Femminicidio, la presidente della Commissione di inchiesta Valente: “Serve una legge europea contro la violenza sulle donne”

La senatrice Valente, Presidente della Commissione di inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere. [Fonte: pagina Facebook]

Euractiv Italia ha intervistato la senatrice Valeria Valente, presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere del Senato della Repubblica italiano. 

Affrontare il tema dei diritti delle donne a livello europeo rappresenta una delle sfide del percorso di integrazione dell’Ue. Un problema che non ha confini, anche se in alcuni stati incombono questioni più serie e gravi rispetto ad altri. Abbiamo parlato della situazione con la senatrice del Partito democratico Valeria Valente, che ricopre l’incarico di Presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere del Senato della Repubblica italiano.

Senatrice, quale potrebbe essere l’impatto di una legge europea su femminicidio e violenza di genere? Sarebbe di aiuto per la situazione italiana?

Certo, sicuramente. L’Italia ha un patrimonio legislativo sufficientemente robusto sul versante della prevenzione e della repressione della violenza di genere, una rete di centri antiviolenza e case rifugio, strumenti efficaci che consentono alle donne di denunciare. Nonostante ciò, i dati relativi al fenomeno della violenza maschile contro le donne sono allarmanti e sono peggiorati durante il lockdown. Questo perché si tratta di un fenomeno che ha profonde radici culturali: gli stereotipi di genere, la persistenza di modelli maschili nell’organizzazione sociale, la prevalente gestione maschile del potere politico ed istituzionale entrano in collisione con l’emancipazione femminile e con l’affermazione di spazi di autonomia e di libertà delle donne. Di fronte alla pericolosa escalation del fenomeno in tutta Europa mi è parsa quanto mai opportuna l’iniziativa che la presidente Ursula von der Leyen ha annunciato: una legge europea contro la violenza. Questa normativa potrebbe aiutare a definire standard europei per tutti i paesi e a rendere più avanzato ed omogeneo il quadro legislativo, così da fornire ulteriori strumenti per perseguire il comune obiettivo di estirpare dalle società europee la violenza contro le donne. Dalla legge potrebbe discendere anche la creazione di reti europee, riconosciute istituzionalmente, di collaborazione e confronto, per poter scambiare buone pratiche, scelte normative e opzioni da sviluppare nei paesi membri sul piano della prevenzione culturale, dell’educazione di genere, della formazione più appropriata per gli operatori che entrano in contatto con le donne che hanno subito violenza (forze dell’ordine, magistratura, addetti ai presidi sanitari).

Ha fatto riferimento alla presidente della Commissione Von der Leyen che, con Lagarde in Bce e Merkel alla cancelleria tedesca, per citare alcune delle più note, sono le figure femminili ai vertici istituzionali europei. Anche da qui passa l’integrazione Ue, ma scarseggiano le donne alla guida di governi o stati, a parte certi casi nordeuropei: cosa lo impedisce nel resto d’Europa e in particolare nella sponda mediterranea?

Lo impedisce il retaggio di una cultura patriarcale che ha generato modelli esclusivamente maschili nell’organizzazione sociale, che non corrisponde nei fatti al progresso e alla modernità delle nostre società, né alle conquiste che le donne hanno riportato e tantomeno alle loro aspettative. Ciò costituisce fattore di arretratezza, basti pensare alle democrazie del nord Europa: esprimono più leadership femminili perché sono pienamente paritarie. In Italia, invece, più della metà delle donne è disoccupata, al Sud il 70%, contro il 62% della media europea. Il lavoro femminile viene retribuito meno di quello maschile; il lavoro domestico e di cura è sulle spalle delle donne. Tutto questo ostacola lo sviluppo e le progressioni nella carriera per le donne, anche in politica. Credo che sia giunto il momento di cambiare. Il Recovery può e deve essere l’occasione per investire sull’occupazione femminile e sull’empowerment delle donne. Questa è una delle scelte strategiche che l’Europa indica agli stati membri.

Gender pay gap: in media nei Paesi dell’Ue le donne sono pagate il 14% in meno dei colleghi uomini per ricoprire le stesse mansioni, ciò significa quindi che in certi casi la percentuale in alcuni stati è molto più alta. Il divario retributivo è un modo per legittimare, in un certo senso, le diseguaglianze di genere?

Certamente. L’attribuzione di valore passa anche attraverso il denaro, il lavoro delle donne viene pagato meno perché viene considerato più precario e perché le donne, sebbene più istruite specie nel caso siano giovani, compiono percorsi professionali più accidentati a causa della maternità, degli impegni famigliari, del lavoro di cura. I modelli di organizzazione, di progressione di carriera, di valorizzazione delle competenze sono maschili e quindi respingenti o non accoglienti per le donne. Le donne, sempre per stereotipi culturali radicati, scelgono molto di meno degli uomini una formazione tecnica o scientifica. Quando si dice che in Italia una parte del welfare è a carico delle famiglie, significa che è carico delle donne, e questo ha un costo in termini di stipendio e di carriera. Una condizione che penalizza due volte le donne: la prima perché devono limitarsi nel lavoro fuori casa, la seconda perché svolgono un lavoro domestico e di cura non retribuito. La pandemia ha svelato chiaramente questa situazione, attraverso il corto circuito che si è creato, le donne sono state le più esposte. Si sono persi migliaia, centinaia di migliaia di posti di lavoro delle donne in Europa.

Da mesi, in Polonia, stiamo assistendo ad una fortissima limitazione delle libertà femminili con le modifiche alla già severissima legge sull’aborto. Per molte settimane i media, anche italiani, hanno riportato notizie sulle proteste delle donne polacche, ma non abbiamo visto grandi segnali da parte della politica…

Come parlamentari del centrosinistra ci siamo mobilitate in tante per sostenere le donne polacche nella loro battaglia, in molti modi, soprattutto attraverso i media e i social media, ma anche con dimostrazioni sotto l’ambasciata. Come è noto, anche se l’aborto è un diritto previsto in Italia da una legge che garantisce l’autodeterminazione femminile, questo è ancora un tema di scontro con alcune forze politiche della destra. Ma per noi il diritto di scegliere se come e quando mettere al mondo un figlio e come agire il nostro corpo resta un traguardo irrinunciabile, fondante direi.

Lei parla spesso di costruzione di una società a misura di uomini e di donne, come la immagina e come possiamo arrivarci?

Una società a misura di uomini e di donne è una società in cui le donne siano libere di vivere la propria vita, proprio a partire dalla differenza di genere, nel lavoro, con i figli, nella famiglia, nella carriera, nella gestione del potere. Decisioni pubbliche e policy sono conseguenti. Per arrivarci bisogna cambiare i modelli, evitare insomma che abiti cuciti a misura di uomo vengano imposti su corpi di donne e viceversa. Non esistono modelli neutri, ma modelli differenti che riconoscono la specificità di ciascuno dei due generi che compongono l’umanità. La madre di tutte le discriminazioni è proprio quella che patiscono le donne, quella di genere, che rappresenta ormai anche l’ostacolo più grande al pieno sviluppo del nostro Paese, perché prevede che più della metà dei talenti e delle competenze vengano lasciate in panchina. In fondo, si tratta solo di attuare in pieno l’articolo 3 della nostra Costituzione.