Open source, la task force dell’Ue chiede il lancio della Digital Commons Foundation

I digital commons sono risorse non rivali prodotte e gestite da una comunità, come ad esempio Wikipedia. [Photo Oz/Shutterstock]

Un gruppo di lavoro europeo incaricato di riflettere sullo sviluppo dei cosiddetti ‘digital commons’, identificati come un importante pilastro della sovranità digitale del continente, chiede la creazione di una fondazione europea in materia.

La battaglia per la sovranità digitale europea potrebbe contare su una nuova arma: i ‘digital commons’ o beni comuni digitali. Si tratta di risorse non rivali e no profit prodotte e gestite da una comunità, come Wikipedia, Framasoft (che offre una suite di software gratuito come alternativa a Microsoft 365), o OpenStreetMap, un progetto di cartografia collaborativa online.

Lo scorso febbraio, in occasione di una conferenza organizzata dalla Presidenza francese dell’UE sul tema della sovranità digitale del continente, il governo francese ha chiesto la creazione di una task force europea, a cui 19 Stati membri hanno accettato di partecipare, per riflettere sui modi per sostenerne lo sviluppo e l’uso.

Poiché costituiscono un’alternativa ad alcuni strumenti e servizi di proprietà dei grandi colossi della tecnologia, e in ragione della loro governance e modello economico, i beni comuni digitali potrebbero benissimo costituire uno dei pilastri della sovranità digitale dell’UE.

“Contando sull’intelligenza collettiva e sulla messa in comune della conoscenza, sfidano le strategie di chiusura perseguite da alcuni governi e dai grandi fornitori di servizi digitali”, hanno affermato diversi attori del settore, tra cui Clever Cloud, OpenStreetMap e Wikimedia France, in un editoriale alla vigilia dell’Assemblea Digitale che si terrà questa settimana a Tolosa nell’ambito della presidenza francese dell’UE.

E hanno aggiunto: “Lo spazio digitale non deve essere lasciato al dominio di poche piattaforme monopolistiche”.

Invitato a Tolosa per partecipare a un panel sull’argomento, l’ambasciatore francese per gli affari digitali, Henri Verdier, ha presentato le raccomandazioni di questa task force europea.

“La rivoluzione digitale è una rivoluzione di standard aperti”, ha dichiarato, preoccupato che essa oggi sia “minacciata da attori malevoli, da Stati a cui non sono mai piaciuti i flussi di libertà e innovazione non controllati dallo Stato e dai monopoli”.

Secondo Verdier, la dinamica europea verso una maggiore sovranità digitale può, e deve, permettere di “creare grandi potenze industriali” ma, allo stesso tempo, “può anche contribuire a difendere un mondo aperto, interoperabile e cooperativo”.

Una fondazione europea

Il rapporto di missione chiede in particolare la creazione di una fondazione europea che potrebbe fungere da facilitatore tra gli attori dell’ecosistema e le autorità pubbliche, e riunirebbe gli Stati membri e la Commissione europea per sviluppare una strategia a livello continentale.

Questa fondazione europea potrebbe anche fungere da ‘sportello unico’ per la comunità dei beni comuni digitali in cerca di finanziamenti. Se oggi esistono sistemi di aiuto, non è sempre facile orientarsi.

“C’è una grande balcanizzazione dei meccanismi di sostegno ai digital commons”, ha riconosciuto Roberto Di Cosmo, direttore di Software Heritage, iniziativa senza scopo di lucro presente a Tolosa.

Il rapporto suggerisce che questo sportello unico potrebbe essere inaugurato con il lancio di una gara d’appalto da parte di Stati membri disposti a puntare sui beni comuni digitali strategici.

Infine, le autorità pubbliche dell’UE sono invitate ad adottare l’abitudine di valutare in vai prioritaria la possibilità di utilizzare una soluzione open source o open data nella scelta di uno strumento o servizio tecnologico.

Dare l’esempio

“Non possiamo battezzare un servizio pubblico su Google Maps, Facebook Connect o PayPal”, ha detto Verdier.

Per i difensori dei digital commons spetta alle amministrazioni e agli enti locali indicare la strada, e la Francia vuole essere n prima fila. “Oggi dobbiamo costruire l’azione pubblica del secolo che si apre”, ha dichiarato a novembre Amélie de Montchalin, allora ministro della Trasformazione e della Funzione pubblica, indicando che la Francia cercherà di ispirare i “molti Stati [che] cercano di imbarcarsi” verso una maggiore apertura ai dati pubblici e sull’uso dei digital commons.

Ha quindi presentato la tabella di marcia del governo francese in questo settore: un nuovo team all’interno del dipartimento digitale interministeriale (DINUM) per promuovere l’open source, e l’apertura della piattaforma code.gouv.fr.

“L’acculturazione e l’appropriazione dei beni comuni digitali da parte delle pubbliche amministrazioni è ovviamente una questione molto importante”, ha detto a EURACTIV Naphsica Papanicolaou, responsabile degli affari pubblici di Wikimedia France.

La formazione delle autorità pubbliche è tanto più importante, perché consentirebbe di migliorare le normative che ancora oggi regolano i digital commons e che, secondo Papanicolaou, non sempre tengono conto delle loro specificità.

“In tutti gli ultimi testi normativi, francesi o europei, Wikipedia è regolata allo stesso modo di Facebook e Google, anche se l’enciclopedia non risponde assolutamente allo stesso modello di questi player e la sua moderazione viene fatta quotidianamente da volontari” , sottolinea Papanicolaou in riferimento al Digital Services Act (DSA), che deve ancora essere formalmente adottato in plenaria all’inizio di luglio e che pone l’enciclopedia sotto lo stesso regime di obblighi dei colossi americani.