Notizie a pagamento per Google e Facebook? Gli editori chiedono all’Ue di seguire il modello australiano

[EPA-EFE/LUKAS COCH AUSTRALIA AND NEW ZEALAND OUT]

Le associazioni europee degli editori e Microsoft hanno chiesto di introdurre anche in Europa un meccanismo per costringere le Big Tech a pagare i contenuti delle notizie condivise sulle loro piattaforme, seguendo l’esempio dell’Australia.

La richiesta arriva mentre il Parlamento australiano sta approvando una proposta di legge proprio su questo. Le associazioni degli editori europei (Emma, Enpa, Epc, Nme) e l’azienda informatica fondata da Bill Gates hanno concordato di lavorare insieme a una soluzione per garantire all’industria editoriale una remunerazione equa dei contenuti delle notizie che i giganti del web utilizzano sulle loro piattaforme accrescendo il proprio traffico e gli introiti pubblicitari.

Secondo gli editori Ue la normativa sul copyright, che costringe Google e altre piattaforme online a firmare accordi di licenza con musicisti, autori ed editori di notizie per utilizzare il loro lavoro, è insufficiente.

Christian Van Thillo, presidente del Consiglio europeo degli editori, ha dichiarato al Financial Times di aver accolto con favore il sostegno da parte di Microsoft e il fatto che l’azienda riconosca il valore dei contenuti giornalistici nel core business dei motori di ricerca e dei social network.

“È cruciale che i nostri regolatori riconoscano questo punto chiave, e che non si lascino ingannati nel pensare che gli accordi collaterali siano la stessa cosa”, ha detto, aggiungendo: “Tutti gli editori dovrebbero ottenere un accordo, nessuno dovrebbe essere lasciato fuori”.

La posizione del Parlamento Ue

L’appello arriva mentre il Parlamento europeo si prepara a discutere con la Commissione europea e il Consiglio sul Digital Markets Act e il Digital Services Act. Secondo quanto anticipato dal Financial Times gli europarlamentari vorrebbero inserire l’opzione di arbitraggi obbligatori per i contratti di licenza e l’obbligo per le aziende tecnologiche di informare gli editori dei cambiamenti su come classificano le notizie sui loro siti, seguendo il modello australiano. A detta di Alex Saliba, l’eurodeputato maltese primo relatore del Digital Services Act, l’approccio australiano ha il merito di cercare di risolvere “il grosso sbilanciamento nel potere di contrattazione” tra gli editori e Big Tech.

La legge australiana

L’Australia è andata molto più avanti di qualsiasi altro Paese nel tentativo di far pagare alle piattaforme digitali le notizie che ospitano. La legge attualmente in discussione impone alle piattaforme digitali di stringere accordi economici con gli editori. Se le due parti non raggiungono un’intesa, la normativa prevede l’istituzione di un arbitrato che dirima la questione in maniera vincolante.

Secondo Google il sistema, oltre ad essere impraticabile, rappresenta una minaccia per internet. Per questo l’azienda di Mountain View in primo momento aveva minacciato di smettere di operare in Australia, ma in seguito ha cambiato strada e ha raggiunto degli accordi con alcuni grandi editori come la News Corp di Rupert Murdoch. Facebook, al contrario, ha visto attraverso la sua minaccia e ha impedito ai suoi utenti di condividere i contenuti delle notizie australiane.

Facebook invece aveva deciso di bloccare le pagine di news in Australia, ma dopo che il governo ha accettato di introdurre alcuni emendamenti nella proposta di legge, ha annunciato la revoca del blocco. “Questi emendamenti forniranno maggiore chiarezza sulla maniera in cui opererà il codice di condotta, rafforzando la struttura per assicurare che la produzione di news sia remunerata equamente. Il codice di condotta prevede tuttora trattative tra le piattaforme come Facebook e Google, e le compagnie australiane dei media, per concordare il pagamento stesso”, hanno dichiarato in un comunicato congiunto il ministro delle Finanze Josh Frydenberg e il collega delle Comunicazioni, Paul Fletcher.