Pensare al futuro: l’Europa e la competizione digitale

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L’intervento, nei giorni scorsi, di Thierry Breton, Commissario per il mercato interno e i servizi, sulla “sovranità digitale europea”, pur salutato con soddisfazione dai media, è disarmante. Breton sembra essersi appena accorto, grazie all’emergenza Covid, della necessità “strategica” di una “sovranità europea” in materia di piattaforme e tecnologie digitali: campioni industriali, cloud sicuri per cittadini e aziende, sistemi di difesa e sicurezza da interferenze esterne, infrastrutture capillari ed efficienti di connessione a banda larga.

Qualcuno si interroga su quali siano i cosiddetti “beni pubblici europei” da promuovere, in dubbio se inserire fra questi le tecnologie digitali. Una discussione che rischia di essere oziosa ed inutile, oggi, visto il ritardo accumulato negli ultimi decenni dall’Europa in questo campo. Una discussione che avrebbe dovuto essere fatta trent’anni fa, come in effetti provò a suggerire Delors nel 1993 col Libro Bianco su Crescita, Competitività, Occupazione, che già individuava nel settore digitale una delle sfide della competizione globale. E che invece fu affossata dai capi di stato e di governo, già troppo preoccupati della perdita di sovranità nazionale sula moneta.

Oggi come allora, non basta interrogarsi, come fa Breton, sulla destinazione dei fondi del Recovery Plan, sulla necessità di incentivare la realizzazione di “campioni europei” nel settore digitale. Né ci pare il caso di rincorrere Usa, Corea e Cina sulla produzione di microprocessori (intanto, mentre noi disquisiamo dei massimi sistemi, il colosso californiano della produzione di schede grafiche NVIDIA si sta comprando anche l’ARM, unica società di produzione europea – si fa per dire, visto che la proprietà della holding è nippo-americana – di semiconduttori).

Certo, con i fondi europei si può realisticamente pensare di fare un salto in avanti nella “crittografia quantistica satellitare”, come dice Breton, con una copertura integrale del territorio europeo, sistemi integrati ed avanzati di sicurezza dei dati, sofisticate ed efficienti tecnologie di trasmissione. Ma non basta. Per mettere le imprese in condizione di essere competitive servono competenze e professionalità di alto livello. Serve creare un tessuto economico, sociale, culturale in grado di alimentare il settore digitale di flussi sempre nuovi di domande (vero motore dell’innovazione) e di riposte all’altezza.

Servono competenze matematiche e logiche diffuse ed al passo coi tempi; serve formare nei cittadini una capacità di pensiero critico, essenziale per alimentare la creatività, soprattutto nel settore dell’intelligenza artificiale. Tutte cose sulle quali l’Europa finora non ha investito. E sulle quali alcuni dei paesi europei, e l’Italia è fra questi, non hanno mai mosso un dito; al contrario di Usa, Cina, India, ed altri.

Ma soprattutto occorre tempo; che in questo settore nessuno ha, visto che le innovazioni tecnologiche viaggiano alla velocità della luce.

Quello che serve urgentemente è pensare a quali passi fare (ed iniziare a realizzarli, con realismo e pragmatismo) per consentire all’Europa di non rincorrere e cercare semplicemente di sanare i divari del passato. Questa è la vera condizione perché le risorse collettive del Recovery Plan diventino l’occasione per una svolta competitiva del continente nello scacchiere globale.

Siamo lieti che Breton abbia finalmente aperto gli occhi sul mondo che ci circonda. Come siamo lieti che abbia finalmente compreso come solo a livello continentale è possibile provare a prendere parte ad armi pari ad una battaglia globale ed all’ultimo sangue, nella quale si decidono i destini di tutti noi per i decenni a venire. Speriamo che l’Europa, coi suoi sistemi decisionali intergovernativi e farraginosi, non impieghi adesso altri trent’anni per mettersi in moto.