvazione della legge sulle unioni civili, ad esempio, fu accelerato in modo significativo proprio da una sentenza di condanna dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo. Ciò è d’altra parte coerente con una situazione che vede moltissimi stati membri all’avanguardia nella tutela dei diritti civili e della piena eguaglianza di tutte le persone, comprese quelle Lgbt+. Oggi, tuttavia, ci sono anche molti preoccupanti segnali di regresso, soprattutto in alcuni stati membri come Polonia e Ungheria. Segnali ai quali il Parlamento europeo, la Commissione e anche la Corte di giustizia stanno cercando di rispondere con forza.

Il problema è che in alcuni Stati membri, Polonia e Ungheria su tutti, sembra si sia tornati indietro nel tempo. La Commissione europea ha deciso di negare l’elargizione di fondi Ue a sei città polacche che si sono dichiarate “Lgbt-Free Zones” e che avevano chiesto di aderire al programma di gemellaggio dell’Unione. È sufficiente a suo avviso?

Le decisioni della Commissione europea da lei richiamate sono molto importanti. E tanto più significative, se pensiamo che la Presidente della Commissione è un’esponente del Ppe. Così come è importantissimo che il Parlamento europeo abbia approvato a larga maggioranza la risoluzione che dichiara l’UE zona libera per le persone Lgbt+ e non “dalle” persone Lgbt+ o dalla fantomatica ideologia Lgbt+, come avviene invece in Polonia. Siamo di fronte a segnali importanti, e non scontati, che ci dicono che il processo di integrazione europea, dopo un momento di stallo e una eccessiva concentrazione sulla stabilità finanziaria e di bilancio, sta riprendendo slancio politico, dando corpo al profilo migliore dell’identità europea: l’Europa della democrazia, dei diritti, dell’uguaglianza.

“Difendere i bambini dall’ideologia Lgbt”, accostare la lotta alla pedofilia all’omosessualità, istituire una “carta della famiglia”: sono alcuni dei punti ricorrenti del partito PiS (Libertà e Giustizia) che è al governo in Polonia. Il segretario di Stato francese per gli Affari europei, Clément Beaune, al ritorno dal suo viaggio in Polonia ha lanciato l’idea di una procedura d’infrazione contro la Polonia. Che cosa ne pensa?

È in atto, in Europa e non solo, una battaglia culturale e politica della quale dobbiamo essere consapevoli. Da una parte c’è chi ritiene che la coesione di una comunità politica si costruisca a partire dal rispetto, dalla valorizzazione e dall’inclusione delle differenze; dall’altra, chi vede nelle differenze un pericolo e cerca di costruire coesione a partire dalla paura e da una falsa idea di identità. Una alternativa che ha radici storiche profonde, che in passato ha provocato lutti, guerre e distruzione anche sul suolo europeo, e che oggi si ripresenta in tutta la sua pericolosità. Esperienze come quella polacca, o come quella ungherese – ma non solo: penso in generale ai programmi delle forze sovraniste, un po’ ovunque in Europa – si collocano in questo scenario. Dobbiamo esserne consapevoli, e ricordare che i Trattati si fondano su principi e valori molto chiari, che si pongono agli antipodi di queste posizioni: dunque, ben venga ogni iniziativa, politica o giuridica, per riaffermare con decisione che l’identità europea si costruisce e si agisce su altre basi, che sono quelle dell’inclusione e dell’eguaglianza. E soprattutto, tanta buona politica, con un ampio programma di riforme – in sede europea – proprio sui temi dei diritti: siamo o non siamo, tutte e tutti, cittadini europei? Bene, si dia finalmente corpo a questa cittadinanza comune, senza esitazioni e senza ammiccamenti alla gelosa sovranità di alcuni Stati.

La commissione Ue starebbe lavorando ad una legge sul riconoscimento reciproco della paternità/maternità tra i Paesi membri. La commissaria Vera Jourová ha detto che è inaccettabile che “i legami familiari possano cessare di essere riconosciuti quando le famiglie arcobaleno attraversano i confini interni”. Quale sarebbe la portata di una tale legge?

Si tratta di dichiarazioni importantissime che, appunto, prendono sul serio la cittadinanza europea. Le nostre famiglie arcobaleno sanno bene di cosa parliamo: quando i loro figli e le loro figlie nascono all’estero – magari in un paese dell’Ue che riconosce la doppia genitorialità omosessuale alla nascita – quelle bambine e quei bambini perdono un genitore solo attraversando un confine. E lo sanno bene anche le lavoratrici e i lavoratori che si spostano all’interno dell’Ue esercitando i diritti di libera circolazione connessi alla cittadinanza europea: possiamo accettare che, in conseguenza di una legittima scelta, perdano diritti e doveri nella sfera familiare? Evidentemente no. Se davvero l’Ue si doterà di uno strumento legislativo come quello annunciato dalla Commissaria Jourová, questi diritti saranno finalmente tutelati e – me lo lasci dire – sarà sempre più difficile, per gli stati membri, continuare a negare a essi riconoscimento anche per i propri cittadini. Questa funzione di impulso è davvero centrale, nella costruzione dell’Europa dei diritti.

Abbiamo di fronte una forte contraddizione: l’Ue da un lato promuove i diritti civili e alcuni Stati dall’altro lato invece li calpestano. In Ungheria è stato approvato un emendamento alla costituzione ungherese che stabilisce che “la madre – è una donna, il padre – è un uomo”, e proclama che “l’Ungheria protegge il diritto dei bambini a un’identità con [il loro] sesso definito alla nascita e garantisce un’educazione basata sui valori dell’identità costituzionale della nostra patria e della cultura cristiana”. Come si risolve la contraddizione tra questa posizione e la recente decisione dell’Ue di autoproclamarsi “zona libera per le persone lgbt”? 

Si risolve consolidando le azioni che abbiamo ricordato finora, senza avere paura di agitare il conflitto politico all’interno dell’Unione. Vorrei dire: fino alle estreme conseguenze (ad esempio l’uscita di questi stati dall’Ue), ma mi fermo pensando proprio a chi, in quei paesi, è vittima di quei governi illiberali. Non possiamo lasciarli soli. E allora occorre rimboccarsi le maniche, e fare tanta buona politica. I valori e i principi sono chiari, fanno parte della tradizione del costituzionalismo europeo degli ultimi tre secoli, sono acquisiti e sono perfettamente idonei a orientare la soluzione di quel conflitto. Non dobbiamo avere paura di soccombere.