Mediaset, la Corte Ue dà ragione a Vivendi: “Parte della legge Gasparri è contraria al diritto europeo”

L'Amministratore Delegato di Mediaset Pier Silvio Berlusconi partecipa all'assemblea degli azionisti di Cologno Monzese. EPA-EFE/FLAVIO LO SCALZO

Secondo i giudici del Lussemburgo la norma italiana al centro del ricorso “costituisce un ostacolo vietato alla libertà di stabilimento” e non sarebbe “idonea a conseguire l’obiettivo della tutela del pluralismo dell’informazione”.

Dopo la campagna di acquisizione ostile da parte di Vivendi delle quote Mediaset, l’AGCOM, arbitro delle telecomunicazioni in Italia, era intervenuta sulla vicenda imponendo alla società francese di scegliere tra le quote del gruppo televisivo e quelle di Telecom Italia per salvaguardare il pluralismo dell’informazione. Con la sentenza di oggi (3 settembre) la Corte UE accoglie invece il ricorso di Vivendi e definisce una parte della legge Gasparri “contraria al diritto dell’Unione”.

Nello specifico la Corte di Giustizia europea ha accolto il ricorso di Vivendi sul Tusmar della legge Gasparri, la norma italiana contro le concentrazioni tv-tlc che impediva a Vivendi di acquisire il 28% del capitale di Mediaset. Secondo l’AGCOM la concentrazione tra Telecom Mediaset violava le norme anticoncentrazione nel mercato delle telecomunicazioni: le imprese di comunicazioni elettroniche che detengono nel mercato italiano una quota superiore al 40% non possono acquisire ricavi superiori al 10% del sistema integrato delle comunicazioni (Sic) che comprende tv, radio, ed editoria.

Secondo la sentenza odierna della Corte, il punto però è un altro: la norma italiana al centro del ricorso “costituisce un ostacolo vietato alla libertà di stabilimento” e non sarebbe “idonea a conseguire l’obiettivo della tutela del pluralismo dell’informazione”. La salvaguardia del pluralismo dell’informazione dunque non c’entra con l’operazione Vivendi, secondo i giudici Ue: “anche se una restrizione alla libertà di stabilimento può, in linea di principio, essere giustificata da un obiettivo di interesse generale, quale la tutela del pluralismo dell’informazione e dei media, ciò non avviene nel caso della disposizione in questione, non essendo quest’ultima idonea a conseguire tale obiettivo”. La ragione è che il diritto dell’Unione, per quanto riguarda i servizi di comunicazione elettronica, stabilisce una chiara distinzione tra la produzione di contenuti e la loro trasmissione: le imprese operanti nel settore delle comunicazioni elettroniche che esercitano un controllo sulla trasmissione dei contenuti, non esercitano necessariamente un controllo sulla produzione di tali contenuti. In quest’ottica, il possesso di quote di Telecom Italia e di Mediaset da parte della società francese non costituisce un problema.

La legge Gasparri fissa delle soglie specifiche rispetto alla percentuale di quote societarie che si possono detenere nel settore delle comunicazioni elettroniche ma secondo la Corte europea non si può determinare se e in quale misura un’impresa possa effettivamente influire sul contenuto che viene diffuso. Il riferimento è al fatto che Telecom Italia offre servizi di telefonia fissa, mobile e pubblica, Internet e televisione via cavo. Senza elementi che possano dimostrare l’influenza sul contenuto non si può parlare di un nesso con il rischio per il pluralismo dei media.